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venerdì 15 marzo 2019

In marcia per il clima: la rivoluzione di Greta Thunberg

     Nell’agosto 2018 in Svezia una bambina di appena 15 anni, che coltivava una passione per le tematiche di ecologia fin dall’età di 8 anni, rimanendo allarmata dalle eccezionali ondate di calore nel suo paese e dai numerosi incendi boschivi provocati dal surriscaldamento globale, decise di scioperare per un intero mese tutti i venerdì di fronte al parlamento svedese con un cartello su cui era scritto SKOLSTREJK FÖR KLIMATET (Sciopero scolastico per il clima).

     Quella bambina si chiama Greta Thunberg.


     Chiaro e trasparente, quel cartello dichiarava chiare intenzioni: che senso ha andare a scuola e prepararsi per un futuro che rischia addirittura di non esserci? Perché affannarsi tanto a imparare cose che dovranno servire per domani, se l’esistenza di quello stesso domani è minacciata?

     Greta sa bene che il surriscaldamento globale non è, come molti erroneamente pensano, solo una questione di temperatura: aumentare di un solo grado la temperatura del pianeta non significa che farebbe solo più caldo.
     Sbilanciare la temperatura in questo modo produce squilibri ecologici spaventosi: significa modificare il clima di regioni del mondo che ora ospitano specie animali e vegetali e renderle inospitali alla vita, significa annientare la possibilità di poter coltivare cibo su vastissime aree del pianeta, che a sua volta vuol dire far morire di fame miliardi di persone; significa anche portare temporali, uragani, tsunami, tornado in luoghi dove il clima è ora mite e abitabile e creare interi flussi di migranti climatici, che cercheranno rifugio in molte zone del mondo, creando emergenze sociali, sanitarie, problemi di accoglienza, come già accade oggi con i migranti africani e asiatici che scappano dalla guerra rifugiandosi in Europa. Significa condannare all’estinzione centinaia di specie animali, alterando paurosamente la catena alimentare. Significa, in una parola, mettere l’umanità e la vita in generale del pianeta sull’orlo dell’estinzione.

     Sono in pochi ad essere veramente consci di quanto grave sia il problema del surriscaldamento globale e, di conseguenza, non esiste, secondo Greta, un sufficiente “panico” da parte delle persone.
     Strano a dirsi, in frangenti come questo proprio il panico è una reazione appropriata perché spingerebbe le persone a cambiare e a pretendere dai propri politici di adottare misure legislative per modificare il sistema economico che abbiamo in modo da ridurre il suo impatto sull’ambiente. E invece l’addormentamento generale delle coscienze ha fatto sì che il problema continuasse ad aggravarsi nell’arco dei decenni e ora è diventato improrogabile.

     Eppure lo sforzo necessario non è così grande come potrebbe sembrare. Anzi! Greta sa anche questo: «La crisi climatica è già stata risolta: abbiamo già tutti i fatti e le soluzioni». Manca solo l’azione, quell’ingrediente che dà senso a tutte le riflessioni, i dibattiti, gli scontri che si fanno in nome di un’idea.

     E invece lo stesso sistema che ha creato il problema fa di tutto per nascondere la gravità del problema: i politici ignorano volutamente la questione, nessuna legge viene fatta per regolarizzare le strategie di consumo e di produzione; gli stessi mass media, spesso pilotati da ristretti gruppi di potere, omettono di citare le conseguenze di questa crisi impedendo alle persone di farsi un’idea chiara sull’argomento.
     Greta sa bene che pregare i politici per l’ennesima volta non servirebbe: «ci hanno già ignorato in passato e ci ignoreranno ancora». Quindi non c’è spazio per la diplomazia, rimane solo l’azione, immediata e decisa.


     Grazie agli scioperi di Greta è nato un movimento, Friday for Future (venerdì per il futuro), che ha l’intento di mobilitare, partendo dai più giovani, le coscienze di tutto il mondo per passare all’azione.
     Oggi, venerdì 15 marzo, studenti da tutto il mondo manifesteranno e marceranno nelle principali città dei rispettivi paesi per gridare al mondo che il mondo non ha intenzione di aspettare ancora.

     Su Greta non sono mancati attacchi e si è messa in moto la consueta macchina del fango: qualcuno l’ha accusata di istigare i giovani a saltare le lezioni scolastiche, di manovrarli. In realtà una ragazzina che si prende il disturbo di rinunciare alla scuola per dare una svegliata a coloro che, profumatamente pagati, non svolgono il lavoro di tutela della collettività, non solo ha già dimostrato di avere già cultura (più cultura di quegli stessi politici!), ma getta anche un’ombra di vergogna su coloro che – politici e non – hanno avuto bisogno di una ragazzina per capire il rischio che tutti stiamo correndo.

     C’è stato anche chi non ha mancato di cadere ancora più in basso, ingiuriando Greta per la sua presunta boria ed arroganza da prima della classe (bacchettare dei politici sarebbe troppo per una ragazzina secondo questi presunti giornalisti). Dimenticando poi che l’aria arrogante (ammesso che la si noti) di Greta deriva dal fatto che ella è affetta da sindrome di Asperger, un disturbo comunicativo che non compromette le capacità cognitive, linguistiche ed emotive del soggetto, ma che lo rende poco capace di rendere manifeste le proprie emozioni e talvolta lo fa apparire erroneamente come freddo o insensibile a chi lo vede dall’esterno: gli Asperger sono in realtà perfettamente in grado di provare emozioni, di sentire quelle altrui ed hanno interessi personali (che anzi spesso risultano molto selettivi e limitati). Spesso, come nel caso di Greta, soffrono anche di mutismo selettivo, il che vuol dire che parlano di rado, solo quando lo ritengono importante.

     Altri ancora hanno sottolineato che dietro Greta potrebbe nascondersi in realtà un gruppo di attivisti che userebbe Greta per promuovere le proprie azioni (una cosa che, se anche fosse vera, non sarebbe neanche tanto criminosa, a condizione che la stessa Greta abbia a sua volta a cuore in modo sincero la questione: in tal caso sarebbe al massimo una portavoce).

     Dall’altra parte c’è chi ha chiesto a Greta di continuare a studiare per diventare una scienziata del clima e risolvere la crisi. Ma anche questo è quasi un’offesa: sia perché la risoluzione della questione climatica è un problema unicamente politico (i rimedi sono già stati proposti dalla scienza, spetta alla politica renderli obbligatori), sia perché non ha senso chiedere ai governanti di oggi di delegare la risoluzione del problema alle generazioni future, in quanto per allora il problema si sarà già aggravato in modo irrimediabile. I governanti di oggi devono agire oggi. Altrimenti vorrà dire che saranno solo un branco di «bambini viziati che non sanno assumersi le proprie responsabilità».

     La risonanza di Greta è stata tale che essa è stata invitata a parlare in molte riunioni e dibattiti pubblici con esponenti della grande politica: lo scorso dicembre, ad esempio, Greta, ha parlato alla COP24, il vertice delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici tenutosi in Polonia. Ha partecipato anche all'incontro di Bruxelles a febbraio 2019 o a quello di Amburgo del 1° marzo.


     Un gruppo di deputati socialisti norvegesi ha segnalato Greta come candidata all’assegnazione del prossimo premio Nobel per la pace. Questa ragazzina è riuscita (da sola? con l’aiuto di qualcuno? che importa, se il fine è così nobile?) a scuotere le coscienze dell’intero pianeta con la sua lineare ragionevolezza, con il suo stile diretto e cristallino e con una pacatezza e una sobrietà che ne fanno un’attivista davvero singolare.

     Ma noi, persone comuni, vero motore della nostra specie, riusciremo stavolta ad essere all’altezza di questo efficace appello? O riveleremo ancora una volta la nostra parte peggiore, sprecando anche questa irripetibile occasione?




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domenica 14 agosto 2016

Alex Schwazer innocente? Un complotto di Iaaf e mafia avrebbe punito il marciatore

     L’ha detto fin dal principio: "So che un atleta che era già stato trovato positivo ha poca credibilità, ma stavolta non è vero". Si difende con le unghie e con i denti Alex Schwazer, 31 anni, oro olimpico a Pechino 2008 nella 50 Km di marcia, podista altoatesino finito sui giornali prima per la sua vittoria in Cina, poi per la scoperta del doping nel 2012 che lo ha portato alla squalifica per un bel po’. Ora però l’ombra della squalifica è tornata su di lui in occasione dei giochi olimpici di Rio de Janeiro. 

     Si è davvero dopato di nuovo Alex Schwazer? La vicenda, a seguirla, appare in verità molto sospetta e fa sorgere qualche dubbio sulla veridicità dell'accusa. Troppe stranezze, troppe irregolarità sospette. Ma andiamo con ordine...

     Alex sapeva che dal momento in cui fu trovato positivo all’eritropoietina lo avrebbero tenuto d’occhio in continuazione e infatti ha fatto montagne di esami, per mesi e mesi, tutti negativi. Nel frattempo ha continuato ad allenarsi duramente, guidato da Sandro Donati, paladino dell’antidoping, che in passato ha denunciato casi di irregolarità e che forse, così facendo, ha dato fastidio a qualcuno.

     Il 1° gennaio 2016 arriva a Racines (dove Alex vive) quel controllo antidoping a sorpresa da parte della Federazione Internazionale. Controllo eseguito con dubbia regolarità, come vedremo. La provetta viene analizzata a Colonia e Alex risulta ancora una volta pulito. Poi la stessa provetta viene ricontrollata in Canada tre mesi dopo e, stranamente, salta fuori il positivo. Di pochissimo, il valore del testosterone è appena sopra la media, talmente poco che non avrebbe alcun effetto dopante, ma è un positivo.

Sandro Donati e Alex Schwazer
     “Ma come?”, viene da pensare, “ti beccano dopato e tu lo rifai, tra l’altro pochi mesi prima delle olimpiadi e sapendo di essere controllatissimo, dopo aver buttato gli ultimi anni ad allenarti e riprenderti dal trauma di una carriera appesa a un filo?”. Il rischio è troppo grande, soprattutto dopo un percorso di ricostruzione atletica e personale difficilissimo che l’atleta ha dovuto affrontare per rimettersi in pista. Dovrebbe essere davvero un cretino il nostro Alex, e il suo allenatore più cretino di lui per correre un rischio del genere, sapendo che lo avrebbero beccato al 100%. C’era troppo da perdere per credere che sia vero.

     Ad ogni modo, strano che sia, arriva la sospensione in via cautelare in attesa della sentenza definitiva e l’atleta annuncia fin da subito la sua innocenza, con la stessa convinzione con cui annunciò la sua colpevolezza quattro anni fa. Anzi, lo fa con ancora più convinzione. Qualcuno potrebbe non credergli, certo, potrebbe dire che è normale che si dica innocente, però nel 2012 non esitò a confessare senza batter ciglio, chiudendosi il viso tra le mani, a testa bassa e la voce rotta dal pianto per tutta la durata della conferenza stampa, sputtanandosi da solo davanti al mondo intero. Perché ora dovrebbe mentire? Perché avrebbe dovuto fare il furbetto proprio ora che sapeva di essere ancora più sorvegliato? È davvero così stupido Alex Schwazer?
     
Giuseppe Fischetto
     Se non è così allora qualcuno lo vuole fuori dalle olimpiadi. Un complotto, per colpire e punire il suo allenatore che ha fatto l’“infame” denunciando in passato le irregolarità in un mondo dove lo sport non esiste più ed esistono solo gli interessi personali di gruppi di potere, mafie dello sport e dirigenti corrotti della Iaaf (la federazione internazionale di atletica leggera), un mondo in cui se fai la spia te la fanno pagare, al punto che ora Donati ha già ricevuto molte minacce e telefonate intimidatorie e teme per la sua famiglia e per la sua vita, cosa che lo ha costretto a rivolgersi ai magistrati romani (il fatto che la commissione antimafia, allertata appositamente, si sia mossa subito è segno che c’è davvero qualcosa di strano sotto). Donati e Schwazer hanno infatti collaborato con la Procura della Repubblica di Bolzano e col Ros dei carabinieri per scovare il database di un medico italiano, Giuseppe Fischetto (di cui ci sono intercettazioni telefoniche nel video in chiusura) in cui furono trovati valori ematici di molti atleti (tra cui parecchi russi) particolarmente elevati. La cosa fu portata all’attenzione anche della Wada (un'agenzia che si occupa di doping a livello mondiale). È come se la Iaaf volesse occuparsi in via esclusiva di doping, come se nessun altro a parte loro dovessero parlarne e, all’occorrenza, dovessero poter insabbiare comodamente i casi più scottanti (quelli dei russi), senza occhi esterni che ficchino il naso. E, sarà un caso, ma il dottor Fischetto non solo lavora ancora per la Iaaf nonostante lo scandalo, ma è stato responsabile antidoping per la Coppa del Mondo di Marcia a Roma e quindi ha fatto gli esami a Schwazer, lo stesso atleta che lo aveva denunciato nell’inchiesta di Bolzano.

     Un complotto perché Alex si era redento in tutto e per tutto e aveva rotto il muro dell’omertà con le sue denunce; e si era permesso pure di vincere la marcia a Roma la scorsa primavera, marcia che il commissario Maggio (intercettato a telefono) gli avrebbe intimato di perdere per far vincere qualcun altro; perché se Alex fosse tornato a gareggiare pulito e agli alti livelli a cui era giunto avrebbe dimostrato che è possibile fare bene senza imbrogliare. Eugenio Capodacqua, giornalista sportivo, intervistato da Attilio Bolzoni (La Repubblica), ha dichiarato: «Se Schwazer con il suo modello rappresenta una rivoluzione, Sandro Donati rappresenta una spina nel fianco dello sport corrotto da trent’anni in qua». Un messaggio che non doveva passare e qualcuno da punire: sarebbero questi i moventi a cui normalmente non daremmo credito, ma che in una vicenda del genere hanno un certo fascino di credibilità.

     Ma i sospetti di complotto aumentano ancora di più se si considerano le clamorose stranezze e irregolarità riguardanti la stessa provetta che conteneva le urine analizzate.
     Ad esempio, tutta la documentazione della custodia della provetta nel suo viaggio verso il laboratorio è stranamente lacunosa e incompleta, come se non si fosse voluto far sapere dove la provetta fosse stata.
     Oppure il fatto (grave) che la provetta sia stata consegnata con su scritto il nome del luogo di provenienza (Racines), rompendo quindi l’anonimato previsto in questi casi che è garanzia di imparzialità dei risultati e serve appunto a impedire che qualcuno sappia quale provetta colpire nel caso di frode; luogo di provenienza che è infatti identificativo dell’atleta stesso, giacché a Racines abita solo un atleta, Alex Schwazer.
     Oppure la comunicazione dei risultati del secondo test comunicati con ben un mese di ritardo, come per accorciare al massimo il tempo a disposizione per una difesa (e infatti Alex è stato costretto a difendersi a Olimpiadi già iniziate).
     O anche la stessa natura della sostanza, il testosterone: esso, come si sa, ha effetti sulla forza e sull’aggressività, tutte cose di cui un maratoneta non ha bisogno. Se un marciatore vuole doparsi deve potenziare la resistenza (sono pur sempre 42 chilometri!) e usare il testosterone sarebbe inutile.
     I legali di Alex denunciano poi una serie di altre irregolarità, come la mancata firma di ricezione del campione o la non chiara identificazione di chi abbia fatto la consegna... Per non parlare del fatto che i responsabili abbiano consegnato il campione non al laboratorio, ma a un portiere!

     Troppi dubbi, quindi, troppi vuoti, troppe irregolarità, troppe manovre sospette e troppa poca chiarezza in questa vicenda che s’è fatta torbida più che chiarire come avrebbe dovuto fare. E intanto però, nonostante tutte queste stranezze, la difesa non ha potuto spiegare come abbia fatto quella minima quantità di testosterone esogeno (cioè non prodotto dal corpo dell’atleta) a finire nel sangue di Alex. E tanto basta per la condanna: 8 anni di squalifica. Traduzione: carriera finita.
     Ecco come si mette fuori gioco un atleta sfruttando un suo errore compiuto in passato, un atleta talentuoso, che aveva sbagliato ma che si era redento ed era pronto a dimostrarlo in una gara pulita, lanciando un bellissimo messaggio; un atleta che però aveva pestato i piedi alle persone sbagliate, a poteri più grandi di lui. E lo stesso vale per il suo allenatore, che probabilmente era il vero bersaglio da colpire.

     «Non marcerò mai più, nemmeno per un metro», ha detto Alex. E mentre milioni di fan (e anche una certa intelligenza) gli fanno sentire la loro vicinanza e gli dicono di credere in lui e nella sua buona fede, la sua vicenda ci ricorda che il mondo dello sport non è solo quello che si vede dagli spalti di uno stadio, ma, come spesso accade, è il terreno dove tenta di germogliare l’erbaccia degli interessi economici di pochi prepotenti corrotti.

     Di seguito potrete vedere una ricostruzione in stile docufilm delle trame ordite contro Alex Schwazer dai signori del doping. Il video è stato realizzato da Attilio Bolzoni (La Repubblica), giornalista che si occupa di mafia, e Massimo Cappello (La Repubblica) con la regia di Alberto Mascia e presenta molte delle intercettazioni telefoniche sopra richiamate, aiutando a farsi un’idea più completa di quello che è accaduto.

mercoledì 8 luglio 2015

Tsipras al Parlamento europeo: fondi per la Grecia andati a banche, il paese usato come laboratorio per l'austerità

     8 luglio 2015: il parlamento europeo, presieduto da Martin Schultz, è in seduta plenaria e attende l’ingresso di Alexis Tsipras, il premier greco a cui è stata data facoltà di parola davanti ai parlamentari per esporre il caso del suo paese. Al suo ingresso i leader della sinistra europea gli danno un caloroso benvenuto: dai seggi molti cartelli con il NO del referendum, a richiamare la bella vittoria morale del popolo greco, si mostrano orgogliosi; si levano applausi, qualcuno si avvicina al premier per stringergli la mano; i più audaci si lasciano andare perfino a un abbraccio.
     Tsipras è l’uomo del momento in Europa per via della scelta che ha fatto domenica 5 luglio: dare la parola al suo popolo con un referendum.
     Nel corso di pochi minuti Tsipras ha parlato con franchezza ai suoi colleghi, ammettendo verità per lo più delicate che spesso non si vuole sollevare nei dibattiti dell’Eurogruppo.
      Ecco riassunti i punti essenziali del suo discorso (segue video integrale con traduzione in italiano alla fine). Laddove necessario, sarà fornita qualche nota per meglio comprendere le questioni citate.


1. Il referendum non è un modo per dire no all'Europa, la Grecia non vuole una rottura con l’Europa.
     Molti ancora oggi credono infatti erroneamente che il referendum dovesse servire per scegliere se restare o meno in Europa o nell’Euro, ma la verità è che con quel referendum Tsipras chiedeva ai suoi elettori se fossero d’accordo che il governo accettasse le ennesime barbare condizioni di violazione di sovranità in cambio di aiuti economici, alimentando la spirale di riforme che hanno contribuito ad aggravare la crisi del paese.

2. La politica di austerità non ha rappresentato uno strumento per lo sviluppo, ma ha aggravato la crisi.
     Un punto sacrosanto che vale non solo per la Grecia ma per tutti gli altri paesi. In Italia sappiamo benissimo cosa questo abbia rappresentato. È bello che un leader europeo lo abbia dichiarato davanti a tutto il parlamento.

3. La Grecia è stata usata come un laboratorio per sperimentare l’austerità.
     La dichiarazione più coraggiosa dell’intervento di Tsipras, pensata da tutti ma taciuta quasi da tutta la stampa e soprattutto dai grandi leader (Mario Monti addirittura, in uno dei suoi deliri, dichiarò che la Grecia rappresentava una vittoria per l’euro).

4. I fondi stanziati per la Grecia non sono stati usati per il popolo greco, bensì sono stati stanziati per il salvataggio delle banche.
     Questo è il punto che più interessa approfondire in questo articolo: Özlem Onaran (economista, docente di Politica del lavoro a Greenwich), ha fatto emergere tramite l’istituzione ad aprile di una commissione di verità le prove che il debito greco è «non solo illegittimo e non sostenibile», ma addirittura «illegale». Pare infatti che, di tutte le centinaia di miliardi di euro che sono stati inviati al paese, il 90% di essi sia stato dirottato alle banche al fine di salvarle e non alla spesa pubblica del paese, ovvero quei soldi sono stati sottratti ai cittadini e ai loro bisogni. Un meccanismo folle che sfiora il crimine contro l’umanità, giacché con questa condotta sono morte delle persone e di molte altre sono state violate la dignità e molti diritti fondamentali garantiti dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.
     Perfino Massimo D'Alema, in un suo recente intervento, ha confermato questa scandalosa verità. Secondo Onaran «degli oltre 243 miliardi che il Paese ha ricevuto negli ultimi cinque anni sono stati utilizzati per ripagare debito precedentemente contratto. Un altro 20% è andato alla ricapitalizzazione del sistema bancario, mentre solo un decimo di quei fondi ha alimentato la spesa pubblica. Insomma quei miliardi, il 60% dei quali prestati dal Fondo europeo di stabilità finanziaria (Efsf) oppure bilateralmente dai Paesi dell’eurozona, sono stati per lo più indirizzati verso creditori privati e istituti di credito greci, tedeschi o francesi».

5. Le giuste riforme che avrebbero potuto salvare la Grecia sono state volutamente evitate.
     Sempre grazie ad Onaran sappiamo, o meglio, abbiamo le prove che il default della Grecia non è stato uno stupido imprevisto, ma una cosa voluta, perché si conoscevano bene le conseguenze a cui il paese sarebbe andato incontro: «Commissione Europea e Bce assieme al Fondo Monetario Internazionale, con l’imposizione di povertà, disoccupazione e diseguaglianza, hanno dunque violato le loro stesse regole e princìpi» […] «In Grecia […] non è stata la popolazione a trarre benefici dai prestiti internazionali». Continua Onaran: «Già nel 2010 il Fondo Monetario Internazionale aveva teorizzato l’insostenibilità del debito senza una ristrutturazione, ma Bruxelles impose le sue condizioni. Nel report della Commissione sono menzionati documenti dell’organizzazione che ammettono tale consapevolezza. Secondo Philippe Legrain, che fu advisor del presidente della Commissione europea Josè Manuel Barroso fino al 2014, gli interessi delle banche furono sistematicamente privilegiati rispetto a quelli dei cittadini. Sapevano a cosa saremmo andati incontro, eppure si è voluto che le cose procedessero fino a un braccio di ferro che lascia poco spazio alla razionalità economica e troppo all’ideologia». E conclude: «Nel 1953 metà del debito della Germania fu cancellato con l’accordo di Londra. Oggi, come allora, l’Europa necessita di una conferenza sul debito. Coloro che sono usciti vincitori dalla crisi finanziaria non hanno interesse a cambiare le cose, ma le persone hanno diritto di sapere che i propri soldi sono stati usati per salvare le banche. La faccenda non riguarda solo la Grecia: attraverso le stesse dinamiche e con le stesse giustificazioni gli errori dell’austerity sono stati riprodotti negli altri Paesi europei».

6. La debolezza della Grecia è in realtà una debolezza dell’Europa: essa non sa affrontare in modo efficace le politiche economiche. Occorre quindi un intervento europeo non solo per la Grecia ma per tutta l'unione.
     Queste parole ci rimandano al vero spirito dell’Unione europea: quello di una collaborazione e una cooperazione tra democrazie, non un’egemonia di pochi paesi che ne ricattano altri che non entrano nel merito dei casi specifici, pretendendo l’assurdo solo perché credono di essere in posizioni di prevalenza finanziaria. Tsipras con queste parole ha restituito all’Unione il suo significato più pulito e autentico: i leader europei dovrebbero prendere esempio.



     Vi lascio qui il discorso integrale di Tsipras. Buona visione!




sabato 14 marzo 2015

Caso Ruby: il reato c’è ma non è più punibile. Berlusconi assolto dalla Cassazione

     Lo scorso luglio su questo blog si è parlato in un apposito articolo dell’assoluzione in Appello di Silvio Berlusconi dalle accuse di concussione e prostituzione minorile nell’ambito del processo Ruby. Da poche ore è arrivata la notizia della definitiva pronuncia dei giudici ermellini: la Cassazione assolve Silvio Berlusconi da tutte le accuse.

     Ora, un buon cittadino deve accettare le sentenze, anche perché a non farlo si ricadrebbe nello stesso errore che Berlusconi ha più volte fatto disprezzando la legge solo quando non gli dava ragione. E noi, da buoni cittadini, rispettiamo la sentenza. Certo, non possiamo però fare a meno di notare alcune stranezze e perplessità e, nell’attesa che i giudici rendano note le loro motivazioni, vogliamo dare un’occhiata a queste perplessità: vedremo che questo Berlusconi è un assolto un po’ sospetto. Esaminiamole punto per punto…

La prostituzione è avvenuta davvero
Ruby.
     L’iniziale strategia dei legali di Berlusconi (Ghedini e Longo) si basava sulla (ridicola) favoletta delle “cene eleganti”: ad Arcore non ci sarebbe stato alcun episodio di prostituzione, ma solo cene tra persone per bene, vestite a modo. Questo è quello che Berlusconi è andato sbandierando con una finta indignazione per mesi e mesi (e lo grida ancora oggi quando non è in aula). La verità emersa dai processi, però, è ben diversa: le ragazze venivano invitate alla villa appositamente per prestazioni sessuali e ricevevano per questo delle utilità sotto diverse forme. Prova ne sono i numerosi bonifici, messi in evidenza dal procuratore aggiunto Ilda Boccassini e dal pm Sangermano, a favore delle Olgettine.
     Quando il processo è passato in mano all’avvocato Coppi, però, c’è una svolta di realismo: Coppi sa bene che la storia delle cene non regge e allora ammette la verità: è vero, ci sono stati episodi di prostituzione ad Arcore. E anche per questo le prove abbondano, prime fra tutte le intercettazioni telefoniche tra Berlusconi e le Olgettine e anche delle Olgettine tra loro! Quelle di Ruby, poi, sono memorabili: potete riascoltarle in questo post e resterete a bocca aperta. Ma confessando in tribunale che la prostituzione c’è stata resta il problema della minore età di Ruby.

I capolavori di Coppi
L'avvocato Franco Coppi.
     L’avvocato Coppi è riuscito davvero a “rigirare la frittata” violando la logica e stuprando il buon senso, prendendo punto per punto i principali anelli deboli della difesa di Berlusconi e reinterpretandoli a modo suo. Ecco come…

1. Ruby era minorenne: questo elemento giustifica l’accusa di prostituzione minorile, ma grazie a Coppi l’accusa cade perché non è provato che Berlusconi, pur avendo avuto rapporti sessuali a pagamento con la ragazza, sapesse che all’epoca dei fatti fosse minorenne. Perplessità: lo sapevano tutti nel suo entourage, lo sapevano perfino le ragazze, ma Berlusconi era l’unico a non saperlo. Mh…

2. Ruby doveva essere liberata dalla Questura di Milano perché era la nipote di Mubarak: come sappiamo si tratta della scusa creata ad hoc durante la telefonata di Berlusconi al funzionario della Questura Pietro Ostuni per convincerlo a rilasciare la ragazza. Inventando una bugia, l’allora premier avrebbe commesso un reato per coprirne un altro (impedire che la ragazza lo sputtanasse ai questori). Questo giustificava l’accusa di concussione. Ma grazie a Coppi viene fuori che la storia della parentela con l’ex presidente egiziano fu una balla inventata dalla ragazza. Perplessità: come avrebbe fatto allora Berlusconi a convincere Ostuni a rilasciare la ragazza, quando la legge prevedeva che una minorenne beccata per un reato minore venisse affidata a una comunità? Mh…

3. Nella telefonata in Questura si parla di affidare Ruby al consigliere regionale-Olgettina Nicole Minetti perché la portasse in affido in una comunità. Ma questa procedura è prevista solo per i soggetti minorenni: questo vuol dire che Berlusconi sapeva che Ruby fosse minorenne! Ma grazie a Coppi l’idea dell’affido non viene da Berlusconi, bensì sarebbe nato dalla stessa Minetti parlando con Giorgia Iafrate, di turno quella notte in questura. Perplessità: Berlusconi dice a un funzionario “Oh, viene un consigliere regionale a prendersi la ragazza, non te ne frega niente per quale motivo: dagliela e basta” e tutto finisce? Non si può, bisogna dare almeno una piccola motivazione. In questa telefonata stanno scomparendo tutte le frasi, sembra quasi un numero di mimo fatto per telefono. Mh...

4. Berlusconi ha commesso concussione per far rilasciare Ruby: Ostuni sarebbe stato concusso secondo l’accusa proprio perché ha subito delle pressioni da parte di Berlusconi, allora Presidente del Consiglio, affinché facesse una cosa che normalmente non poteva essere fatta. Ora, il reato di concussione fino alla legge Severino permetteva di applicare il caso alla fattispecie, perché esisteva un solo tipo di concussione e quella di Berlusconi lo era per certo. La concussione poteva avvenire con qualunque modalità, ma nel 2012 (quindi quando il processo era ancora in corso!), Berlusconi fa varare la legge Severino, la quale prende il reato di concussione e lo disgrega in due fattispecie: da una parte abbiamo la concussione per costrizione (nuovo art. 317 c.p.), dall’altra una induzione indebita (art. 319-quater c.p.), reato meno grave, in cui una persona non è costretta con la forza e quindi può in teoria rifiutarsi.
     Ora, furono in molti all’epoca a identificare la fattispecie più corretta con la concussione per induzione, ovvero senza azione violenta o coercitiva ma per pressione psicologica o morale. Il Tribunale di Milano però ha scelto di applicare la concussione per costrizione e il capo d’accusa non ha retto, perché Coppi è riuscito a dimostrare che non esiste alcuna prova che Berlusconi abbia costretto Ostuni a commettere il reato. Infatti Berlusconi non ha costretto con la forza Ostuni, ma ha fatto leva sul suo ruolo di Presidente del Consiglio inducendo in Ostuni la paura di provocare un incidente internazionale (Ruby doveva essere la nipote di Mubarak!): era quindi meglio applicabile la fattispecie dell’induzione. Ma così non è stato.

     Ecco quindi che i giudici già in Appello non hanno potuto confermare la condanna del primo grado. Ma attenzione: i fatti restano provati. Restano provate le notti di prostituzione, resta provato che Ruby era minorenne, restano provate le telefonate con cui le ragazze confessano tutto, i pagamenti alle ragazze perché tacessero (e per questo c’è il processo Ruby-ter, dove Berlusconi è accusato di inquinamento delle prove per aver corrotto le ragazze affinché mentissero), insomma c’è tutto… E Berlusconi ha sempre dichiarato alla stampa e ai suoi elettori che niente di tutto questo fosse vero.
     Purtroppo nei Tribunali la verità è un concetto diverso da quello che usiamo nella vita di tutti i giorni: perciò, come dicevo, la sentenza si accetta perché in Tribunale non si è riusciti a dimostrare che Berlusconi abbia commesso quei reati con consapevolezza (ma li ha commessi comunque!), ma ai cittadini elettori non può non sfuggire che dietro questa verità giuridica ne esiste un’altra fin troppo evidente e imbarazzante, che non possiamo (giustamente) usare per condannare qualcuno, ma che ci serve per farci un’idea di chi sia la persona protagonista di quella verità e se meriti il nostro voto.



     Ecco quindi svelato l’arcano, che poi arcano non è: la legge cambiata con il processo ancora in corso, affinché un reato non risultasse più tale e quindi non più punibile, i soldi dati alle ragazze perché non testimoniassero, inquinamento probatorio, un avvocato che confessa spudoratamente il reato quando ormai non si può più punire e chissà che altro. Ecco la ricetta perfetta per essere assolti anche se colpevoli. State tranquilli perciò: Berlusconi rimane il solito birbante.


venerdì 31 ottobre 2014

Salvare Pompei, 105 milioni a rischio: “Riparte il futuro” propone la petizione

     Tutti, anche i sassi, conoscono gli scavi di Pompei: sono il sito archeologico dell’epoca romana più famoso e meglio conservato al mondo. Quest’area, riportata alla luce nel XVIII secolo e mappata interamente a fine ’800, è il punto di riferimento più importante per gli archeologi dell’età antica, nonché una grande fonte di pubblicità per il nostro paese, poiché richiama un numero impressionante di turisti ogni anno (il Ministero dei Beni Culturali fa sapere che nel 2013 il guadagno ha superato i 20 milioni di euro!). Si tratta di un bene talmente importante che l’UNESCO lo dichiara patrimonio dell’umanità.



    
Tuttavia negli ultimi anni il sito è stato lasciato a se stesso: lo stato ha smesso di occuparsene, sono stati registrati numerosi furti e soprattutto si sono verificati troppi, troppi crolli e danneggiamenti di strutture, che andrebbero messe in sicurezza e restaurate per evitare che l’incuria e l’indifferenza delle istituzioni provochi quello che duemila anni non sono riusciti a fare: distruggere il sito.
     Nel 2010 c’è il crollo della Domus dei Gladiatori, a marzo 2014 ben tre crolli vengono registrati in meno di 24 ore e a giugno altri due cedimenti strutturali. La situazione è chiara: Pompei è abbandonata.

     Il Grande Progetto Pompei, presentato da Mario Monti nel 2012, è uno stanziamento di fondi, in parte italiani in parte europei, per un totale di ben 105 milioni di euro, che si propone di restaurare, mettere in sicurezza e valorizzare il sito. Naturalmente, però, in casi simili c’è il rischio che i fondi stanziati vengano dirottati dalla corruzione e dalla malavita organizzata, che inevitabilmente prova ad insinuarsi nelle gare d’appalto. Nelle intenzioni iniziali, doveva esistere un protocollo che sorvegliasse la trasparenza delle operazioni e che controllasse gli episodi di corruzione: per questo, a sorveglianza dell’operazione è stato posto il Generale dei Carabinieri Giovanni Nistri, che in questo periodo ha steso una relazione in cui denuncia i pericoli di infiltrazione malavitosa e di corruzione. Già a febbraio 2013, infatti, la Guardia di Finanza denuncia alcuni soggetti coinvolti nelle operazioni per corruzione, abuso d’ufficio, frode e truffa.

     Riparte il Futuro, da sempre attivo in questi casi, ha lanciato una petizione, che chiediamo di firmare gratuitamente, con cui si chiede alla Camera un’audizione del generale Nistri affinché la sua relazione sia resa nota. Ricordiamo infatti che il generale ha anche proposto una procedura per ampliare la partecipazione dell’opinione pubblica alla questione e rendere noti tutti i passaggi delle procedure, improntando la cosa alla massima trasparenza possibile. Quando la gente partecipa, infatti, è molto più difficile che si verifichino episodi di corruzione.

     Firmiamo dunque, e facciamo firmare, questa necessaria petizione, permettiamo a Pompei di rialzarsi in tutto il suo splendore, perché è perfettamente possibile! Ci sono 105 milioni di euro già pronti!







mercoledì 29 ottobre 2014

Trattativa, i giudici interrogano Napolitano. La tesi dell’accusa è fondata

     I giudici di Palermo hanno ragione: la trattativa tra alcuni vertici dello Stato e Cosa Nostra nella stagione 1992-93 è servita per concedere alla mafia alcuni privilegi e lo Stato italiano ha accondisceso. Questa è la notizia più rilevante venuta fuori dall'interrogatorio a carico del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano da parte di un pool di magistrati e avvocati provenienti da Palermo e coraggiosamente impegnati nel processo sulla Trattativa stato-mafia.
    
Il pool è arrivato al Quirinale ieri mattina alle 9:40. Napolitano non è voluto andare a Palermo, dove secondo il magistrato Antonio Ingroia, ieri ospite a L'aria che tira su La7, aveva il dovere morale di recarsi spontaneamente, per testimoniare nell’aula bunker dove si ascoltano i testi del processo. Alle 10:05 inizia l’interrogatorio.
     Nella sala “oscura” del Bronzino, stanza priva di finestre, Napolitano entra davanti a un gruppo composto principalmente dal procuratore aggiunto Vittorio Teresi, i pm Antonino di Matteo, Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia, più gli avvocati degli imputati, come il legale di Riina o di Mori. Totalmente assenti i giornalisti e i fotografi, che attendono fuori le prime indiscrezioni dei magistrati e tengono d’occhio i comunicati ufficiali del Colle.

     Quaranta domande appositamente preparate e vagliate preventivamente a cui Napolitano ha dovuto dare risposta. Ma perché i giudici hanno voluto il contributo di Napolitano nel processo sulla trattativa? Fondamentalmente erano due le cose che interessavano.
     La prima riguardava una lettera scritta da Loris D’Ambrosio, il consulente giuridico di Napolitano, morto di infarto nel luglio 2012, indirizzata al Presidente della Repubblica: in essa il consulente denunciava «episodi del periodo 1989-1993 che mi preoccupano e fanno riflettere; che mi hanno portato a enucleare ipotesi – solo ipotesi – di cui ho detto anche ad altri, quasi preso anche dal vivo timore di essere stato allora considerato solo un ingenuo e utile scriba di cose utili a fungere da scudo per indicibili accordi».
     Il secondo tema era invece relativo alla consapevolezza di Napolitano che esistesse effettivamente una strategia mafiosa che mirava ad ottenere dallo Stato determinate cose attraverso l’uso delle stragi.

Loris D'Ambrosio
     Sul primo punto è da dire che il contributo di Napolitano è stato alquanto deludente. I giudici volevano che Napolitano, che lavorava a strettissimo contatto con D'Ambrosio, spiegasse il senso di quell'allarme che il suo consulente gli aveva lasciato: D'Ambrosio parla di «indicibili accordi» e teme di essere stato usato come ingranaggio di un meccanismo criminoso che ha prodotto fatti che «fanno riflettere». Un allarme molto esplicito. Napolitano risponde che non sa interpretare il senso di quelle parole e che anzi l'allarmismo di quella lettera era sicuramente riconducibile alla forte ansia che D'Ambrosio provava in quei giorni in cui si sentiva al centro dell'attenzione e temeva di essere associato ingiustamente a vicende di mafia: «D’Ambrosio era sconvolto per la campagna mediatica nei suoi confronti. Ma mai mi parlò del suo timore di essere considerato scriba di indicibili accordi». Gli risponde Antonio Ingroia a Coffee Break su La7 con un’obiezione: Napolitano si trova sul tavolo una lettera in cui il suo collaboratore più stretto denuncia una cosa tanto oscura e grave e non si preoccupa in tutto quel tempo di chiamarlo a colloquio per farsi spiegare quali fossero questi indicibili accordi? In questo senso, in effetti, il Presidente delude, perché alla domanda non risponde e dice solo che con D’Ambrosio non ha mai affrontato questo argomento, parlando invece solo delle sue dimissioni. I testimoni dell’interrogatorio hanno inoltre riferito che Napolitano si sia mostrato stizzito alle domande su D’Ambrosio e che ha praticamente passato tutta la prima mezz’ora di interrogatorio dando le spalle ai magistrati con cui parlava.

Il pm Antonino di Matteo
     Sul secondo punto invece Napolitano si è aperto di più. Ora, tutti sanno che la trattativa è effettivamente esistita (il processo indaga su chi abbia fatto questa trattativa e perché), ma Napolitano per la prima volta conferma che la tesi sostenuta dai magistrati dell’accusa è effettivamente fondata, giacché afferma che all’epoca i più alti vertici dello stato sentivano come minaccia allo Stato gli episodi stragisti; Napolitano afferma inoltre che quella strategia fosse «finalizzata a dare un aut aut ai pubblici poteri o a fare pressioni di tipo destabilizzante». E Travaglio, su Il fatto quotidiano, si chiede giustamente «Chissà che cosa scriverà, ora, chi aveva teorizzato che la testimonianza di Napolitano era inutile, superflua, un pretestuoso accanimento dei pm di Palermo a caccia di vendette per il conflitto di attribuzioni, un pretesto per “mascariare” il presidente della Repubblica agli occhi degli italiani e del mondo intero, per trascinarlo nel fango della trattativa Stato-mafia, per spettacolarizzare mediaticamente un processo già morto in partenza sul piano del diritto, naturalmente per violare le sue prerogative autoimmunitarie, e altre scemenze».

Antonio Ingroia
          Tra le varie polemiche, qualcuno afferma che la trattativa non ci sia mai stata (come facciano a dirlo se il processo ancora deve concludersi, è un mistero), altri invece che dicono che la trattativa c’è stata ma è stata fatta con una legittima ragion di stato, perché sarebbe servita a salvare la vita a delle persone: Ingroia chiarisce anche questo aspetto. Secondo il magistrato, infatti, se è vero che uno Stato può avere la libertà di trattare perfino con un’organizzazione criminale per il bene del paese, dev’essere altrettanto vero che prima o poi (e sono passati vent’anni!) di questa trattativa dev’essere reso conto ai cittadini. Magari non subito, perché ci sono dei rischi nell’immediato, ma poi la cosa deve diventare pubblica. È infatti per i cittadini che gli esponenti dello Stato fanno ciò che fanno: se quindi è vero che lo Stato ha trattato con la mafia per il bene del paese, cosa ha concesso alla mafia? E che cosa ha ricevuto in cambio? Chi ha fatto inoltre questa trattativa? Nessuna di queste domande ha mai ricevuto risposta, anzi si è sempre fatta una certa difficoltà anche solo ad affrontare l’argomento; il fatto stesso che sia stato necessario iniziare un processo per trovare queste risposte fa pensare che l’accordo non fosse stato fatto per il bene del paese. Anzi, la tesi accusatoria sostiene appunto che il patto fosse stato realizzato per salvare la vita di alcuni politici, che a partire dall’omicidio Lima erano entrati nel mirino di Cosa Nostra perché non stavano mantenendo le promesse che le avevano fatto: e infatti dopo la trattativa la mafia cambia strategia e non pensa più ai politici. Passa ai magistrati, muoiono Falcone e Borsellino, che la mafia la combattevano, e arrivano le bombe.

Spadolini, Scalfaro e Napolitano
     C’è chi si è chiesto se la testimonianza di Napolitano fosse davvero necessaria, dal momento che si sapeva che la trattativa c’è stata per davvero. Intanto la novità della deposizione di Napolitano non sta nella certezza della trattativa, ma nel fatto che le più alte cariche dello Stato di allora (ovvero l’allora Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, l’allora Presidente del Senato Giovanni Spadolini e della Camera Giorgio Napolitano) fossero a conoscenza della natura ricattatoria della strategia stragista di Cosa Nostra. Infatti di questi tre personaggi, oggi solo Napolitano è ancora vivo ed è quindi un testimone prezioso per le indagini. Napolitano ha infatti confermato che anche all’epoca ci fosse la consapevolezza che gli omicidi di Cosa Nostra servivano a destabilizzare e indebolire lo Stato al fine di poterlo mettere in condizioni di fare una trattativa con cui avrebbe dovuto concedere (come poi ha fatto) un alleggerimento della lotta alla mafia (l’allora Ministro della Giustizia Giovanni Conso non rinnova ad esempio il 41-bis, cioè il regime di carcere duro, a un bel po’ di detenuti).

    Da un’altra corrente, fortemente rappresentata da alcuni esponenti del Pd, Napolitano si sarebbe comportato da Presidente esemplare perché, pur non essendo tenuto a farlo, ha concesso la propria testimonianza ai giudici. In verità c’è da dire che se per un privato cittadino aiutare a scovare la verità su un tema così scottante come la trattativa tra lo Stato e la mafia è un dovere civico, per un Presidente della Repubblica, che all’epoca era Presidente della Camera, testimoniare davanti a tali giudici dovrebbe essere un’urgenza improrogabile e al dovere civico e morale si aggiunge anche quello politico. Tanto più che l’interrogatorio ha portato via solo tre ore, compresa la pausa, quindi non si capisce cosa ci sia di eccezionale in questa paternalistica concessione. Lo stesso Napolitano ha più volte fatto appello all’operato dei magistrati per la famosa “ricerca della verità”. Ha fatto quindi solo il suo dovere.

     Meno degni di nota e più ridicoli sono i commenti di coloro che hanno visto nella “sfilata” di magistrati al Quirinale una cosa indegna e lesiva nei confronti dell’istituzione. A queste obiezioni basta rispondere dicendo che Napolitano era liberissimo di recarsi personalmente a Palermo evitando a tutte quelle persone persone di “sfilare” al Quirinale; ma anche che se dei magistrati indagano su un tema scottantissimo e vedono in una persona un prezioso testimone, quest’ultimo, sia esso un normale cittadino o il Capo dello Stato (che è anche un cittadino!), deve concedere il proprio contributo: e se il testimone fa il Presidente della Repubblica e non vuole andare a Palermo dai magistrati, è normale che siano questi ad andare da lui al Quirinale. Non possono mica aspettarlo in piazza! Tanto più se si tratta di Giorgio Napolitano, poi, che dopo aver ordinato la distruzione delle intercettazioni che lo vedevano a telefono con Mancino, sempre relativamente alla trattativa, ha perso un bel po' di credibilità.


     Ad ogni modo, nei prossimi giorni dovranno essere resi noti i verbali di questo interrogatorio e ci si potrà fare un’idea più precisa di cosa sia stato detto. Restiamo in attesa.

martedì 22 luglio 2014

100mila firme in poche ore: firma l’appello contro la riforma criminale di Renzi e Berlusconi

     Alzare il numero minimo di firme necessarie ai cittadini per chiedere un referendum da 500mila o 800mila firme: cosa vi sembra se non togliere ai cittadini la possibilità di intervenire nella gestione della politica? Eliminare l’eleggibilità dei senatori per renderli nominabili, non dai cittadini ma dai politici stessi: cosa vi sembra se non togliere ai cittadini la possibilità di intervenire nella gestione della politica? La Corte Costituzionale dice che la legge elettorale attuale (il Porcellum) è illegale perché non consente ai cittadini di esprimere preferenze? E nella nuova legge elettorale si continuano a lasciare le preferenze bloccate: cosa vi sembra se non togliere ai cittadini la possibilità di intervenire nella gestione della politica?



     Sono solo alcuni esempi dei contenuti della cosiddetta “riforma” che questo governo sta sostenendo, impedendo al Parlamento di fare il suo vero lavoro: fare leggi. Matteo Renzi, con la collaborazione del condannato Silvio Berlusconi e del suo braccio destro (imputato in vari processi) Denis Verdini, sta portando avanti questo progetto totalmente e ingiustificabilmente antidemocratico, il cui succo si può riassumere nell’espressione: “I cittadini non devono rompere le scatole, chi governa deve poter fare quello che vuole senza una controparte che possa ostacolarlo: basta dire loro che è fatto per il bene del paese e se ne staranno buoni”.
     Ma per fortuna non tutti sono idioti e non tutti si fanno infinocchiare. Ecco perché è molto importante che l’opinione pubblica faccia capire a questi criminali che i loro veri obiettivi sono stati riconosciuti e che nessuno vuole quelle che spacciano per riforme. Se una questione prende peso nel dibattito pubblico è più difficile per la casta politica far approvare certe leggi criminali.
     Il fatto quotidiano, sempre molto attento e attivo in queste questioni, lancia (e non è la prima volta) un appello, una petizione che i cittadini possono firmare comodamente da casa, in modo gratuito e in 3 secondi. È il modo che abbiamo di usare uno strumento democratico (finché ce li lasciano) per fermare lo scempio autoritario che Matteo Renzi, Silvio Berlusconi e i loro alleati (con il benestare di Giorgio Napolitano) stanno per compiere. La firma di ognuno avrà un peso enorme e i cittadini intelligenti lo hanno capito: in pochissime ore si sono superate le 100mila firme previste inizialmente e ora si punta a quota 500mila. I più grandi intellettuali e uomini di legge stanno sostenendo questo appello: da Rodotà a Zagrebelsky.

     Ecco la pagina da cui potete apporre la vostra firma di cittadini liberi e non schiavi inerti di imbroglioni e condannati



Qui trovate il testo dell’appello… A questo link potete invece leggere le 10 bellissime controproposte che Il fatto quotidiano ha lanciato in sostituzione di quelle di Renzi, Berlusconi & Co.

A:
Giorgio Napolitano, Presidente della Repubblica
Pietro Grasso, Presidente del Senato
Laura Boldrini, Presidente della Camera dei Deputati
Matteo Renzi, Presidente del Consiglio

Dite no al Parlamento dei nominati e alle riforme che limitano i referendum e uccidono la democrazia partecipata


LE CONTRORIFORME dell’Italicum e del Senato delle Autonomie, concordate dal governo con il pregiudicato Silvio Berlusconi e il plurimputato Denis Verdini:

- consentono a un pugno di capi-partito di continuare a nominarsi i deputati a propria immagine e somiglianza (con le liste bloccate per la Camera), addirittura aboliscono l’elezione dei senatori (scelti dalle Regioni fra consiglieri e sindaci, ridotti a un ruolo decorativo e per giunta blindati con l’immunità-impunità) e tagliano fuori i partiti medio-piccoli (con soglie di sbarramento abnormi);

- trasformano il Parlamento nello zerbino di un premier-padrone, “uomo solo al comando” senza controlli né contrappesi, con una maggioranza spropositata che gli permette di scegliersi un presidente della Repubblica e di influenzare pesantemente la Corte costituzionale, il Csm, la magistratura e l’informazione televisiva e stampata;

- espropriano i cittadini dei residui strumenti di democrazia diretta: i referendum (non più 500mila, ma addirittura 800mila firme) e le leggi di iniziativa popolare (non più 50mila, ma addirittura 250mila firme).

DICIAMO NO ALLA SVOLTA AUTORITARIA, come i migliori costituzionalisti italiani hanno definito il combinato disposto delle due controriforme, ispirate  – consapevolmente o meno – al “Piano di Rinascita Democratica” della loggia P2 di Licio Gelli.

DICIAMO SÌ ALLA DEMOCRAZIA PARTECIPATA e vi chiediamo di sostenere solo riforme istituzionali che rispettino lo spirito dei Padri Costituenti del  1946-’48: restituendo ai cittadini il diritto di scegliersi i parlamentari e coinvolgendoli nella cosa pubblica; tutelando le minoranze e le opposizioni; allargando gli spazi di partecipazione diretta alla formazione delle leggi; limitando l’immunità parlamentare alle opinioni espresse e ai voti dati e abolendo i privilegi impunitari in materia di arresti, intercettazioni e perquisizioni; combattendo i monopòli e i conflitti di interessi, specie nel mondo della televisione e della stampa; ampliando l’indipendenza e l’autonomia dei poteri di controllo, dalla magistratura all'informazione.

Antonio Padellaro
Marco Travaglio
Peter Gomez
e la redazione del Fatto Quotidiano