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martedì 23 febbraio 2016

«Gli italiani? Malati di mente!» Il dott. Andreoli dice la sua sulla gente del Belpaese

     Bisogna saperla leggere, questa intervista. Non è infatti uno sfogo razzista, non una discriminazione etnica, né lennesimo sbandieramento di un pregiudizio in stile Salvini. È unanalisi, una piccola ma vera analisi su uno dei mali del nostro paese. Il parere di Vittorio Andreoli, psichiatra, intervistato da Andrea Purgatori per l’edizione italiana dello Huffington Post, è che la società italiana sia affetta da alcuni disturbi di personalità che contribuirebbero molto ad alimentare o almeno a mantenere costanti molti dei problemi tipici del nostro paese. Al di là del tono usato, iperbolico e partecipato, trovo che sia indiscutibile il principio che noi italiani, intesi come massa, come popolo (non come singoli individui) abbiamo un serio problema di mentalità e di modo di porci verso i problemi.



“L’Italia è un paziente malato di mente. Malato grave. Dal punto di vista psichiatrico, direi che è da ricovero. Però non ci sono più i manicomi”. Il professor Vittorino Andreoli, uno dei massimi esponenti della psichiatria contemporanea, ex direttore del Dipartimento di psichiatria di Verona, membro della New York Academy of Sciences e presidente del Section Committee on Psychopathology of Expression della World Psychiatric Association ha messo idealmente sul lettino questo Paese che si dibatte tra crisi economica e caos politico e si è fatto un’idea precisa del malessere del suo popolo. Un’idea drammatica. Con una premessa: “Che io vedo gli italiani da italiano, in questo momento particolare. Quindi, sia chiaro che questa è una visione degli altri e nello stesso tempo di me. Come in uno specchio”.



Quali sono i sintomi della malattia mentale dell’Italia, professor Andreoli?
Ne ho individuati quattro. Il primo lo definirei “masochismo nascosto”. Il piacere di trattarsi male e quasi goderne. Però, dietro la maschera dell’esibizionismo.

Mi faccia capire questa storia della maschera.
Beh, basta ascoltare gli italiani e i racconti meravigliosi delle loro vacanze, della loro famiglia. Ho fatto questo, ho fatto quello. Sono stato in quel ristorante, il più caro naturalmente. Mio figlio è straordinario, quello piccolo poi…

Esibizionisti.
Ma certo, è questa la maschera che nasconde il masochismo. E poi tenga presente che generalmente l’esibizionismo è un disturbo della sessualità. Mostrare il proprio organo, ma non perché sia potente. Per compensare l’impotenza.

Viene da pensare a certi politici. Anzi, a un politico in particolare.
Pensi pure quello che vuole. Io faccio lo psichiatra e le parlo di questo sintomo degli italiani, di noi italiani. Del masochismo mascherato dall’esibizionismo. Tipo: non ho una lira ma mostro il portafoglio, anche se dentro non c’è niente. Oppure: sono vecchio, però metto un paio di jeans per sembrare più giovane e una conchiglia nel punto dove lei sa, così sembra che lì ci sia qualcosa e invece non c’è niente.

Secondo sintomo.
L’individualismo spietato. E badi che ci tengo a questo aggettivo. Perché un certo individualismo è normale, uno deve avere la sua identità a cui si attacca la stima. Ma quando diventa spietato…

Cattivo.
Sì, ma spietato è ancora di più. Immagini dieci persone su una scialuppa, col mare agitato e il rischio di andare sotto. Ecco, invece di dire “cosa possiamo fare insieme noi dieci per salvarci?”, scatta l’io. Io faccio così, io posso nuotare, io me la cavo in questo modo… individualismo spietato, che al massimo si estende a un piccolissimo clan. Magari alla ragazza che sta insieme a te sulla scialuppa. All’amante più che alla moglie, forse a un amico. Quindi, quando parliamo di gruppo, in realtà parliamo di individualismo allargato.

Terzo sintomo della malattia mentale degli italiani?
La recita.

La recita?
Aaaahhh, proprio così… noi non esistiamo se non parliamo. Noi esistiamo per quello che diciamo, non per quello che abbiamo fatto. Ecco la patologia della recita: l’italiano indossa la maschera e non sa più qual è il suo volto. Guarda uno spettacolo a teatro o un film, ma non gli basta. No, sta bene solo se recita, se diventa lui l’attore. Guarda il film e parla. Ah, che meraviglia: sto parlando, tutti mi dovete ascoltare. Ma li ha visti gli inglesi?

Che fanno gli inglesi?
Non parlano mai. Invece noi parliamo anche quando ascoltiamo la musica, quando leggiamo il giornale. Mi permetta di ricordare uno che aveva capito benissimo gli italiani, che era Luigi Pirandello. Aveva capito la follia perché aveva una moglie malata di mente. Uno nessuno e centomila è una delle più grandi opere mai scritte ed è perfetta per comprendere la nostra malattia mentale.

Torniamo ai sintomi, professore.
No, no. Rimaniamo alla maschera. Pensi a quelli che vanno in vacanza. Dicono che sono stati fuori quindici giorni e invece è una settimana. Oppure raccontano che hanno una terrazza stupenda e invece vivono in un monolocale con un’unica finestra e un vaso di fiori secchi sul davanzale. Non è magnifico? E a forza di raccontarlo, quando vanno a casa si convincono di avere sul serio una terrazza piena di piante. E poi c’è il quarto sintomo, importantissimo. Riguarda la fede…

Con la fede non si scherza.
Mica quella in dio, lasciamo perdere. Io parlo del credere. Pensare che domani, alle otto del mattino ci sarà il miracolo. Poi se li fa dio, San Gennaro o chiunque altro poco importa. Insomma, per capirci, noi viviamo in un disastro, in una cloaca ma crediamo che domattina alle otto ci sarà il miracolo che ci cambia la vita. Aspettiamo Godot, che non c’è. Ma vai a spiegarlo agli italiani. Che cazzo vuoi, ti rispondono. Domattina alle otto arriva Godot. Quindi, non vale la pena di fare niente. E’ una fede incredibile, anche se detta così sembra un paradosso. Chi se ne importa se ci governa uno o l’altro, se viene il padre eterno o Berlusconi, chi se ne importa dei conti e della Corte dei conti, tanto domattina alle otto c’è il miracolo.

Masochismo nascosto, individualismo spietato, recita, fede nel miracolo. Siamo messi malissimo, professor Andreoli.
Proprio così. Nessuno psichiatra può salvare questo paziente che è l’Italia. Non posso nemmeno toglierti questi sintomi, perché senza ti sentiresti morto. Se ti togliessi la maschera ti vergogneresti, perché abbiamo perso la faccia dappertutto. Se ti togliessi la fede, ti vedresti meschino. Insomma, se trattassimo questo paziente secondo la ragione, secondo la psichiatria, lo metteremmo in una condizione che lo aggraverebbe. In conclusione, senza questi sintomi il popolo italiano non potrebbe che andare verso un suicidio di massa.

E allora?
Allora ci vorrebbe il manicomio. Ma siccome siamo tanti, l’unica considerazione è che il manicomio è l’Italia. E l’unico sano, che potrebbe essere lo psichiatra, visto da tutti questi malati è considerato matto.

Scherza o dice sul serio?
Ho cercato di usare un tono realistico facendo dell’ironia, un tono italiano. Però adesso le dico che ogni criterio di buona economia o di buona politica su di noi non funziona, perché in questo momento la nostra malattia è vista come una salvezza. E’ come se dicessi a un credente che dio non esiste e che invece di pregare dovrebbe andare in piazza a fare la rivoluzione. Oppure, da psichiatra, dovrei dire a tutti quelli che stanno facendo le vacanze, ma in realtà non le fanno perché non hanno una lira, tornate a casa e andate in piazza, andate a votare, togliete il potere a quello che dice che bisogna abbattere la magistratura perché non fa quello che vuole lui. Ma non lo farebbero, perché si mettono la maschera e dicono che gli va tutto benissimo”.

Guardi, professore, che non sono tutti malati. Ci sono anche molti sani in circolazione. Secondo lei che fanno?
“Piangono, si lamentano. Ma non sono sani, sono malati anche loro. Sono vicini a una depressione che noi psichiatri chiamiamo anaclitica. Penso agli uomini di cultura, quelli veri. Che ormai leggono solo Ungaretti e magari quel verso stupendo che andrebbe benissimo per il paziente Italia che abbiamo visitato adesso e dice più o meno: l’uomo… attaccato nel vuoto al suo filo di ragno.

E lei, perché non se ne va?
Perché faccio lo psichiatra, e vedo persone molto più disperate di me.

Grazie della seduta, professore.
Prego.



Tratto da: Huffington Post

mercoledì 6 gennaio 2016

Il messaggio del gorilla Koko all’umanità: «Aiutate la Terra!»

     Esiste al mondo una scimmia in grado di comunicare con gli esseri umani. È una femmina di gorilla, è nata nel 1971 e si chiama Koko: Sapere audeo ha raccontato la sua storia nel 2012 in un post.
     La storia è semplice: una psicologa, la dott.ssa Patterson, le ha insegnato il linguaggio dei segni usato dalle persone mute; nel corso dei suoi quasi 45 anni Koko ha imparato a formulare più di 1100 concetti e a capirne ancora di più usando e vedendo usare le mani. Come si vede da numerosissimi video, molti dei quali disponibili su YouTube, Koko sa qualificare lidentità propria e quella altrui, sa comunicare i suoi bisogni, esprimere i suoi sentimenti e i suoi gusti, sa fare richieste e comprende una enorme quantità di concetti, spesso anche astratti, che le vengono comunicati, come il concetto di tempo o quello di morte.
     Famosa per aver incontrato anche lattore Robin Williams e aver “parlato” e giocato con lui, Koko è tornata di recente alla ribalta con un vero e proprio messaggio allumanità. Si tratta di pochi secondi, nemmeno un minuto, ma il contenuto è davvero stupefacente se si pensa che viene da un gorilla: in questo messaggio Koko dice che luomo, a causa della sua stupidità, ha messo in pericolo la Terra e chiede di aiutare il pianeta.
     Molti scienziati vorrebbero sondare lattuale capacità comunicativa dellanimale, un compito in verità non facile: infatti che Koko sia in grado di comunicare è cosa fin troppo ovvia, ma più difficile è capire fino a che livello di complessità sintattica possa spingersi la sua abilità comunicativa e questa abilità viene sondata periodicamente. Ad ogni modo, quale che sia il suo livello attuale di “alfabetizzazione” e sensibilità concettuale, rimane la straordinarietà del “caso Koko”, primo animale al mondo capace di condividere con la specie umana lo stesso codice linguistico e, quindi, parlare la stessa lingua.

     Prima di guardare il videomessaggio (sottotitolato in inglese) vi lascio il suo contenuto: «Io sono un gorilla, io sono i fiori, sono un animale. Io sono la natura. Koko ama luomo, Koko ama la Terra. Ma luomo è stupido. A Koko dispiace, Koko piange. Il tempo vola! Guarite la Terra! Aiutate la Terra! Presto! Proteggete la Terra! La natura vi vede. Grazie.»

     Prendetevi questi pochi secondo per guardare queste immagini...


     Se siete curiosi e volete sapere come ha fatto la dott.ssa Patterson a creare questo bellissimo miracolo con cui due specie diverse possono comunicare con lo stesso codice linguistico e se volete vedere sapere come si è evoluto il percorso di apprendimento di Koko, potete dare uno sguardo a questo articolo (vi troverete anche un documentario dedicato).




domenica 20 dicembre 2015

Scripta manent, n. 23 – Come non farsi manipolare dal potere: il decalogo di Chomsky

     Noam Chomsky è un celebre linguista e teorico della comunicazione. Attento osservatore della realtà sociale e dell’uso della comunicazione che il potere fa, ha prodotto degli scritti che abbracciano anche la sfera politico-sociale, oltre che quella prettamente linguistica. I suoi studi sono conosciuti in tutto il mondo e quello che leggerete nelle prossime righe è un elenco in cui vengono presentati i principi a cui il cattivo potere si ispira per controllare – e ingannare – le persone.
     Si tratta di “regole” che stupiscono per la loro semplicità e per la loro attualità, vere e proprie strategie per danneggiare le masse, usate dalle lobby e dalla cattiva politica. Chiunque non potrà che trovare estremamente utile questo riferimento, specie di questi tempi, per imparare a difendersi dai gruppi di potere malintenzionati.
     Leggendo, molti forse si renderanno conto anche di come sia stato possibile giungere ad accettare nel nostro paese scelte sbagliate volute o comunque attuate dalla politica senza che si creasse una vera opposizione nell'opinione pubblica. Ma più che mai, questo decalogo ha il vantaggio di ribadire una cosa: che in democrazia è il popolo a essere sovrano, quindi se le cose vanno male la responsabilità è soprattutto del popolo, non di poche centinaia di politici, e per questo sono le persone nel loro insieme a dover innescare il cambiamento: imparare questa lista può essere un ottimo inizio.


1 – La strategia della distrazione. L’elemento principale del controllo sociale è la strategia della distrazione che consiste nel distogliere l’attenzione del pubblico dai problemi importanti e dai cambiamenti decisi dalle élites politiche ed economiche utilizzando la tecnica del diluvio o dell’inondazione di distrazioni continue e di informazioni insignificanti. La strategia della distrazione è anche indispensabile per evitare l’interesse del pubblico verso le conoscenze essenziali nel campo della scienza, dell’economia, della psicologia, della neurobiologia e della cibernetica. Sviare l’attenzione del pubblico dai veri problemi sociali, tenerla imprigionata da temi senza vera importanza. Tenere il pubblico occupato, occupato, occupato, senza dargli tempo per pensare, sempre di ritorno verso la fattoria come gli altri animali.


2 – Creare il problema e poi offrire la soluzione. Questo metodo è anche chiamato “problema–reazione–soluzione”. Si crea un problema, una “situazione” che produrrà una determinata reazione nel pubblico in modo che sia questa la ragione delle misure che si desiderano far accettare. Ad esempio: lasciare che dilaghi o si intensifichi la violenza urbana, oppure organizzare attentati sanguinosi per fare in modo che sia il pubblico a pretendere le leggi sulla sicurezza e le politiche a discapito delle libertà. Oppure: creare una crisi economica per far accettare come male necessario la diminuzione dei diritti sociali e lo smantellamento dei servizi pubblici.


3 – La strategia della gradualità. Per far accettare una misura inaccettabile, basta applicarla gradualmente, col contagocce, per un po’ di anni consecutivi. Questo è il modo in cui condizioni socioeconomiche radicalmente nuove (neoliberismo) furono imposte negli anni 80 e 90: uno Stato al minimo, privatizzazioni, precarietà, flessibilità, disoccupazione di massa, salari che non garantivano più redditi dignitosi, tanti cambiamenti che avrebbero provocato una rivoluzione se fossero stati applicati in una sola volta.


4 – La strategia del differire. Un altro modo per far accettare una decisione impopolare è quella di presentarla come “dolorosa e necessaria” guadagnando in quel momento il consenso della gente per un’applicazione futura. E’ più facile accettare un sacrificio futuro di quello immediato. Per prima cosa, perché lo sforzo non deve essere fatto immediatamente. Secondo, perché la gente, la massa, ha sempre la tendenza a sperare ingenuamente che “tutto andrà meglio domani” e che il sacrificio richiesto potrebbe essere evitato. In questo modo si dà più tempo alla gente di abituarsi all’idea del cambiamento e di accettarlo con rassegnazione quando arriverà il momento.


5 – Rivolgersi alla gente come a dei bambini. La maggior parte della pubblicità diretta al grande pubblico usa discorsi, argomenti, personaggi e una intonazione particolarmente infantile, spesso con voce flebile, come se lo spettatore fosse una creatura di pochi anni o un deficiente. Quanto più si cerca di ingannare lo spettatore, tanto più si tende ad usare un tono infantile. Perché? Se qualcuno si rivolge ad una persona come se questa avesse 12 anni o meno, allora, a causa della suggestionabilità, questa probabilmente tenderà ad una risposta o ad una reazione priva di senso critico come quella di una persona di 12 anni o meno.


6 – Usare l’aspetto emozionale molto più della riflessione. Sfruttare l’emotività è una tecnica classica per provocare un corto circuito dell’analisi razionale e, infine, del senso critico dell’individuo. Inoltre, l’uso del tono emotivo permette di aprire la porta verso l’inconscio per impiantare o iniettare idee, desideri, paure e timori, compulsioni, o per indurre comportamenti.


7 – Mantenere la gente nell’ignoranza e nella mediocrità. Far sì che la gente sia incapace di comprendere le tecniche ed i metodi usati per il suo controllo e la sua schiavitù. La qualità dell’educazione data alle classi sociali inferiori deve essere la più povera e mediocre possibile, in modo che la distanza creata dall’ignoranza tra le classi inferiori e le classi superiori sia e rimanga impossibile da colmare da parte delle inferiori.


8 – Stimolare il pubblico ad essere favorevole alla mediocrità. Spingere il pubblico a ritenere che sia di moda essere stupidi, volgari e ignoranti.


9 – Rafforzare il senso di colpa. Far credere all’individuo di essere esclusivamente lui il responsabile della proprie disgrazie a causa di insufficiente intelligenza, capacità o sforzo. In tal modo, anziché ribellarsi contro il sistema economico, l’individuo si auto svaluta e si sente in colpa, cosa che crea a sua volta uno stato di repressione di cui uno degli effetti è l’inibizione ad agire. E senza azione non c’è rivoluzione!


10 – Conoscere la gente meglio di quanto essa si conosca. Negli ultimi 50 anni, i rapidi progressi della scienza hanno creato un crescente divario tra le conoscenze della gente e quelle di cui dispongono e che utilizzano le élites dominanti. Grazie alla biologia, alla neurobiologia e alla psicologia applicata, il “sistema” ha potuto fruire di una conoscenza avanzata dell’essere umano, sia fisicamente che psichicamente. Il sistema è riuscito a conoscere l’individuo comune molto meglio di quanto egli conosca sé stesso. Ciò comporta che, nella maggior parte dei casi, il sistema esercita un più ampio controllo ed un maggior potere sulla gente, ben maggiore di quello che la gente esercita su sé stessa.


Noam Chomsky, Media e potere


giovedì 23 febbraio 2012

Scripta manent, n. 13 - Potere di una carezza

     Uno degli aspetti più belli delle scienze della psiche è che grazie a esse possono essere compresi finissimi meccanismi che influiscono in maniera anche fortemente incisiva sull’agire quotidiano, sebbene la loro portata non sia immediatamente evidente nell’esperienza di chi osserva ingenuamente il comportamento umano. Eric Berne (1910-1970) è stato un importante psicologo autore di una teoria chiamata analisi transazionale, che è un modo di spiegare i legami e i rapporti sociali alla luce del concetto di “transazione”, ovvero lo scambio di forme di riconoscimento tra persone, dove per riconoscimento s’intende qualunque modo gestuale o verbale con cui un individuo A mostra a un individuo B di dargli la sua attenzione.
     Quest’argomento è molto affascinante, perché va a sviscerare molti meccanismi con cui noi costruiamo senza saperlo le relazioni col resto del mondo: le relazioni sociali, infatti, hanno un elevatissimo potere autopoietico sull’individuo, poiché tramite quelle forme l’individuo si forma una personalità sua, la quale a sua volta lo porterà a fare delle scelte che influenzeranno il mondo dal quale egli ha ricevuto stimoli. In uno dei suoi libri in cui si affronta l’argomento, Berne si concentra sui cosiddetti “giochi”, ovvero tutte quelle tacite regole che seguiamo involontariamente quando viviamo relazioni sociali: queste ultime sono classificate in “schemi tipici” (i giochi, appunto), che si ripetono con criteri ben precisi e da cui ci si dovrebbe poter liberare.
     Il seguente passo, tratto dalle prime pagine di A che gioco giochiamo (titolo originale: Games people play), contiene una breve esposizione del nucleo della teoria dell’analisi transazionale: l’autore parte proprio dall’origine, dalla causa prima da cui muove tutto il nostro bisogno di ricevere riconoscimenti dagli altri e ne sottolinea l’importanza e il ruolo nel nostro modo di instaurare legami con gli altri. Credo che rappresenti un interessante punto di partenza per chiunque voglia vivere in maniera meno inconsapevole e, quindi, più equilibrata il suo rapporto con gli altri.


     La teoria del rapporto sociale, abbastanza diffusamente trattata in Analisi transazionale, può essere così riassunta.
     Spitz ha notato che i neonati privati di cure manuali per un certo periodo di tempo alla lunga tendono a sprofondare in una irreversibile depressione per soccombere infine a disturbi intercorrenti. In sostanza questo significa che la privazione emotiva, come la chiama Spitz, può avere un esito fatale. Queste osservazioni portarono alla formulazione del concetto di fame di stimolo e indicarono che le forme di stimoli particolarmente desiderate sono quelle generate dall’intimità fisica; e alla luce dell’esperienza quotidiana non è difficile accettare questa conclusione.
     Un fenomeno analogo si nota negli adulti soggetti a privazione sensoria. Sperimentalmente essa può provocare una passeggera psicosi, o almeno disturbi mentali temporanei. Già in passato si era notato che la privazione sociale e sensoria aveva avuto effetti del genere sui detenuti condannati a lunghi periodi di isolamento. Infatti l’isolamento è una delle punizioni più temute anche dai detenuti incalliti alla brutalità fisica, e ai nostri giorni è diventato, come si sa, un sistema per ridurre all’obbedienza gli avversari politici. (Viceversa, l’arma migliore per combattere l’acquiescenza politica è l’organizzazione sociale).
     Dal punto di vista biologico, è probabile che la privazione emotiva e sensoria tenda a instaurare o almeno a favorire dei mutamenti organici. Se il sistema attivatorio reticolare del cervelletto non riceve abbastanza stimoli, si può avere una degenerazione delle cellule nervose, per lo meno indirettamente. Può darsi che si tratti di un effetto secondario dovuto a difetto d’alimentazione, ma questo a sua volta può derivare da apatia, come nei bambini sofferenti di marasma. Si può dunque postulare l’esistenza di una catena biologica che va dalla privazione emotiva e sensoria all’apatia e di qui alle modifiche degenerative e alla morte. In questo senso la fame di stimolo ha con la sopravvivenza dell’organismo umano lo stesso rapporto della fame di cibo.
     Difatti si può stabilire un parallelo tra fame di stimolo e fame di cibo non solo sotto l’aspetto biologico ma anche sotto l’aspetto psicologico e sociale. Certi termini come denutrizione o sazietà, goloso, buongustaio o parco, sono passati dal campo dell’alimentazione a quello delle sensazioni. Come ci si rimpinza di cibo ci si può anche rimpinzare di stimoli. Nell’uno e nell’altro caso, quando le provviste sono abbondanti ed è possibile variare il menu, la scelta viene notevolmente influenzata dalle idiosincrasie individuali. Può darsi che in parte più o meno cospicua le idiosincrasie abbiano una motivazione costituzionale, ma questo non riguarda i problemi qui trattati.
     Lo psichiatra sociale si occupa di ciò che accade dopo che il bambino viene separato dalla madre, nel corso normale della crescita. Quanto si è detto fin qui si può riassumere, alla buona, così: “Senza carezze, non si cammina a petto in fuori.” Perciò, finito il periodo di stretta intimità con la madre, l’individuo si trova per il resto della vita di fronte a un dilemma che mette in gioco il suo destino e la sua sopravvivenza. Un corno del dilemma è rappresentato dalle forze sociali, psicologiche e biologiche che si oppongono alla perpetuazione dell’intimità fisica di tipo infantile; l’altro dallo sforzo continuo che si fa per perpetuarla. L’individuo finisce col ricorrere quasi sempre ad un compromesso. Impara ad accontentarsi di forme di toccamento più sottili, simboliche perfino, al punto che un semplice cenno di saluto serve in qualche misura allo scopo, anche se non soddisfa la fame di contatto fisico originaria.
     Si possono dare più nomi al processo del compromesso: sublimazione, per esempio. Ma comunque lo si chiami, porterà ad una parziale trasformazione della fame di stimolo infantile in quella che si può chiamare fame di riconoscimento. Via via che il compromesso si arricchisce di complicazioni l’individuo diventa più personale nella scelta dei mezzi che gli procurano il riconoscimento; le differenziazioni producono la varietà dei rapporto sociali e determinano il destino individuale. Per andare a testa alta e petto in fuori, il divo del cinema ha bisogno di centinaia di carezze alla settimana da parte di ammiratori anonimi, mentre alla salute fisica e mentale dello scienziato basta una carezza all’anno da parte di un venerato maestro.
     Con “carezza” si indica generalmente l’intimo contatto fisico; nella pratica il contatto può assumere forme diverse. C’è chi accarezza il bambino, chi lo bacia, chi gli dà un buffetto o un pizzicotto. Tutti questi gesti hanno un corrispondente nella conversazione: basta sentir parlare una persona per capire come si comporta con i bambini. Per estensione, con la parola “carezza” si può indicare familiarmente ogni atto che implichi il riconoscimento della presenza di un’altra persona. La carezza perciò serve come unità fondamentale dell’azione sociale. Uno scambio di carezze costituisce una transazione, unità del rapporto sociale.

Eric Berne, A che gioco giochiamo, Introduzione, 1. Il rapporto sociale



giovedì 2 febbraio 2012

Koko, il gorilla che parla con gli umani

     La scimmia che vedrete in questo video è una femmina di gorilla chiamata Koko. Nel video è nata da poco e una donna la sta nutrendo. La scena è tenera, ma non è questa la cosa che la rende degna di nota, quanto piuttosto il fatto che Koko sta “parlando” con la donna chiedendole di mangiare usando il linguaggio americano dei segni (ASL, American Sign Language), ovvero il linguaggio gestuale che usano i sordo-muti! Per questo motivo Koko è uno degli animali più famosi della letteratura scientifica psicologica.
     Allo stadio in cui la si vede nel video Koko è ancora molto piccola e conosce pochi segni: tuttavia, anche se in futuro ne imparerà molti di più, già ora è in grado di dire alla sua caregiver quando vuole mangiare, bere o quando vuole più cibo.
     Guardando attentamente, infatti, si può notare il segno che Koko fa mettendosi la mano davanti alla bocca, mimando il segno per la parola “bere”. Nell’inquadratura successiva si nota chiaramente anche il segno per la parola “mangiare”; più difficile da vedere è invece il segno per dire “di più” (in inglese “more”) che consiste nell’avvicinare la punta delle dita di entrambe le mani (lo si vede quando il timer segna 0:20, 0:23 e 0:27)


     Koko è l’abbreviazione della parola giapponese Hanabiko, che vuol dire “fuochi d’artificio per bambini”: questo nome le fu dato perché è nata il giorno del 4 luglio, che per gli americani è il Giorno dell’Indipendenza. È venuta al mondo in cattività, perché fu partorita nello zoo di San Francisco e il prossimo 4 luglio compirà 41 anni (è nata nel 1971).

Una scimmia speciale
     Perché Koko è una scimmia speciale? Normalmente gli umani sono in grado di interpretare le varie forme di comunicazione di molti animali: un cane che abbassi le orecchie e metta la coda tra le gambe indica paura; un uccello che apre le penne vicino a una femmina e mostra fiero il suo piumaggio si sta esibendo in un corteggiamento, indicando appetito sessuale; una leonessa nel suo periodo di fertilità rilascia molecole chimiche che vengono annusate dai leoni maschi (anche a molti chilometri di distanza) i quali capiscono che la femmina è pronta per l’accoppiamento… Tutti questi sono però esempi di comunicazione unilaterale in cui un animale usa il suo proprio codice comunicativo per mandare un messaggio a un altro animale. Il caso di Koko invece è diverso: questa femmina di gorilla è stata addestrata in tanti anni a comunicare non agli umani, ma con gli umani e non usando il suo codice comunicativo, bensì un codice linguistico che è stato inventato dagli umani (quindi un codice che non è suo)! In questo modo la comunicazione che avviene tra essa e gli umani è una comunicazione bilaterale, ovvero: gli uomini possono comunicare con Koko e viceversa con una forma codificata di linguaggio che non è propria dell’animale, ma che viene appresa dall’animale!

Koko in azione
     In questa scena vediamo un esempio di come Koko riesca a comunicare, avendo così un’idea generale di quello che questa femmina di gorilla sa fare. La dott.ssa Patterson fornisce a Koko un libro sugli animali, che Koko sfoglia con interesse (da notare il modo con cui Koko gira le pagine!). Koko segnala subito le illustrazioni che la colpiscono mimandone il concetto tramite gli appositi segni: quando vede dei fiori, per esempio, mima il segno per “fiore” (quando il timer segna 0:11) che consiste nel toccarsi le narici con la punta delle dita della mano; oppure quando vede l’immagine di un gatto rosso, si tocca le labbra perché le viene in mente uno dei suoi gattini domestici che si chiamava “Rossetto” (Lipstick” in inglese, dove “lip” vuol dire “labbro”). Dopo aver finito il libro, Koko apre anche la busta col biglietto di accompagnamento (perché il libro era un regalo) che ha sulla copertina un gattino: anche qui Koko segnala di aver capito e mima subito il segno di “gatto” (timer a 1:41).
     Poi la dott. Patterson chiede esplicitamente a Koko di scegliere la sua immagine preferita («Show your favourite picture») e Koko non ci pensa due volte: riapre il libro (sfogliandolo non più pagina per pagina, ma come facciamo noi umani quando cerchiamo una pagina in particolare), trova l’immagine del gattino rosso, lo bacia, lo indica e si ritocca di nuovo il labbro per dire che gli ricorda il suo gattino “Rossetto”. Come dirò più avanti, infatti, Koko aveva una forte predilezione per i gattini domestici.
     E quando a Koko viene chiesto di trovare un’immagine per Ron (si tratta di Ronald Cohn, un ricercatore che ha collaborato con la dott.ssa Patterson e che ha documentato la gran parte delle sessioni di addestramento e della vita di Koko), il gorilla sceglie il disegno di un alligatore con la bocca aperta che mostra i denti. Appena Ron arriva Koko gli mostra di avergli attribuito la figura e, capendo che forse la cosa non è lusinghiera, si scusa dicendo di sé che è una scimmia educata mimando il segno di “educato” (timer a 3:56) che si fa indicando col dito pollice il centro del proprio petto; infine, con una buffissima mossa che vi farà cadere dalla sedia per le risate, si copre il volto con le mani dalla vergogna!


Una lunga tradizione sperimentale
     Quello di Koko non è il primo caso di primate in grado di comunicare con gli umani nella letteratura scientifica: prima di lei altri esperimenti simili furono condotti e con diverse specie di scimmie. Famoso e degno di nota più di tutti è forse il caso della scimpanzé Washoe (morta nel 2007) che dalla fine degli anni ’60 del 1900 cominciò a essere istruita nel linguaggio dei segni dai coniugi Allen e Beatrix Gardner e che imparò circa 350 segni. Washoe fu perfino in grado di insegnare alcuni segni ai suoi simili, che quindi comunicavano col linguaggio dei segni tra loro!
Lo scimpanzé Washoe (a sinistra) con uno dei suoi caregiver,
Allen Gardner; e la scimmia bonobo Kanzi (a destra) con la sua
primatologa Sue Savage-Rumbaugh.
     Altro caso famoso di primate istruito al linguaggio ASL è lo scimpanzé bonobo chiamato Kanzi che imparò a comunicare con gli umani usando i simboli di un’apposita tastiera dotata di simboli geometrici: la madre di Kanzi non riuscì mai a imparare questa forma di linguaggio, perché era troppo adulta, invece Kanzi imparò osservando i ricercatori che tentavano a insegnare a sua madre. Questo avvenne perché gli animali hanno dei periodi in cui posso imparare certe abilità che invece non sono in grado di apprendere una volta che quel periodo è scaduto (questo vale anche per gli umani ovviamente: bambini a cui non viene insegnato a parlare durante l’infanzia non sono in grado di farlo più o di farlo correttamente se glielo si insegna dopo quel periodo). Tra l’altro Kanzi, fu capace di imparare anche un po’ di linguaggio ASL guardando proprio i video di Koko!

Perché proprio il linguaggio dei segni?
     I primi esperimenti in cui si addestrarono i primati non umani a comunicare con gli umani miravano a ottenere al linguaggio di tipo verbale, ovvero si voleva insegnare alle scimmie a produrre parole vere e proprie. Tuttavia questa idea dovette essere abbandonata per almeno due motivi: innanzitutto perché per articolare suoni verbali come quelli umani (che non sono versi, ma suoni complessi e molto vari), occorre coordinare una serie di muscoli in un modo altamente preciso e questo a sua volta richiede una parte di cervello capace di organizzare la contrazione corretta di quei muscoli, una caratteristica che non è presente nei primati non umani; inoltre le scimmie sono anatomicamente sprovviste di quelle strutture fonatorie con cui noi umani riusciamo ad articolare i nostri fonemi linguistici (occorre una certa dentatura, la presenza di seni paranasali fatti in un certo modo, una certa lingua e una certa laringe per parlare come noi facciamo).

Vita di un gorilla parlante
     Il “progetto Koko” fu gestito dalla dott.ssa Francince “Penny” Patterson, PhD., una psicologa laureatasi all’Università di Stanford, che ha compiuto un lavoro eccelso sia per quanto riguarda l’addestramento di Koko sia per la delicatezza e il tatto dimostrati nel trattamento dell’animale. Il progetto infatti è durato parecchi anni, al punto che la dott.ssa Patterson è praticamente invecchiata assieme a Koko!
     La Patterson infatti ha trattato Koko come se fosse un vero e proprio bambino: l’ha fatta vivere in un ambiente che fosse il più possibile ricco di caratteristiche umane e per questo almeno nei primi tempi è stata scelta una roulotte appositamente allestita con tutto il necessario (stoviglie per mangiare, coperte, un armadio, frigorifero, un televisore…); ogni mattina quando Koko faceva pipì in un apposito vasino, la dott.ssa ne raccoglieva un campione per monitorare la sua salute; nei periodi di freddo a Koko venivano fatti indossare dei vestiti (il suo preferito era un maglioncino rosso); l’alimentazione era soprattutto a base di frutta (i gorilla sono vegetariani); quando Koko faceva qualche marachella veniva “sgridata” ed educata quindi sulle norme comportamentali da tenere in certi contesti (non rompere gli oggetti, per esempio); ma soprattutto Penny Patterson ha avuto la felicissima intuizione di insegnare a Koko il linguaggio dei segni accompagnandolo con il linguaggio parlato. Penny parla a Koko come se fosse un bambino piccolo e questa è una cosa da non sottovalutare.
     Se questa psicologa si fosse comportata come i coniugi Gardner che parlavano a Washoe usando i soli segni gestuali, avrebbe limitato molto la sua capacità comunicativa: accompagnando invece all’uso dei segni anche le parole, la dott.ssa Patterson ha dato a Koko un numero enorme di stimoli, e questo ha avuto come conseguenza un grande ampliamento del suo lessico. Koko è stata così in grado di produrre oltre 1000 segni gestuali e di comprendere oltre 2000 parole in lingua inglese. Domanda: perché Koko comprende più parole di quante ne sappia produrre?
La psicologa dott.ssa Francine Patterson mentre addestra Koko
nell'uso del linguaggio dei segni.
     Mentre la comprensione di parole è un atto puramente mentale (se c’è l’udito è il cervello a elaborare automaticamente i suoni delle parole e ad associargli un significato), pronunciare parole (o comunque produrre segni gestuali che le rappresentino) è qualcosa di performativo, ovvero che richiede l’uso di una serie di muscoli che funzionino in maniera coordinata: questo vale per il linguaggio verbale, perché per parlare usiamo molti muscoli – muscoli intercostali e diaframma per la respirazione (ci serve aria per parlare), muscoli delle labbra, lingua, muscoli per muovere la mandibola -, ma anche nel caso di linguaggio dei segni, dal momento che per produrre segni si usano le mani e le braccia. A loro volta i muscoli sono mossi grazie all’azione di specifiche aree cerebrali che, funzionando volontariamente, richiedono uno sforzo mentale molto maggiore per essere attivate.
     Poiché quindi capire parole è più facile che produrle, è normale che Koko conosca il significato di un numero di parole doppio rispetto a quelle che sa produrre: questo avviene anche coi bambini umani, del resto, i quali comprendono molte delle richieste e delle frasi semplici dei loro genitori, pur non essendo ancora in grado di produrre quelle parole. Se la dott.ssa Patterson non avesse parlato a Koko, questa femmina di gorilla non avrebbe imparato a comunicare in un modo così straordinariamente cosciente e preciso.

Consapevolezza comunicativa o automatismi indotti?
     La prima obiezione della parte più scettica del mondo scientifico ad essere sollevata riguardò il fatto che Koko possa non essere per nulla consapevole di quello che fa quando usa il linguaggio ASL: per molti scienziati cioè Koko sarebbe stata addestrata a produrre quei gesti in maniera meccanica, automatica e senza davvero comprendere il significato che rappresentano. Questo modo di addestrare gli animali ha un nome preciso: si chiama condizionamento operante ed è un tipo di apprendimento in cui un soggetto (anche umano) viene invogliato a produrre un certo tipo di comportamento attraverso la somministrazione di “ricompense” (chiamate tecnicamente rinforzi) che hanno lo scopo di “premiare” l’esecuzione corretta di quel comportamento e aumentare così la probabilità che quello stesso comportamento sia ripetuto nel futuro. Questo accade, per esempio, tutte le volte che si addestrano animali come i cani nei film: attraverso palline di cibo (rinforzi) si premia l’animale quando esso riesce a eseguire certi movimenti in modo da spingerlo a farlo anche in futuro sotto l’aspettativa di quella stessa ricompensa. O, citando un famoso esperimento della scuola psicologica comportamentista, col condizionamento operante lo psicologo Burrhus Skinner addestrò molti animali a fare molte cose “particolari”, come i piccioni addestrati a giocare a una variante del ping-pong: in quello spassosissimo esperimento si vedevano due piccioni che si lanciavano una pallina e il piccione che riusciva a lanciare la pallina verso il suo “avversario” senza fargliela rimandare indietro aveva diritto a mangiare un pezzo di cibo.
     Ora, nel condizionamento operante non importa quanto l’animale sia consapevole di ciò che fa e, poiché a Koko venivano insegnati i segni ASL proprio attraverso l’uso di questa tecnica, è lecito pensare che essa li esegua senza sapere cosa significhino. Alcune evidenze, tuttavia, hanno demolito questo tipo di dubbi, dando la dimostrazione che invece la consapevolezza del significato dei segni c’è eccome. Se Koko, infatti, fosse stata semplicemente “vittima passiva” del condizionamento operante, avrebbe dovuto riprodurre i segni solo quando a essi fosse seguita una ricompensa (la risposta si estingue infatti se non viene più seguita dal rinforzo): invece nel corso di tanti anni di vita assieme alla dott.ssa Patterson, Koko ha usato molte volte quei segni autonomamente senza ricevere alcuna ricompensa per comunicare cose precise (sentimenti, giudizi, bisogni), spesso sotto esplicita richiesta (dimostrando così di “capire” la richiesta) e addirittura in maniera autonoma e creativa, arrivando perfino ad inventare segni nuovi con quelli che già conosceva per indicare nuovi oggetti o nuovi pensieri, come quando, per esempio, non conoscendo il segno per dire “anello”, usò i due segni “dito” e “bracciale” per dire “bracciale da dita”: esempi come questo dimostrano che il linguaggio dei segni, imparato sì tramite le tecniche del condizionamento operante, è tuttavia usato in maniera autonoma e consapevole una volta appreso il suo significato, il che è proprio ciò che sta alla base della comunicazione. Esiste un coinvolgimento mentale che non è puramente “automatico”, una forma di introiezione del concetto che permette all’animale di usarlo adeguatamente e autonomamente, una volta appresa la sequenza di movimenti per produrlo: questo, tra l’altro, avviene anche nell’apprendimento umano, in cui la consapevolezza viene dopo.

Una prova
     In questo video possiamo avere molte prove di quanto appena detto: la dott.ssa Patterson fornisce a Koko un palloncino giallo e le chiede di lavorare di fantasia («Be imaginative!») con quell’oggetto e di giocarci o farci qualcosa di creativo (da notare che la richiesta, eseguita in pieno, viene fatta verbalmente, e questo prova il fatto che Koko comprende anche il linguaggio parlato): Koko inizia a giocherellare col pallone, ma poi le viene in mente una cosa e si tocca la bocca. Si tratta di una rievocazione mnemonica riferita al giorno prima in cui Koko si era colorata di giallo la lingua con un pennarello con inchiostro non tossico: il colore del palloncino è lo stesso del pennarello e Koko indica spontaneamente che la sua lingua è dello stesso colore del palloncino (l’episodio viene mostrato nello stesso video). Con questo gesto Koko dimostra di rievocare coscientemente un ricordo recente, di avere coscienza di sé (la lingua colorata è la sua) e di esprimere un giudizio (nel caso specifico una comparazione tra due oggetti che hanno qualcosa in comune).
     Dopo un’altra richiesta di giocherellare col palloncino («Can you juggle it?») e di trattarlo come se fosse un bambino («Can you pretend it’s a baby?»), entrambe eseguite correttamente, il giorno dopo Koko compie sullo stesso palloncino un atto creativo. Le viene dato un pennarello nero e sul palloncino viene disegnata una faccina: Koko comincia a scriverci sopra (stando perfino attenta a non farlo scoppiare!). Apparentemente non sta facendo nulla, ma quando la dott.ssa Patterson le si avvicina Koko fa capire che sta disegnando dei peli sulla faccina per farla assomigliare a un gorilla (lo fa quando si tocca i peli del braccio destro). Finita l’opera d’arte e soddisfatta del suo lavoro, Koko esprime un giudizio su se stessa mimando il segno per dire “buono” e saluta mandando dei baci.
     Tutti questi esempi, assieme a tanti altri accumulati nel tempo, dimostrano l’uso consapevole e autonomo da parte di Koko del linguaggio che ha imparato.


Gli amici di Koko
     Per garantire il rispetto della natura di Koko, la dott.ssa Patterson si è guardata bene dall’isolarla completamente dai suoi simili. Molte sono state le gite fatte fuori all’aria aperta e Koko ha avuto nel corso della vita anche dei compagni di giochi: si tratta in particolare dei due gorilla maschi chiamati Michael (morto nel 2000) e Ndume. Michael, in particolare è stato il primo compagno di Koko e le è rimasto vicino per molti anni, condividendo i suoi giochi nella sua gabbia, arrampicandosi con lei sugli alberi, prendendosi a scappellotti con lei, ma soprattutto imparando da lei molti dei segni con cui comunicava.
     In questo video la dott.ssa Patterson mostra a Koko dei gorilla maschi dello zoo e Koko “sceglie” il suo preferito (che è Ndume) dando un grosso bacio sullo schermo. Si tratta di una modalità di scelta del partner chiamata video dating (appuntamento tramite video).


Le emozioni di un gorilla
     Uno dei gradi più alti di evoluzione psichica nel mondo animale è rappresentato dalle emozioni. Si discute spesso se gli animali ne possiedano e, se sì, fino a che punto. Una delle maggiori testimonianze della sfera emotiva di Koko viene dalla sua personale esperienza coi gattini. Koko ha sempre amato avere animali domestici da coccolare e il suo preferito è arrivato nel 1984: fu proprio Koko a chiederne uno alla dott.ssa Patterson e lei glielo portò. Si trattava di un esemplare di Manx (o gatto dell’isola di Man), che hanno la caratteristica di avere la coda corta a causa di una mutazione della colonna vertebrale: questo gatto fu scelto dalla stessa Koko, che le diede il nome di “All Ball” (“Tutta Palla”).
     Koko giocava e coccolava i gattini con sincero coinvolgimento: spesso li prendeva in braccio, li stringeva a sé con entrambe le mani, altre volte si sdraiava a terra con loro, li accarezzava. E All Ball era il suo preferito. Quando un giorno All Ball fu investito da un’automobile, la dott.ssa Patterson andò a dirlo a Koko (che conosce anche il concetto di morte) e la sua reazione fu più esplicita che mai: dopo aver compreso i segni della sua Penny, Koko comunicò immediatamente il suo stato d’animo segnando le parole “brutto”, “triste” e “piangere”. Lasciata da sola nella sua gabbia, è stata anche udita emanare dei versi simili a un pianto.


     All Ball non è stato l’unico animale di Koko. Molti altri le hanno tenuto compagnia nel corso della sua vita.
     Altro esempio della capacità di Koko di esprimere emozioni può essere dato da quest’altro video in cui Koko guarda uno dei suoi film preferiti. Si tratta della pellicola Un tè con Mussolini (di Franco Zeffirelli, 1999). Durante la visione Koko dimostra empatia emotiva segnalando come triste la scena in cui il piccolo Luca deve salire sul treno e separarsi da coloro che si sono prese cura di lui. Si volta dando le spalle allo schermo e quando la dott.ssa Patterson dice a Koko che è coraggiosa, lei segnale “buono” per dire che è contenta che venga considerata così. Ma poi, comprendendo il disagio dell’animale, la Patterson le chiede «C’è qualcosa che posso fare per te?» Koko risponde “sorriso”. Vuole che la sua caregiver sorrida e spiega anche perché, comunicando come si sente in quel momento: “triste”, “piangere”, “brutto”, “guaio”. E subito dopo aggiunge ciò che vorrebbe per “correggere” quello stato d’animo: “madre”, “amore”.


     In quest’ultimo esempio la capacità emotive di Koko si è dimostrata ancora più acuta che nel caso precedente: mentre nel video precedente infatti Koko ha comunicato un suo stato d’animo, in questo ha dimostrato empatia per gli stati d’animo altrui.

Koko oggi
     Koko fu “prestata” nel 1972 (quando aveva un anno) alla dott.ssa Patterson dallo zoo di San Francisco, che aveva sul gorilla diritti di proprietà a tutti gli effetti. Tuttavia, nel corso di tanti anni di vita comune vissuta quotidianamente, tra Koko e la psicologa è nato un legame che forse non si esagera a definire del tipo madre-figlia. Per questo motivo la dott.ssa Patterson ha fondato nel 1976 (assieme al succitato Ronald Cohn) la fondazione no profit The Gorilla Foundation per acquistare Koko dallo zoo in cui è nata.
     Koko vive attualmente alla fondazione, sempre assistita dalla sua caregiver e nei pressi della casa di questa, in una struttura allestita appositamente per lei. La fondazione si propone di raccogliere fondi per aprire una riserva per i gorilla nell’isola di Maui, la seconda isola delle Hawaii per estensione. Si spera anche di far accoppiare Koko con il suo amichetto Ndume.

Riferimenti
     Quanto esposto fin qui è solo un ingiusto sunto di questa commovente vicenda scientifica. Perciò, per chi fosse interessato ad approfondire, lascio alcuni riferimenti che possano fungere da fonti di informazioni.
     In primis non posso non citare il documentario girato nel 1978 sulla vita di Koko intitolato Koko: a talking gorilla, diretto da Barbet Schroeder: il documentario parla del lavoro e della vita della dott.ssa Patterson, dura appena 1 ora e 20 minuti, è ricco di interviste alla dott.ssa Patterson e di scene di vita quotidiana di Koko, ed è visibile attualmente su YouTube su questo link.
     Inoltre sono da citare i libri scritti su Koko proprio dalla dott.ssa Patterson:
The education of Koko;
- Koko’s kitten;
- Koko-Love: conversations with a signing gorilla;
- Koko’s story.
     Infine, siete liberi di sbirciare su Youtube o in rete dove vogliate cercando i video di questo gorilla prodigio… e vi assicuro che la cosa vi divertirà molto.

Curiosità
     Nel film L’alba del pianeta delle scimmie (di Rupert Wyatt, 2011) viene ripresa questa vicenda con numerose citazioni: allo scimpanzé Cesare (realizzato interamente al computer) viene insegnato il linguaggio non verbale per comunicare con gli umani e con i suoi simili e in una scena del film indossa un maglioncino rosso simile a quello che Koko preferiva  tra quelli del suo guardaroba (come mostrato nel documentario). Il riferimento è ovviamente molto vicino anche al caso dello scimpanzé Washoe.