Visualizzazione post con etichetta Società. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Società. Mostra tutti i post

domenica 1 agosto 2021

Covid e mascherine lo confermano: facciamo proprio schifo!

      C’era una cosa sola che dovevamo fare, mentre le politica riorganizzava (male) la vita pubblica e la scienza cercava una cura per il covid. Una cosa piccola, insignificante, per nulla faticosa, semplice e veloce, che non richiedeva sforzi, sacrifici o dispendi di tempo ed energia: tenere la mascherina nelle interazioni con gli altri. Stop.

     Tenere la mascherina (correttamente indossata, ovvero coprendo la bocca e anche il naso, altrimenti non serve a nulla!) avrebbe consentito di bloccare quasi del tutto la circolazione del virus tra le persone.
     Il concetto era semplice: il virus si trasmette per via aerea, ovvero con ciò che esce dalla bocca e dal naso; la mascherina sta a ridosso di bocca e naso e si becca ciò che emettiamo con bocca e naso.

     La mascherina avrebbe quindi diminuito la quantità di virus liberi, quindi la quantità di persone infette e di focolai; quindi avrebbe anche diminuito il tasso di contagi, avrebbe pesato meno sulla sanità, per cui sarebbero morte meno persone e si sarebbe abbassata la probabilità e la durata dei lockdown che, lo abbiamo visto, con tanta facilità sono invocati dai governanti (spesso anche per spararsi le pose); ma soprattutto avremmo dato meno modo al virus di mutare.


     E su questo soffermiamoci giusto un minuto.

     Le nuove varianti di cui sentiamo sempre così vagamente parlare sono virus modificati, che possono essere più aggressivi e più forti contro i vaccini. Ma perché esistono le nuove varianti? Come si formano?
     Il virus muta (cioè acquisisce caratteristiche e capacità nuove) quando è nell’organismo ospite (cioè in noi) e può farlo solo mentre si replica in più copie dentro le nostre cellule.
     Mentre il virus si copia, infatti, in realtà copia il suo materiale genetico: durante il processo di copia, però, possono avvenire degli errori casuali, che in parte vengono corretti subito, in parte invece sfuggono. Quando un errore di copia sfugge, il genoma copiato “male” rimane diverso da quello di partenza: in quel momento è nata una mutazione e i virus che trasporteranno quel genoma mutato sono le cosiddette varianti.
     A seconda della mutazione avvenuta – che è casuale! – il nuovo genoma può rendere il virus anche più aggressivo, può dargli nuove armi per infettare o potenziare quelle che già possiede.
     Per cui: per abbassare la formazione di varianti i virus devono replicarsi di meno, perciò devono circolare meno nelle cellule, quindi devono essere trasmessi di meno tra gli individui e questo avviene se indossiamo la mascherina.

     Ora, di fronte a questa banale verità e a fronte di molte persone che si comportano responsabilmente, dappertutto e da molti mesi osserviamo l’ottimismo da mascherina, ovvero individui che non vogliono fare nemmeno questa piccola parte.

     Casalinghe a fare la spesa, amici che si incontrano, ragazzi fuori scuola ammassati prima di entrare (salvo poi fingere di indossarla una volta entrati in classe!)… Chi la mascherina la abbassa sotto il naso, chi la tiene ma sotto il mento, chi la tiene su finché sta zitto ma prontamente poi la abbassa nel momento in cui deve avvicinarsi alla tua faccia per parlare, come se non si sentisse bene (tutta questa empatia!)… e il sottoscritto ha perfino visto gente non portarsela appresso per niente.

     Come giustificare a se stessi questo comportamento? Le frasette paraculo sono variegate e si possono anche dividere in categorie.
  • Allarmiste: «E non respiro!», «E mi fa senso!», «E sono claustrofobico!» (che cavolo c’entra?!)...
  • Prudenziali: «Vabbe’, respiro solo con la bocca», «Ma tanto rimango a distanza» (allora che la indosseresti a fare?)...
  • Scettiche: «Non è vero che blocca l’aria, infatti riesco ancora a respirare» (certo che respiri, idiota, sennò morivi!), «Se davvero servissero non farebbero i vaccini» (no comment)...
  • Complottiste: «Ma è tutto finto, per vendere più mascherine», «No, io al covid non ci credo» (e poi magari crede in Dio!), «Io non mi faccio limitare nella mia libertà» (però limiti quella degli altri)…

     Senza contare alcune vere e proprie regole campate totalmente in aria che ci siamo creati per giustificare la nostra negligenza, come i ragazzini che si ammassano in branchi agli angoli della strada senza mascherina solo perché «sono i miei amici, li conosco», come se l’infezione si trasmettesse solo agli estranei.
     O come quelli che ti dicono «l’ho già incontrato più volte senza mascherina, che la metto a fare?», così se c’era un minimo di possibilità di evitare il contagio le prima volte, adesso niente proprio.


     La cosa assurda è che tutta questa follia ce la siamo cucita addosso subito dopo aver vissuto sulla nostra pelle tremendi lockdown, coprifuoco, limitazioni, divieti e diverse compressioni di libertà personale che hanno alterato tutti i rapporti sociali, penalizzato i più fragili, fatto chiudere negozi, stroncato l’economia, creato disoccupazione, fallimenti, incrementato episodi depressivi, violenze familiari…
     Come a dire: non siamo capaci di imparare un minimo di responsabilità nemmeno quando nuotiamo nel letame fino ai capelli.

     Ma in generale quello che allarma di più è l’incapacità generale di immaginare tutti gli altri: la percezione dell’altro risulta in certi contesti totalmente azzerata. Attenzione, non sto dicendo che molti ancora non capiscono che dipendiamo gli uni dagli altri! No, dico proprio che nella rappresentazione mentale di questi soggetti l’altro non esiste affatto! Non è un elemento dei suoi pensieri, non è presente nei ragionamenti che fa!
     Alla faccia dell’uomo animale sociale!
     Se con tanta facilità posso fregarmene del fatto che senza la mascherina sto esponendo gli altri a un rischio che potrebbe dipendere da me (senza che io nemmeno lo sappia, tra l
’altro!), allora non ho un minimo di intelligenza sociale, ovvero che non ho il mezzo più elementare per vivere con gli altri.
     Cosa potrebbero mai insegnare ai propri figli persone con una forma mentis del genere? Come potranno prepararli a vivere in società, se essi stessi per primi non hanno una corretta rappresentazione della società?

     Qui siamo ben oltre l’egoismo. L’egoismo prevede comunque un principio positivo: tutelo me stesso a tutti i costi, anche sacrificando gli altri. Ma qui mettiamo a rischio anche noi stessi!
     Non è egoismo, allora. È ottusità, è stupidità, è autolesionismo.

     È davvero come se la gente volesse fare di tutto per evitare la fatica mentale di pensare, di collegare le cose, anche le più semplici. Non ci vuole infatti una laurea per capire che, se faccio l’ottimista con la mascherina, lo possono fare anche gli altri; e se lo fanno gli altri, lo facciamo tutti; ma se lo facciamo tutti come fanno poi a non nascere focolai nuovi e quindi nuovi lockdown ecc?
     No! Troppo faticoso da pensare: mi concentro solo su me stesso, su quello che sento qui e ora. Se qui e ora non ho voglia della mascherina, non la metto. Punto.
     Questa è la stessa logica con cui un neonato si sente libero di fare pipì in qualsiasi momento anche in pubblico senza porsi il problema della situazione, degli altri presenti ecc. Solo che un neonato non ha educazione e maturità sociale, un adulto non è altrettanto giustificabile.

     La pigrizia. Probabilmente è questo il nucleo principale di questi comportamenti.
     Non dico la pigrizia buona o “simpatica”, quella che mira ad ottimizzare gli sforzi, come quella di Trinità che si faceva trainare sulla slitta di legno per non andare a cavallo, parlo di una deformazione comportamentale vera e propria, come una malattia mentale: parlo della convinzione, radicata anche nell’inconscio, secondo cui fare quella fatica di capire per poi sapere come comportarsi sia in qualche modo “sbagliato”. Come se fosse diventato un valore etico introiettato: “fare fatica per un bene superiore è sbagliato: devo avere il bene senza fatica”.

     E allora la mascherina non la tengo su, se non mi va.
     Bene. E allora io dico che ci meritiamo gli ospedali intasati, le terapie intensive che scoppiano, gli esami medici rinviati, i divieti di spostamenti, l’allontanamento sociale, le zone rosse, i coprifuoco, ci meritiamo anche i negozi che chiudono e falliscono, ci meritiamo di perdere il lavoro, l’economia che crolla, i poveri che aumentano, ci meritiamo anche i parenti che stanno male per colpa di tutto ciò.
     Ce lo meritiamo perché potevamo evitarlo facilmente con una cosa facile che non costava niente e abbiamo scelto di non evitarlo. Ci sta bene!

     Del resto, a ben pensarci, i conti tornano: una società iperassistita (e quindi iperviziata) in cui devi avere la comodità di non scendere nemmeno sotto casa per comprare qualcosa perché tanto può portartelo Amazon o in cui non devi fare la fatica (nel senso di “è giusto che tu non faccia la fatica”) di vivere l’attesa di un qualsiasi desiderio perché puoi istantaneamente esaudirlo tramite la tecnologia, allora non si riesce poi ad elaborare il “lutto” di dover fare il sacrificio di aspettare, di faticare, di pensare.


     Un essere umano che funziona così male, modello mediamente rappresentativo del tipico uomo occidentale, andrebbe secondo me in primis giudicato – e condannato – sul piano morale.
     Questo perché puntare il dito su qualcosa, dire che fa schifo, che è sbagliata e inaccettabile, che è insopportabile e odiosa è il primo passo per aggiustare le cose. Altrimenti ci si abitua e tutto diventa “normale”. E nessuno si ribella al normale.

     Ebbene, se davvero vogliamo che il nostro quotidiano sia meno odioso e frustrante, indipendentemente dal covid, cominciamo col dirci questo: che facciamo schifo!
Come specie biologica; come massa sociale; spesso anche come singoli individui.
     Facciamo schifo! Siamo capaci di grandi cose, ma anche di cose assurde, quindi facciamo schifo.
     Siamo ipocriti, capaci di cose ingiuste, sbagliate, odiose, di comportarci secondo criteri sbagliati, siamo incapaci di imparare da quello che ci succede, siamo ignoranti, disattenti, pigri, egoisti, inconsapevoli di noi stessi e degli altri. Siamo perfino pericolosi!

     Forse dirci questo ci aiuterebbe a richiamare l’attenzione sulle nostre contraddizioni, ce le farebbe sembrare più urgenti e forse aumenterebbe la probabilità che ci autocensuriamo per limitarle. Perché è così che si vive in società: censurando certi istinti, possibilmente con un’educazione alle spalle che te lo fa fare facilmente, sennò con uno sforzo personale sorretto da una motivazione abbastanza forte (la paura di perderci qualcosa o il desiderio di qualcos’altro).
     Altrimenti non c’è società, non ci sono leggi, non ci sono diritti, non ci sono tutele: ci sono solo bestie in perenne guerra tra loro in cui solo il più forte prevarrà calpestando tutti gli altri. Cioè danni e ingiustizie per tutti.

     Naturalmente l
’uso (corretto) della mascherina non è il solo elemento da cui dipende la trasmissione dell’infezione; anche il distanziamento conta parecchio, o perfino altri parametri, come l’umidità dell’aria o la temperatura.
     Tuttavia le persone comuni, nel proprio quotidiano, hanno il massimo controllo solo sulla mascherina e proprio su quello si osserva la maggiore negligenza. E se moltiplichiamo questa negligenza per il numero di individui che fanno gli ottimisti in tutto il mondo, si capisce bene come mai non debba sorprendere tanta difficoltà nel combattere la pandemia.
     Ed è questo a risultare così odioso!

     E giusto per avere argomentazioni a sufficienza per chi vorrà fare questo gioco di autoumiliazione terapeutica, ecco un breve elenco delle più vistose contraddizioni di cui siamo stati protagonisti, almeno nel nostro paese, dopo un anno e mezzo di pandemia.

Annuncio della pandemia: «viene dalla Cina».
Prima reazione: bullismo e discriminazione contro le minoranze cinesi. «Brutti bastardi, ci avete portato il morbo, statevene a casa vostra!»

Chiusura di tutto: Italia zona rossa.
Reazione: «Speriamo arrivi presto la cura, così finisce tutto»
Intanto si sta come coglioni cantando sui balconi.

Regime di distanziamento: “state a casa”
Reazione: gente beccata fuori casa lo stesso con la scuse più balorde

Prime riaperture a ridosso dell’estate: il governo raccomanda cautela
Reazione: assembramenti e ottimismo.
Grazie, eh!

Estate 2020: «fa caldo, il virus si trasmette di meno»
Così molti si abituano a prenderla sotto gamba e in autunno faranno lo stesso.

Giugno, il governo propone tracciamento smart: via all’app Immuni
Reazione: «Non ci penso nemmeno! E dove la mettiamo la tutela della mia privacy?»
La privacy??? Ma come? Teniamo sullo smartphone app invasive che spiano di tutto sul telefono, a cominciare da Instagram, Facebook e TikTok richiedendo praticamente ogni permesso possibile e ci facciamo il problema dell’app Immuni che non richiedeva quasi nessun permesso e che avrebbe poi cancellato i pochi dati raccolti per il monitoraggio?
Sveglia! La vostra privacy è terminata il giorno in cui vi siete creati un account Google o Apple!

Settembre, è quasi tempo di scuola (che inizierà in ritardo, perché i ministeri, poverini, avevano avuto solo otto mesi per organizzarsi).
Inizia un martirio dantesco: apri, chiudi, sanifica, sospendi, didattica in presenza, no, a distanza, in presenza solo in parte, 50%, 75%, a giorni alterni, con scappellamento a destra, fai la riverenza, fai la penitenza…
Adolescenti sacrificati ancora di più sull’altare della disorganizzazione + didattica a distanza fallimentare nel 99% dei casi: insegnanti che non sanno accendere il pc, altri che non sanno inquadrare la lezione (succede quando ti laurei negli anni ’70 e non ti aggiorni), lezioni che non si sentono, il wifi che non va bene, imbrogli durante le interrogazioni, verifiche senza alcun valore, programmi scolastici che saltano, competenze non acquisite. E mi fermo qui, ma ci sarebbe dell’altro...

Autunno, il governo: «Chiudiamo ora per non chiudere a Natale, intanto rispetto delle regole»
Reazione: si fa come d’estate (perché ci si è abituati male), quindi contagi che non scendono e a Natale chiusi lo stesso.
E fu ottobre e fu dicembre: seconda ondata.

Intanto i negozianti in difficoltà. Nasce un nuovo complesso.
Se richiamano il cliente sull’uso della mascherina, questo si offende e se ne va. “Il cliente ha sempre ragione… come gli stupidi”.
Se non lo richiamano rischiano contagi; i contagi costringono a fare i tamponi; i tamponi ti fanno chiudere. Chiusura, perdita economica. Danno assicurato, comunque ti muovi.

Dicembre: arrivano i primi vaccini.
Reazione: «No, ma io non me lo faccio, non mi fido»
Strano: quando la Pfizer fece il Viagra nessuno disse niente, ora tutti No-vax cartesiani.

Intanto in TV: niente più spot sul covid, niente promemoria sull’uso della mascherina e sul lavaggio delle mani.
In compenso nei TG conta dei morti tutti i santi giorni, così il terrorismo psicologico preparerà la gente ad accettare qualunque cosa la malapolitica vorrà fare.
Ripartono anzi le armi di distrazione di massa: reality show, Barbara D’Urso, Santa Maria e soprattutto non un solo talk show in cui qualcuno abbia spiegato alla gente quello che serve davvero, cioè come funziona il contagio, come funziona la mascherina, come funzionano i vaccini… Niente, solo stronzate e conta dei morti. «Ma sì, non ci pensiamo, sennò ci scoppia la testa»
Grazie, servizio pubblico.

Primo trimestre 2021: «Allenteremo le misure, ma spirito di responsabilità»
Reazione: i contagi risalgono. «Eh, non ce la facevamo più, era una prigione»
E fu gennaio e fu aprile: terza ondata.

Intanto tutti tranquilli: «tanto fra poco arriva l’estate, i contagi scendono».
BAM! Variante delta.
Vaccini non altrettanto efficaci (vedi sopra).

Governo: «faremo mezzo milione di vaccinazioni al giorno»
Su 60 milioni di popolazione doveva quindi finire tutto in 4 mesi: il sottoscritto ne ha attesi 2 solo per essere convocato per la prima dose… e non è stato comunque convocato, perché mancavano le dosi, quindi ha ripiegato su dosi che avanzavano all’ASL, sennò stavo fresco.
Reazione: cresce il fronte No-vax. «Non mi vaccino!»
Quindi: la mascherina no, perché non vuoi fare lo sforzo, il vaccino no, perché non ti fidi, i divieti no, perché la libertà è sacra. Ci vai da solo a quel paese o ti ci mando io con la rincorsa?

Epilogo (per il momento) del governo: «Green pass obbligatorio»
Se si sono rotti le scatole perfino loro di gestire questa situazione…!
Reazione: «Il Green pass è dittatura».
Certo che lo è, così impariamo… anzi, no: non impariamo un bel niente.
Per farci fare qualcosa dobbiamo essere costretti, perché la fatica di farla da soli, di capire, di scegliere per noi è troppo.

Morale della favola dopo un anno e mezzo di pandemia: facciamo schifo!
Non è tanto il covid che merita di vincere, siamo noi che meritiamo di perdere.



lunedì 30 marzo 2020

Covid-19: ecco come nascono le pandemie (e come scongiurarle)

     Da dove viene il coronavirus che da diversi mesi sta infestando l’intero pianeta?
     E come si formano virus simili che portano a simili pandemie?
     Possiamo imparare dalle epidemie degli anni scorsi?
     Ma soprattutto come mai il Covid-19 si è diffuso così facilmente?
     Cosa dobbiamo fare noi nel piccolo quotidiano per scongiurare questo tipo di rischi?

     L’articolo che segue restituisce, in modo lineare e comprensibile, i fattori che permettono a questi fenomeni di accadere e dà una mano a comprendere in che modo il nostro modo di agire, sia su grande che su piccola scala, favorisce la diffusione di questo tipo di epidemie, dando quindi anche una linea guida su cui riorientare condotte e politiche future.

Covid-19 e altri virus, l’elemento in comune è lo sfruttamento del pianeta e degli animali

     Ci troviamo, ormai da diverse settimane, nel pieno di quella che l’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) ha dichiarato essere “un’emergenza internazionale di salute pubblica”.
     Trattasi del Covid-19, un nuovo ceppo di coronavirus mai identificato prima nell’uomo che, nel momento in cui scriviamo, ha causato oltre 16.000 decessi e contagiato più di 380.000 persone nel mondo, con 6.000 morti e oltre 64.000 positivi solo in Italia.

     Come la maggior parte (circa il 70%) delle malattie umane fino ad oggi conosciute, anche questo virus deriva da un’interazione più o meno diretta fra animali, selvatici e addomesticati, e l’essere umano. Queste patologie sono dette zoonotiche, in quanto partono dall’animale e arrivano all’uomo attraverso un salto di specie del virus chiamato spillover. Lo scambio di patogeni è favorito in quei luoghi che agevolano il contatto interspecifico: non solo i mercati, legali o illegali, in cui si concentrano molti individui e più specie animali, ma anche i terreni deforestati che privano la fauna autoctona del loro habitat e gli allevamenti intensivi, tutti complici del deterioramento degli ecosistemi e della perdita di biodiversità.

     Al momento non ci sono evidenze scientifiche, ma si ritiene che il fatidico spillover che ha generato la pandemia di Covid-19 sia avvenuto proprio in un mercato, quello di Wuhan in Cina: una situazione che vede la presenza di molte persone in relazione con animali morti e animali vivi. Lo scenario più probabile suggerisce che il serbatoio del patogeno sia una specie di pipistrello ampiamente presente in Cina e che il coronavirus sia arrivato all’essere umano tramite il passaggio attraverso un ospite intermedio.



     A rileggerlo oggi pare incredibile, ma un libro uscito nel 2012 anticipò con stupefacente esattezza tutti i dettagli di questa recente pandemia. Parliamo del saggio Spillover, che tratta appunto il salto di specie, scritto da David Quammen, divulgatore scientifico e giornalista. Il testo parla della diffusione dei nuovi patogeni e delle grandi epidemie e spiega come questi devastanti virus siano la risposta della natura all’assalto dell’uomo nei confronti degli ecosistemi e dell’ambiente. Secondo Quammen “stiamo invadendo e alterando gli ecosistemi con sempre più decisione, esponendoci a nuovi virus e offrendoci come ospiti alternativi. Siamo troppi e consumiamo le risorse in modo avido, e ciò ci rende una specie di buco nero che attira tutto, anche i virus. Dobbiamo ridurre velocemente le attività che impattano sull’ambiente, ridimensionare la popolazione e porre un freno alla domanda delle risorse.”

     Negli ultimi 30 anni la frequenza delle zoonosi è aumentata a dismisura. Uno degli esempi è l’Aids, originata dal contatto umano con il sangue infetto di scimpanzé e scimmie durante una battuta di caccia nell’Africa centrale del 1920, ma ce ne sono molte altre. Risale al 2002 in un mercato cinese la comparsa della Sars, causata da un coronavirus trasferitosi dai pipistrelli prima agli zibetti e poi agli umani, provocando oltre 700 morti. Si scopre invece nel 2012 la Mers, sviluppatasi nel Medio Oriente e trasmessa dai pipistrelli ai cammelli fino all’essere umano, uccidendone oltre 800. Anche l’Ebola, individuata in Congo già negli anni 70 e responsabile di 15.000 decessi, viene veicolata agli umani da un pipistrello, l’Eidolon helvum.

     Purtroppo non finisce qui: anche gli allevamenti di animali utilizzati a scopo alimentare sono ambienti favorevoli allo sviluppo di epidemie. Il primo caso riguarda l’encefalopatia spongiforme bovina (BSE), nota anche come morbo della mucca pazza, scoperto in Gran Bretagna nel 1986 ed esploso negli anni 90. Agli animali allevati venivano somministrati mangimi arricchiti con farine prodotte dall’incenerimento delle ossa di altri bovini: un caso di cannibalismo, quindi. Il Regno Unito è stato l’epicentro dell’epidemia, con i decessi di 160 persone e migliaia di mucche.

     Nel 2009 si diffonde la suina (influenza A/H1N1), in particolare tra Stati Uniti e Messico, causando 200.000 morti. Questa patologia si trasmette dagli uccelli prima ai maiali e poi all’uomo.
     Nel 2003 molte specie di uccelli, inclusi quelli allevati come polli e galline, contraggono l’influenza aviaria. Originaria delle zone del Sud Est asiatico, si è poi diffusa in tutto il mondo, Italia compresa, uccidendo circa un migliaio di persone e causando l’abbattimento di milioni di volatili rinchiusi negli allevamenti, soprattutto a scopo preventivo.

     Gli esperti concordano sui fattori che causano la propagazione di queste malattie sempre più pericolose e difficili da contrastare. Tra questi l’urbanizzazione, che riduce lo spazio riservato alle specie selvatiche e favorisce le possibilità di contatto con l’uomo, la crisi climatica e lo sfruttamento oltre ogni limite degli animali allevati a scopo alimentare. L’impatto maggiore potrebbe derivare però dalla deforestazione, che causa la devastazione degli ecosistemi principalmente per far spazio ad allevamenti bovini e a nuove coltivazioni intensive (soprattutto soia) destinate al foraggio animale. La carne e il mangime ricavati dal disboscamento di queste terre finiscono in tutto il mondo, Italia compresa, che si colloca tra i primi acquirenti con oltre 27.000 tonnellate di carne bovina importati solo nel 2018 dal Brasile.


     Per quanto riguarda la correlazione tra la crisi ecologica e l’epidemia in corso nel nostro paese, un recente studio effettuato dall’Arpa, in collaborazione con le Università di Bologna e di Bari, ha evidenziato una possibile correlazione tra l’inquinamento atmosferico e i casi di Covid-19 riscontrati. Pare che, nelle zone in cui sono state rilevate le maggiori concentrazioni di PM10, le curve di espansione dell’infezione abbiano subito accelerazioni anomale. Il particolato è infatti un efficace vettore di trasporto per molti contaminanti, virus compresi. Lo conferma Gianluigi de Gennaro dell’Università di Bari: “Le polveri fanno da carrier, è necessario ridurre al minimo le emissioni sperando inoltre in una meteorologia favorevole”. Proprio nella Pianura padana, una delle zone più inquinate d’Europa e che detiene il triste primato di positivi al Covid-19, si concentra il maggior numero di allevamenti intensivi, tra i principali settori che contribuiscono all’inquinamento atmosferico.

     Un elemento comune dei proliferare dei virus è quindi lo sfruttamento eccessivo del pianeta, dovuto anche alla produzione industriale di carne e agli allevamenti.


     Se tutti vogliamo mangiare la fettina o l’hambuger, oltre ad uccidere miliardi di animali confinati in luoghi orribili, dobbiamo devastare ecosistemi e sprecare preziose risorse per convertirli in carne, ereditando da questo processo un ambiente in cui siamo più esposti ai virus.

     Due sono i fattori che saranno fondamentali per il nostro futuro: l’attuazione di politiche contro l’emergenza ambientale, già sollevate da movimenti ecologisti e organizzazioni per la protezione degli animali e una maggiore consapevolezza, in ciascuno di noi, dell’impatto del nostro stile di vita e delle nostre abitudini alimentari. I nostri consumi saranno scelte personali, ma sono indissolubilmente legati a un sistema di produzione i cui effetti collaterali hanno conseguenze sul pianeta e sull’intera comunità.

venerdì 15 marzo 2019

In marcia per il clima: la rivoluzione di Greta Thunberg

     Nell’agosto 2018 in Svezia una bambina di appena 15 anni, che coltivava una passione per le tematiche di ecologia fin dall’età di 8 anni, rimanendo allarmata dalle eccezionali ondate di calore nel suo paese e dai numerosi incendi boschivi provocati dal surriscaldamento globale, decise di scioperare per un intero mese tutti i venerdì di fronte al parlamento svedese con un cartello su cui era scritto SKOLSTREJK FÖR KLIMATET (Sciopero scolastico per il clima).

     Quella bambina si chiama Greta Thunberg.


     Chiaro e trasparente, quel cartello dichiarava chiare intenzioni: che senso ha andare a scuola e prepararsi per un futuro che rischia addirittura di non esserci? Perché affannarsi tanto a imparare cose che dovranno servire per domani, se l’esistenza di quello stesso domani è minacciata?

     Greta sa bene che il surriscaldamento globale non è, come molti erroneamente pensano, solo una questione di temperatura: aumentare di un solo grado la temperatura del pianeta non significa che farebbe solo più caldo.
     Sbilanciare la temperatura in questo modo produce squilibri ecologici spaventosi: significa modificare il clima di regioni del mondo che ora ospitano specie animali e vegetali e renderle inospitali alla vita, significa annientare la possibilità di poter coltivare cibo su vastissime aree del pianeta, che a sua volta vuol dire far morire di fame miliardi di persone; significa anche portare temporali, uragani, tsunami, tornado in luoghi dove il clima è ora mite e abitabile e creare interi flussi di migranti climatici, che cercheranno rifugio in molte zone del mondo, creando emergenze sociali, sanitarie, problemi di accoglienza, come già accade oggi con i migranti africani e asiatici che scappano dalla guerra rifugiandosi in Europa. Significa condannare all’estinzione centinaia di specie animali, alterando paurosamente la catena alimentare. Significa, in una parola, mettere l’umanità e la vita in generale del pianeta sull’orlo dell’estinzione.

     Sono in pochi ad essere veramente consci di quanto grave sia il problema del surriscaldamento globale e, di conseguenza, non esiste, secondo Greta, un sufficiente “panico” da parte delle persone.
     Strano a dirsi, in frangenti come questo proprio il panico è una reazione appropriata perché spingerebbe le persone a cambiare e a pretendere dai propri politici di adottare misure legislative per modificare il sistema economico che abbiamo in modo da ridurre il suo impatto sull’ambiente. E invece l’addormentamento generale delle coscienze ha fatto sì che il problema continuasse ad aggravarsi nell’arco dei decenni e ora è diventato improrogabile.

     Eppure lo sforzo necessario non è così grande come potrebbe sembrare. Anzi! Greta sa anche questo: «La crisi climatica è già stata risolta: abbiamo già tutti i fatti e le soluzioni». Manca solo l’azione, quell’ingrediente che dà senso a tutte le riflessioni, i dibattiti, gli scontri che si fanno in nome di un’idea.

     E invece lo stesso sistema che ha creato il problema fa di tutto per nascondere la gravità del problema: i politici ignorano volutamente la questione, nessuna legge viene fatta per regolarizzare le strategie di consumo e di produzione; gli stessi mass media, spesso pilotati da ristretti gruppi di potere, omettono di citare le conseguenze di questa crisi impedendo alle persone di farsi un’idea chiara sull’argomento.
     Greta sa bene che pregare i politici per l’ennesima volta non servirebbe: «ci hanno già ignorato in passato e ci ignoreranno ancora». Quindi non c’è spazio per la diplomazia, rimane solo l’azione, immediata e decisa.


     Grazie agli scioperi di Greta è nato un movimento, Friday for Future (venerdì per il futuro), che ha l’intento di mobilitare, partendo dai più giovani, le coscienze di tutto il mondo per passare all’azione.
     Oggi, venerdì 15 marzo, studenti da tutto il mondo manifesteranno e marceranno nelle principali città dei rispettivi paesi per gridare al mondo che il mondo non ha intenzione di aspettare ancora.

     Su Greta non sono mancati attacchi e si è messa in moto la consueta macchina del fango: qualcuno l’ha accusata di istigare i giovani a saltare le lezioni scolastiche, di manovrarli. In realtà una ragazzina che si prende il disturbo di rinunciare alla scuola per dare una svegliata a coloro che, profumatamente pagati, non svolgono il lavoro di tutela della collettività, non solo ha già dimostrato di avere già cultura (più cultura di quegli stessi politici!), ma getta anche un’ombra di vergogna su coloro che – politici e non – hanno avuto bisogno di una ragazzina per capire il rischio che tutti stiamo correndo.

     C’è stato anche chi non ha mancato di cadere ancora più in basso, ingiuriando Greta per la sua presunta boria ed arroganza da prima della classe (bacchettare dei politici sarebbe troppo per una ragazzina secondo questi presunti giornalisti). Dimenticando poi che l’aria arrogante (ammesso che la si noti) di Greta deriva dal fatto che ella è affetta da sindrome di Asperger, un disturbo comunicativo che non compromette le capacità cognitive, linguistiche ed emotive del soggetto, ma che lo rende poco capace di rendere manifeste le proprie emozioni e talvolta lo fa apparire erroneamente come freddo o insensibile a chi lo vede dall’esterno: gli Asperger sono in realtà perfettamente in grado di provare emozioni, di sentire quelle altrui ed hanno interessi personali (che anzi spesso risultano molto selettivi e limitati). Spesso, come nel caso di Greta, soffrono anche di mutismo selettivo, il che vuol dire che parlano di rado, solo quando lo ritengono importante.

     Altri ancora hanno sottolineato che dietro Greta potrebbe nascondersi in realtà un gruppo di attivisti che userebbe Greta per promuovere le proprie azioni (una cosa che, se anche fosse vera, non sarebbe neanche tanto criminosa, a condizione che la stessa Greta abbia a sua volta a cuore in modo sincero la questione: in tal caso sarebbe al massimo una portavoce).

     Dall’altra parte c’è chi ha chiesto a Greta di continuare a studiare per diventare una scienziata del clima e risolvere la crisi. Ma anche questo è quasi un’offesa: sia perché la risoluzione della questione climatica è un problema unicamente politico (i rimedi sono già stati proposti dalla scienza, spetta alla politica renderli obbligatori), sia perché non ha senso chiedere ai governanti di oggi di delegare la risoluzione del problema alle generazioni future, in quanto per allora il problema si sarà già aggravato in modo irrimediabile. I governanti di oggi devono agire oggi. Altrimenti vorrà dire che saranno solo un branco di «bambini viziati che non sanno assumersi le proprie responsabilità».

     La risonanza di Greta è stata tale che essa è stata invitata a parlare in molte riunioni e dibattiti pubblici con esponenti della grande politica: lo scorso dicembre, ad esempio, Greta, ha parlato alla COP24, il vertice delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici tenutosi in Polonia. Ha partecipato anche all'incontro di Bruxelles a febbraio 2019 o a quello di Amburgo del 1° marzo.


     Un gruppo di deputati socialisti norvegesi ha segnalato Greta come candidata all’assegnazione del prossimo premio Nobel per la pace. Questa ragazzina è riuscita (da sola? con l’aiuto di qualcuno? che importa, se il fine è così nobile?) a scuotere le coscienze dell’intero pianeta con la sua lineare ragionevolezza, con il suo stile diretto e cristallino e con una pacatezza e una sobrietà che ne fanno un’attivista davvero singolare.

     Ma noi, persone comuni, vero motore della nostra specie, riusciremo stavolta ad essere all’altezza di questo efficace appello? O riveleremo ancora una volta la nostra parte peggiore, sprecando anche questa irripetibile occasione?




LINK UTILI

domenica 31 luglio 2016

Trenitalia, da agosto biglietti varranno solo per il giorno dell’acquisto. Ecco cosa cambia

     “STOP ALL’EVASIONE!”, si legge sul sito di Trenitalia. “Il 1° agosto 2016 nasce il nuovo biglietto regionale”. Venghino, signori, venghino. Venite a conoscere l’ultima novità sui trasporti pubblici nazionali.
     In effetti l’ultima trovata di Trenitalia, presentata con un apposito fumetto illustrativo, parte anche con le migliori intenzioni, ma ancora una volta tutto è stato fatto tenendo poco conto delle basi su cui si agisce. Dal 1° agosto 2016 i biglietti regionali Trenitalia non avranno più 2 mesi di validità, ma dureranno fino alle ore 23:59 del giorno in cui li si è acquistati.


     Una volta acquistato il biglietto, a partire dall'orario di obliterazione esso resterà valido solo per le successive quattro ore (presumendo che un viaggio in treno regionale duri meno di quattro ore). Ma poiché Trenitalia conosce la velocità e l'affidabilità dei suoi treni, precisa in un comunicato: “qualora fossi ancora in viaggio a bordo del treno allo scadere della validità, puoi comunque raggiungere la tua destinazione finale, senza fermate intermedie”. Quindi la validità è di quattro ore ma anche più di quattro ore. Chiaro, no?



Cosa cambia in concreto?
     Significa che se il giorno sabato 10 settembre comprate un biglietto regionale potete usarlo al massimo fino alle 23:59 del giorno sabato 10 settembre e non potete conservarlo per il successivo lunedì o per altri giorni successivi. Significa anche che non potete più tenere nel portafogli un biglietto di riserva nel caso non possiate prendere l’autobus e decidiate inaspettatamente di prendere il treno. Significa ancora che se dovete inaspettatamente prendere il treno e non ci sono edicole o biglietterie aperte, dovete sperare di trovare il distributore automatico di biglietti funzionante o rimanete in stazione.

Perché questo cambiamento?
     Il motivo è semplice: così si combatte l’evasione, spiegano gli ideatori. Perché la gente compra il biglietto e non lo oblitera, oppure riutilizza più volte lo stesso biglietto. Del resto, continuano gli esperti, nel resto d’Europa il biglietto non vale così tanto da un bel po’ di tempo: ci sono paesi in cui vale una settimana al massimo, altri in cui vale due giorni, altri ancora in cui vale già solo 24 ore (da noi non vale 24 ore, ma fino alle ore 23:59 del giorno d’acquisto, quindi se compri il biglietto alle ore 18 hai solo sei ore per usarlo).
     Bene, perfetto: dobbiamo metterci in pari col resto d’Europa. Dobbiamo fare come in Germania, in Francia, in Svezia. Solo che se sei in Germania, in Francia o in Svezia e hai inaspettatamente bisogno di un biglietto diciamo alle 19, lì una biglietteria aperta la trovi, o comunque trovi il macchinario funzionante e facile da usare. Da noi è un po’ diverso, perché le biglietterie stanno diventando figure semileggendarie e i macchinari, laddove i vandali non li hanno già messi fuori uso, possono risultare un po’ difficili per gli anziani. Insomma, non sarà altrettanto facile munirsi del titolo di viaggio in modo tempestivo.

E se voglio cambiare la data o l’itinerario del viaggio?
     Se temete di ritrovarvi a comprare un biglietto e scoprire che non dovete più viaggiare, tranquilli, Trenitalia ha pensato anche a questo: potete, una sola volta, cambiare la data o l’itinerario, così sarà come se lo aveste comprato il giorno in cui effettivamente vi servirà.



     Ma come si fa a cambiare il biglietto? Si può fare in più modi:
  • presso le biglietterie e col servizio Self Service Trenitalia gratuitamente – In tal caso la self service emetterà un promemoria con la nuova data del viaggio, che dovrà sempre essere esibito insieme al titolo originale;
  • presso i punti vendita SiSALPAY, LisPaga di Lottomatica, SIR Tabaccai, pagando una maggiorazione di € 0,50 per biglietto – In tal caso verrà consegnato un promemoria con la nuova data del viaggio, che dovrà sempre essere esibito insieme al titolo originale;
  • presso le agenzie di Viaggio, pagando una maggiorazione a discrezione dell’agenzia (in agenzia puoi cambiare solo il biglietto ivi acquistato).



Dove posso trovare tutte le informazioni?
     A parte il fumettino didascalico pubblicato sul sito, Tranitalia ha messo a disposizione un documento che riepilogo tutti i casi possibili e come agire in ciascuno di essi. Lo trovate a questo link.

Quali saranno le conseguenze?
     “Possibili disagi iniziali, ma poi la manovra avrà il suo effetto”, commentano gli espertoni. Che tradotto vuol dire: lasciateli lamentarsi, tanto siamo in Italia, la gente sfuria cinque minuti, ma poi si abitua a tutto.
     Ci sono infatti dubbi non tanto sulla bontà dell’idea in sé, ma sui disagi che essa potrebbe creare tenendo conto dello stato del nostro sistema di trasporti. Inoltre era davvero così necessario ridurre drasticamente la validità da due mesi a un giorno? Nessuno vuole opporsi al cambiamento, ma per molti viaggiatori era comodo mettere da parte qualche biglietto, magari nel caso in cui si dovesse prendere il treno di corsa e non si avesse tempo di fare la fila per comprarlo; era più comodo soprattutto per gli anziani. Forse una riduzione della validità meno drastica sarebbe stata un buon compromesso.
    E poi non si possono intensificare i controlli? Dopotutto chi non fa il biglietto e prende la multa deve pagare una cifra molto superiore al costo dello stesso. Si possono controllare i passeggeri a bordo oppure si possono installare le porte automatiche in stazione che si aprono solo se si inserisce il biglietto.
     No, non si può. Trenitalia ha deciso così. E noi dobbiamo fare i cittadini collaborativi e non opporci ai cambiamenti. Speriamo che aver preso un’idea ed averla applicata a un contesto un po’ disagiato quale è il nostro non provochi troppi disagi. Ce lo dirà il tempo.
     Certo è che ad alcuni ciò sembra una misura eccessiva e viene il sospetto che, più che combattere i disonesti, si voglia scaricare il peso dei disagi sugli onesti e complicare loro ulteriormente la vita. Benvenuti in Trenitalia.


martedì 21 giugno 2016

Fuggire all’estero: una soluzione sostenibile?

     Il fenomeno della fuga di cervelli non è un fatto nuovo oggi e ancor meno stupisce in tempo di crisi. Del resto le fughe dal proprio paese per cercare condizioni migliori in cui vivere sono roba vecchia quanto l’uomo: si va dalle migrazioni che i primi ominidi preistorici fecero partendo dall’Africa colonizzando il resto del mondo, alla fuga degli ebrei dall’Egitto in cerca della “terra promessa”, fino alle migrazioni negli Stati Uniti all’inizio del '900, i tempi di “Mamma mia, dammi 100 lire”.
     La fuga all’estero si è tristemente riproposta negli ultimi anni, accentuata dalla crisi economica, ed ha colpito soprattutto i giovani, la generazione che non è riuscita affatto ad entrare nel mercato del lavoro e che rischia di essere danneggiata seriamente anche a livello pensionistico. Il nord Europa, il Giappone, gli Stati Uniti sono le mete più ambite dove migliaia di ragazzi sono costretti ad andare per costruirsi un futuro.
     È proprio di questo che vorrei parlare in questo post, ponendo una domanda: fino a che punto è sostenibile fuggire all'estero? Fino a che punto si può considerare attuabile questa soluzione? A lungo andare farà bene o male? E quindi, in fin dei conti: è giusto o no incoraggiare questa soluzione?
     Non intendo criticare chi parte, a cominciare da chi ama viaggiare e magari è andato via dall’Italia perché ama il resto del mondo e, quindi, ha scelto liberamente di cambiare aria; mi soffermerei piuttosto su coloro che sono dovuti andare via per forza, coloro che hanno subito questo ricatto silenzioso e che in un certo senso non potevano fare a meno di partire perché si sentivano mancare il terreno da sotto i piedi, su coloro che magari avrebbero voluto costruire la loro vita nella loro terra, attorno alle persone che amano.
     La domanda è circoscritta solo al caso italiano, ovviamente, perché ogni paese fa discorso a sé. Per rispondere alla domanda occorre ammettere la prima e più banale delle cose, ovvero che chi è costretto a lasciare l’Italia lo fa perché la politica non ha saputo dare risposte efficaci ai problemi economici di cui siamo vittima. Se infatti in Italia avessimo leggi diverse, che detassano il lavoro, che tutelano il lavoratore, che non ne favoriscano il licenziamento, che non interrompano il circolo economico permettendo alla domanda del mercato di continuare ad esistere, allora avremmo un’economia che gira e produce ricchezza, e la ricchezza richiama lavoro. E con più lavoro tutti qui giovani costretti a fuggire sarebbero rimasti, facendo scelte più concordi coi loro veri desideri.
     Questa è la causa principale del fenomeno: una reazione di sopravvivenza. Per rispondere alla domanda posta dobbiamo pensare a cosa succederebbe se tutti i giovani presenti nel nostro paese adottassero indiscriminatamente la soluzione di fuggire via. Una soluzione infatti è adottata dal maggior numero di persone se è giusta, mentre se è sbagliata dev’essere scoraggiata e si devono incentivare altre strade. E allora facciamo questa simulazione, supponiamo che questa sia la soluzione migliore e che tutti i giovani la adottino e vediamo cosa accade:
  • Sottrazione di capitale umano – I giovani rappresentano sempre la risorsa umana più pronta per lo sviluppo di un paese e quando uno stato costringe i giovani a partire perde queste risorse: si tratta non solo di professionisti che potrebbero far funzionare le piccole e medie imprese (vera anima pulsante dell’economia italiana), ma anche ricercatori, specialisti, persone che potrebbero essere preziose a livello manageriale. Ogni giovane che va via è un’azienda che non si sviluppa o non nasce affatto, una proposta per il mercato che viene soffocata. È uno smembramento, che si ripercuote sulla vita del paese, peggiorando le sue condizioni perché di fatto lo stato italiano paga per istruire persone che poi vanno a fare il bene di altri paesi.
  • Invecchiamento medio della popolazione – L’Italia è un paese gerontocratico: da Andreotti a La Malfa a Berlusconi l’età media dei nostri governanti è paurosamente alta; ma non solo: anche l’età media della popolazione lo è. Siamo pieni di anziani. Un po’ è perché la vita media si è allungata, ma molta parte di questo fenomeno consiste nell’assenza di giovani che controbilancino questo trend. E sappiamo bene, senza fare sciocche discriminazioni, che i giovani hanno un potere produttivo molto maggiore degli anziani, che tra l’altro, proprio perché anziani, dovrebbero godersi gli ultimi anni della loro vita lontani dal lavoro e lasciare che siano le generazioni successive a portare avanti la vita del paese. Beninteso, ci sono mestieri che sono favoriti dall’anzianità perché sono legati all’accumulo di esperienza, come il medico o l’avvocato. Ma si tratta di casi minoritari. In generale siamo tutti d’accordo che è più giusto che siano i giovani a lavorare piuttosto che gli anziani.
  • Crisi pensionistica – Se in un paese un’intera generazione viene costretta a fuggire, significa che lavorerà all’estero. Se lavora all’estero significa che vive anche all’estero. E se vive all’estero pagherà anche le tasse all’estero. Tasse che l’Italia perde, sottraendole alla spesa sociale che normalmente lo stato dovrebbe fare a favore delle categorie più deboli. In particolare gli anziani: le pensioni vengono proprio pagate coi contributi versati dai lavoratori. Se un’intera generazione scompare, non solo non si produce ricchezza, non solo di interrompe il circolo economico distruggendo la domanda, ma si sottraggono soldi alla spesa pubblica e non si hanno soldi per le pensioni, che quindi si abbassano, aumentando quindi il tasso di povertà o i casi di suicidi che si sono riproposti con violenza dopo lo scoppio della crisi.
  • Sovraffollamento ed emergenze sociali – Mettiamo infine che tutti i giovani emigrino: dovranno pur andare da qualche parte. Se ammettiamo che sia la soluzione giusta e che quindi vada perseguita dal maggior numero di persone, allora un numero enorme di esseri umani dovrà trovare luogo per vivere altrove. Nasce un ovvio problema di ospitalità e integrazione, del tutto simile a quello che attualmente proprio l’Italia sta vivendo con i migranti provenienti dal continente africano, migranti economici ma anche di guerra. E tutti sappiamo cosa significhino queste “invasioni”: qualcuno – i più ignoranti – usano questo fenomeno come pretesto per fare bieche campagne elettorali; altri sviluppano veri e propri fenomeni di razzismo e discriminazioni. Ma in generale c'è un problema di risorse: nessuno stato è abbastanza ricco da poter ospitare e integrare tutta questa gente. Ovvero nascerebbero problemi anche nel paese ospitante. Crisi ed emergenze sociali sono cose da aspettarsi in un caso del genere. Gli italiani, poi, hanno in ciò una bella faccia di bronzo, perché vogliono emigrare e si aspettano ospitalità dall’estero, ma non sopportano che gente fugga dalla guerra che noi occidentali abbiamo provocato e alimentato, ma questa è un’altra storia.


     Se dunque tutti fuggissero via si aggraverebbero i problemi del paese lasciato e ne nascerebbero di nuovi nel paese ospitante. È un effetto domino, una reazione a catena. A chi giova alimentare questo fenomeno? Badate bene, il punto non è se sia giusto o meno che qualcuno scelga di andar via: il punto è se molti sono costretti ad andar via.
     Allora dobbiamo scegliere, i giovani, nella formazione della loro identità, devono scegliere se quello di andar via, salvo casi estremi, è un modello da considerare buono oppure no. Devono scegliere, quando si affacciano al mondo, quando si fanno una certa idea della vita, se mettere questa soluzione nel cassetto delle cose “buone da incoraggiare” o in quelle “cattive da evitare il più possibile”. Perché se passa l’idea che lasciare il proprio paese sia giusto a prescindere, allora siamo già morti, in quanto la vita in generale richiede che le cose vengano aggiustate e non abbandonate a se stesse, che nuove alternative vengano create e incoraggiate. È proprio la mentalità dell’usa-e-getta che non va bene, non possiamo permettercela.
     Vanno valorizzate le risorse che abbiamo, anziché cercarne di nuove, che tra l'altro finiranno prestissimo. È un discorso, lo si capisce, che va anche oltre il discorso che abbiamo fatto relativo al lavoro.

Molti sollevano polemiche a riguardo. Le riassumo di seguito, confutandole:
  • «Fissarsi a stare nella propria terra è sbagliato: la casa è dove ti trovi bene, non dove sei nato». In effetti la questione fa nascere il tema della “casa”. La fuga dei cervelli non può diventare un modello da incoraggiare non per una questione sentimentale, non perché altrimenti si avrebbe troppa nostalgia del luogo natio, ma perché non è sostenibile in termini di risorse, perché non è materialmente possibile, perché aggrava ancora di più il problema. Il concetto di casa non è in discussione.
  • «Ma allora nessuno dovrebbe mai migrare, dov'è il cosmopolitismo?». Ancora una volta mi piace sottolinearlo: il problema non nasce quando qualcuno migra, ma quando si crea nella mentalità dei giovani la convinzione che sia giusto andar via a prescindere, sempre e comunque. Abituarli al fatto che sia giusto andar via senza mostrare loro le alternative non li educa a risolvere il problema, non li educa a sforzarsi di creare soluzioni, una cosa che nella vita bisogna assolutamente saper fare. Le migrazioni contenute, come dicevo all’inizio, sono fisiologiche, assolutamente normali e anzi auspicabili, perché favoriscono lo scambio di idee; ma quando prendono la forma di emergenze sociali di massa è diverso, stiamo parlando di un’altra cosa.
  • «Chi si ostina a restare è solo un pigro o un mammone».
    È vero che molti, già fortemente diseducati ad affrontare la vita, preferiscono restare sotto l’ala protettiva di mamma e papà ed è inutile discutere sul pericolo di un simile modello educativo, tipicamente italiano. Ma imparare a non dare per scontato che si debba andar via è da incoraggiare per un motivo molto più semplice: perché cambiare le cose è possibilissimo. Anche se il potere ci educa a rinunciare a questa idea, anche se i media ci mandano questo tipo di messaggi, anche se nella nostra stessa cultura locale si è diffuso il virus dell’arrendevolezza, del lasciarsi andare, non è vero che non si possono cambiare le cose e che quindi si può solo fuggire. Un esempio? Abbiamo detto che la causa per cui si è costretti a fuggire è il cattivo operato della nostra classe dirigente che non ha proposto soluzioni adatte per rispondere alla crisi. Ebbene, cosa ci impedisce di scegliere i rappresentanti in maniera più accorta? In Italia abbiamo votato e sostenuto il berlusconismo per vent’anni ed è proprio in quegli anni che le cose sono peggiorate. Noi italiani, ammettiamolo, ci facciamo corrompere davanti ai seggi, vendiamo il nostro voto per 50 euro (anche per 1 euro solo), permettiamo alle mafie di comprare i voti, facciamo salire al potere la malavita organizzata, non ci interessiamo della politica, anzi ci vantiamo di disprezzarla, non sorvegliamo quindi la nostra classe dirigente, le permettiamo di fare le cose peggiori perché non vogliamo problemi, però poi pretendiamo che tutto fili liscio. 
    Non funziona così in democrazia, una volta delegato il potere ai rappresentanti il compito di un cittadino non è finito: bisogna continuare ad esercitare un’azione di sorveglianza e, se necessario, intervenire facendo sentire il peso dell’opinione pubblica. Se non ci correggiamo, continuiamo a votare persone inadatte che ovviamente approfitteranno del nostro disinteresse per fare i loro comodi. Se fossimo meno “ignoranti” in questo senso, non avremmo bisogno di fuggire, perché non permetteremmo così facilmente a certi politici di prendere certe decisioni, come l’abolizione dell'articolo 18, ad esempio, che facilita i licenziamenti, o l’innalzamento delle tasse sul lavoro; i nostri politici avrebbero un po’ più “paura” di osare perché saprebbero che perderebbero il nostro voto se si spingono oltre. E invece da noi si sa fin troppo bene che sopportiamo benissimo questo e altro. E allora ecco che la cosa più intelligente che ci viene da pensare è cercare altrove le condizioni migliori per vivere, anziché crearle qui. A ben vedere, è questa la vera pigrizia.

     Si vada pure via, quindi, si cerchi la propria strada laddove ci sembra più opportuno, ma stiamo attenti a non formulare dentro di noi l’idea che questo vada fatto per primo. Teniamoci questa alternativa come ultima spiaggia, scoraggiamola il più possibile, soprattutto educhiamo i giovani a inventare e proporre soluzioni nuove invece che cercarle altrove già belle e pronte. E facciamo i cittadini in modo più serio, così magari tutto questo non accadrebbe affatto e non ci sarebbe bisogno di risolverlo, questo problema.