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domenica 25 settembre 2022

Cari astenuti, causate voi lo schifo che vi fa astenere

Mentre queste elezioni politiche 2022 si concludono, in attesa degli spogli possiamo già prevedere che il cosiddetto partito degli astensionisti, in costante aumento negli anni, si riconfermerà certamente presente anche stavolta.

Ebbene, esso viene troppo sovente trattato unicamente come conseguenza della regressione morale e istituzionale della nostra classe dirigente, ma in verità mi pare il caso di notare l’altra faccia della medaglia, ovvero che l’astensione è anche causa della regressione che vediamo nei nostri politici e che quindi, in ultima analisi, chi si astiene produce le condizioni che portano all’astensione stessa.

Vediamo perché.
In primis non tutti gli astensionisti sono uguali. Ci sono quelli che disertano il seggio elettorale perché non si sentono rappresentati da nessuno, anche sforzandosi, e coloro che si astengono per pigrizia civica, ovvero quelli che si sono autoconvinti che «tanto non cambierà nulla, quindi cosa votiamo a fare?».
Le parole che seguono sono dedicate soprattutto a questi ultimi.

Inutile appellarsi ad argomenti idealistici come gli sforzi, il sangue, le battaglie che storicamente sono state fatte per arrivare oggi a godere di questa forma di libertà, di questo diritto che è anche un dovere ecc. Inutile, perché a costoro non importa nulla di quanto sia costato conquistare questo diritto, non gliene frega niente dei morti che sono stati necessari. Se costoro fossero stati sensibili a questo tipo di ragioni, molto probabilmente all’astensionismo non sarebbero mai approdati.

Andiamo dunque su motivi più concreti.

1. Non votare crea rischi

E andiamoci con una premessa: noi siamo in democrazia e la democrazia è il governo di una maggioranza di elettori, che però tutela e non deve calpestare i diritti delle minoranze.
Nella nostra democrazia, che è parlamentare, noi non eleggiamo chi governa (cioè il Presidente del Consiglio e i suoi ministri), bensì eleggiamo coloro che decideranno chi governa (cioè eleggiamo i membri del Parlamento, deputati e senatori) e che eleggeranno anche il Presidente della Repubblica.

Questa precisazione serve a sottolineare che il legame tra il nostro voto e l’effetto che esso produce (cioè la scelta di chi governa) non è diretto, ma indiretto perché è delegato al Parlamento e quindi già solo per questa ragione occorre nella nostra democrazia una prudenza superiore a quella che si usa nelle democrazie più dirette, dove gli elettori scelgono chi governa senza intermediari.

Basterebbe già solo questo argomento quindi per considerare l’astensionismo (soprattutto quello da pigrizia civica) come un fattore di rischio, perché se i miei interessi (la scelta del Governo) sono delegati a un tramite (il Parlamento), il minimo che io possa fare è sorvegliare molto da vicino quel tramite, anche solo per verificare che effettivamente mi rappresenti nel modo corretto.

Immaginate la stessa situazione in un contesto economico e non politico. Ho un’azienda grande che fa molte cose, io non posso occuparmi di tutto, perciò delego alcune decisioni a un amministratore. Se ora questo amministratore sa di non essere mai sorvegliato quanto è probabile che approfitti della delega che ha per lucrare ai miei danni e a suo vantaggio? Ovvio che lo farà quasi certamente! Tanto nessuno lo scoprirebbe mai. E se io non sono stupido e non voglio rischiare di farmi derubare, devo almeno ogni tanto sorvegliare il suo operato e reagire adeguatamente se scopro che non lavora bene. E il primo momento in cui posso stare attento a ciò è proprio quando scelgo l’amministratore!

Ecco dunque il primo errore dell’astensionista: egli non si rappresenta l’effetto del suo voto come una cosa che lo riguardi. Non riesce a sentire (ho detto “sentire”, non “sapere”) che il suo voto contribuisce ai meccanismi con cui andrà la sua stessa vita. Quindi non sente emotivamente il bisogno di tutelarsi attraverso un rigido controllo da elettore, anzi, si vanta di non occuparsene affatto, come se avesse fiutato una rottura di scatole che poteva dargli fastidio.

Qui molti si difenderebbero così: «Ma cosa vuoi che faccia la mia singola astensione? Siamo 60 milioni in Italia, adesso sta’ a vedere che se non vado a votare scompare la democrazia».
A parte il fatto che, se un comportamento è sbagliato, non c’è ragione di farlo già solo per questo, ma il guaio è che questo ragionamento non lo fa uno solo, bensì molti, tutti ugualmente convinti di essere i soli a farlo. Quindi l’effetto cumulativo di tutti questi ottimisti è che poi gran parte dell’elettorato, anche più della metà, non esegue questo controllo sulla delega. E gran parte pesa più di uno solo.

2. Non votare incoraggia il degrado

Tutto questo è ben noto ai politici che, al contrario degli elettori, sono molto ben informati sulla gente attraverso studi, sondaggi e controlli. Ora, se ammettiamo che un politico sia un potenziale pericolo (come di fatto è) e se quel politico sa che quasi nessuno si interesserà di ciò che vuole fare, è ovvio che si sentirà più libero di commettere atti illeciti contro gli interessi degli elettori.
E non vale il pericolo che poi possa essere punito adeguatamente dopo, cioè attraverso una non rielezione, perché, per poterlo punire, l’elettore dovrebbe conoscere quello che è successo nel frattempo e votare altri la volta successiva. Ma l’astensionista non fa alcuna di queste cose.
Perciò la condanna elettorale, se arriverà, sarà piccola, cioè quel politico perderà pochi voti pur avendola fatta molto grossa.

Non ne siete convinti? Com’è possibile allora che per così tanti anni siano rimasti a capo dei partiti sempre gli stessi candidati? Ricordate il ricambio della classe dirigente, la gerontocrazia, la rottamazione, «fare largo ai giovani» ecc? Ecco, non accade perché l’opinione pubblica è tendenzialmente disinteressata a ciò che nella politica accade e, quindi, tendenzialmente non agisce per lanciare ai politici i messaggi adeguati. E quelli continuano indisturbati.

E questo ci fa arrivare a una seconda conclusione: ovvero che in democrazia non basta che esistano delle regole (anche quelle non scritte), in quanto le regole possono essere violate. Si sa, è la natura umana; occorre anche un controllo morale sul rispetto di quelle regole, di quei patti, di quelle promesse, ovvero occorre che esista un’opinione pubblica attenta, vigile e interessata alla politica. Serve che gli elettori stiano col fiato sul collo ai politici, che facciano loro capire che li sorvegliano, che votino facendo loro le pulci! Deve arrivare il messaggio che se sgarri io ti faccio morire politicamente e quindi devi portare a casa dei risultati come rappresentante.
Invece ai politici arriva addirittura il segnale opposto, che cioè la gente non bada più di tanto alla loro coerenza ed efficienza, quindi per loro ciò è semaforo verde per agire contro di noi.

Ecco quindi che l’astensionista, col suo comportamento, favorisce il degrado morale e l’inefficienza istituzionale dei rappresentanti politici, incoraggiandoli ad agire senza alcun timore.
E questo degrado poi è quello che lo disgusta al punto da scegliere di astenersi!

3. Non votare aiuta le mafie

Un’ultima riflessione sull’astensionismo riguarda la facilitazione che esso fa alle mafie sui pacchetti di voti.
Qualunque magistrato, soprattutto quelli antimafia, potrà testimoniare che nel nostro paese la malavita organizzata (cosa nostra, ’ndrangheta, camorra...) è molto radicata nei vari settori del potere politico, non solo nel senso che i mafiosi mettono al potere gente che faccia i propri interessi, ma anche nel senso che molti politici si rivolgono spontaneamente ai mafiosi per comprare da essi interi pacchetti di voti (in cambio di favori, s’intende).

Ora, per le mafie assicurarsi dei voti costa. Quindi le mafie possono comprare fino a un massimo di voti, non infiniti; esiste un limite anche per quello.
Ebbene, ragionando con numeri piccoli per capirci facilmente.
Poniamo che la mafia abbia il potere di comprare 200 voti e che gli elettori totali siano 1200.
Escludiamo il caso che vadano a votare davvero tutti e accontentiamoci di una percentuale alta di votanti, diciamo 1000 persone.
Se si esprimono 1000 voti e di essi 200 sono comprati dalle mafie, allora vuol dire che in quella situazione la mafia avrà comprato il 20% dei voti, cioè avrà condizionato un quinto delle preferenze, sottraendole alla libera scelta dei cittadini. Ma 4/5 delle preferenze sono “libere” e rappresentano ancora abbastanza bene la volontà reale del paese.
Se però l’astensionismo è alto e va a votare meno della metà, diciamo 400 persone, la mafia potrà permettersi di comprare gli stessi 200 voti di prima. Solo che 200 voti su 400 totali non sono il 20%, bensì il 50%, cioè la metà!

Ovvero: i voti della mafia pesano di più, pur essendo sempre gli stessi! E quindi influenzano in modo più forte le scelte immediatamente successive alle elezioni, perché poi il candidato che ha comprato i voti mafiosi dovrà restituire il favore, magari concedendo appalti alle aziende della mafia per opere pubbliche non davvero necessarie, pagate con soldi pubblici (cioè nostri) che saranno quindi sottratti ai servizi per il cittadino (scuola, sanità, assistenza…) e creeranno buchi di bilancio nelle casse degli enti.

Ecco che l’astensionista finisce addirittura per favorire le mafie che il loro operato riducono il paese e la classe politica proprio in quelle condizioni di degrado materiale e morale che tanto ribrezzo hanno suscitato in lui e lo hanno spinto ad astenersi.


Al di là di tutti questi motivi però, confesso che per me la cosa più deludente di tutte è che in condizioni di alto astensionismo viene meno la possibilità di dire che il paese abbia scelto, indipendentemente da chi vince le elezioni.

Quando si dice “il paese” si intende una percentuale che rappresenti bene il paese, quindi una percentuale alta. Se invece chi ha fatto la scelta è solo una sparuta minoranza, allora la scelta non l’ha fatta il paese “nel suo complesso”.

In tali condizioni sarebbe ancora giusto che la decisione finale sia autorizzata a riguardare poi tutto il paese? Perché magari il paese nel suo complesso avrebbe scelto altro e invece si ritrova qualcosa che non avrebbe preferito.
Secondo me così non è nemmeno più democrazia.

Almeno avessimo l’onestà di non lamentarci dopo...!

******

Il peggiore analfabeta
è l’analfabeta politico.
Egli non sente, non parla,
né s’importa degli avvenimenti politici.
Egli non sa che il costo della vita,
il prezzo dei fagioli, del pesce, della farina,
dell’affitto, delle scarpe e delle medicine
dipendono dalle decisioni politiche.
L’analfabeta politico è così somaro
che si vanta e si gonfia il petto
dicendo che odia la politica.
Non sa l’imbecille che dalla sua
ignoranza politica nasce la prostituta,
il bambino abbandonato,
l’assaltante, il peggiore di tutti i banditi,
che è il politico imbroglione,
il mafioso corrotto,
il lacchè delle imprese nazionali e multinazionali. 

(Bertold Brecht)

martedì 21 giugno 2016

Fuggire all’estero: una soluzione sostenibile?

     Il fenomeno della fuga di cervelli non è un fatto nuovo oggi e ancor meno stupisce in tempo di crisi. Del resto le fughe dal proprio paese per cercare condizioni migliori in cui vivere sono roba vecchia quanto l’uomo: si va dalle migrazioni che i primi ominidi preistorici fecero partendo dall’Africa colonizzando il resto del mondo, alla fuga degli ebrei dall’Egitto in cerca della “terra promessa”, fino alle migrazioni negli Stati Uniti all’inizio del '900, i tempi di “Mamma mia, dammi 100 lire”.
     La fuga all’estero si è tristemente riproposta negli ultimi anni, accentuata dalla crisi economica, ed ha colpito soprattutto i giovani, la generazione che non è riuscita affatto ad entrare nel mercato del lavoro e che rischia di essere danneggiata seriamente anche a livello pensionistico. Il nord Europa, il Giappone, gli Stati Uniti sono le mete più ambite dove migliaia di ragazzi sono costretti ad andare per costruirsi un futuro.
     È proprio di questo che vorrei parlare in questo post, ponendo una domanda: fino a che punto è sostenibile fuggire all'estero? Fino a che punto si può considerare attuabile questa soluzione? A lungo andare farà bene o male? E quindi, in fin dei conti: è giusto o no incoraggiare questa soluzione?
     Non intendo criticare chi parte, a cominciare da chi ama viaggiare e magari è andato via dall’Italia perché ama il resto del mondo e, quindi, ha scelto liberamente di cambiare aria; mi soffermerei piuttosto su coloro che sono dovuti andare via per forza, coloro che hanno subito questo ricatto silenzioso e che in un certo senso non potevano fare a meno di partire perché si sentivano mancare il terreno da sotto i piedi, su coloro che magari avrebbero voluto costruire la loro vita nella loro terra, attorno alle persone che amano.
     La domanda è circoscritta solo al caso italiano, ovviamente, perché ogni paese fa discorso a sé. Per rispondere alla domanda occorre ammettere la prima e più banale delle cose, ovvero che chi è costretto a lasciare l’Italia lo fa perché la politica non ha saputo dare risposte efficaci ai problemi economici di cui siamo vittima. Se infatti in Italia avessimo leggi diverse, che detassano il lavoro, che tutelano il lavoratore, che non ne favoriscano il licenziamento, che non interrompano il circolo economico permettendo alla domanda del mercato di continuare ad esistere, allora avremmo un’economia che gira e produce ricchezza, e la ricchezza richiama lavoro. E con più lavoro tutti qui giovani costretti a fuggire sarebbero rimasti, facendo scelte più concordi coi loro veri desideri.
     Questa è la causa principale del fenomeno: una reazione di sopravvivenza. Per rispondere alla domanda posta dobbiamo pensare a cosa succederebbe se tutti i giovani presenti nel nostro paese adottassero indiscriminatamente la soluzione di fuggire via. Una soluzione infatti è adottata dal maggior numero di persone se è giusta, mentre se è sbagliata dev’essere scoraggiata e si devono incentivare altre strade. E allora facciamo questa simulazione, supponiamo che questa sia la soluzione migliore e che tutti i giovani la adottino e vediamo cosa accade:
  • Sottrazione di capitale umano – I giovani rappresentano sempre la risorsa umana più pronta per lo sviluppo di un paese e quando uno stato costringe i giovani a partire perde queste risorse: si tratta non solo di professionisti che potrebbero far funzionare le piccole e medie imprese (vera anima pulsante dell’economia italiana), ma anche ricercatori, specialisti, persone che potrebbero essere preziose a livello manageriale. Ogni giovane che va via è un’azienda che non si sviluppa o non nasce affatto, una proposta per il mercato che viene soffocata. È uno smembramento, che si ripercuote sulla vita del paese, peggiorando le sue condizioni perché di fatto lo stato italiano paga per istruire persone che poi vanno a fare il bene di altri paesi.
  • Invecchiamento medio della popolazione – L’Italia è un paese gerontocratico: da Andreotti a La Malfa a Berlusconi l’età media dei nostri governanti è paurosamente alta; ma non solo: anche l’età media della popolazione lo è. Siamo pieni di anziani. Un po’ è perché la vita media si è allungata, ma molta parte di questo fenomeno consiste nell’assenza di giovani che controbilancino questo trend. E sappiamo bene, senza fare sciocche discriminazioni, che i giovani hanno un potere produttivo molto maggiore degli anziani, che tra l’altro, proprio perché anziani, dovrebbero godersi gli ultimi anni della loro vita lontani dal lavoro e lasciare che siano le generazioni successive a portare avanti la vita del paese. Beninteso, ci sono mestieri che sono favoriti dall’anzianità perché sono legati all’accumulo di esperienza, come il medico o l’avvocato. Ma si tratta di casi minoritari. In generale siamo tutti d’accordo che è più giusto che siano i giovani a lavorare piuttosto che gli anziani.
  • Crisi pensionistica – Se in un paese un’intera generazione viene costretta a fuggire, significa che lavorerà all’estero. Se lavora all’estero significa che vive anche all’estero. E se vive all’estero pagherà anche le tasse all’estero. Tasse che l’Italia perde, sottraendole alla spesa sociale che normalmente lo stato dovrebbe fare a favore delle categorie più deboli. In particolare gli anziani: le pensioni vengono proprio pagate coi contributi versati dai lavoratori. Se un’intera generazione scompare, non solo non si produce ricchezza, non solo di interrompe il circolo economico distruggendo la domanda, ma si sottraggono soldi alla spesa pubblica e non si hanno soldi per le pensioni, che quindi si abbassano, aumentando quindi il tasso di povertà o i casi di suicidi che si sono riproposti con violenza dopo lo scoppio della crisi.
  • Sovraffollamento ed emergenze sociali – Mettiamo infine che tutti i giovani emigrino: dovranno pur andare da qualche parte. Se ammettiamo che sia la soluzione giusta e che quindi vada perseguita dal maggior numero di persone, allora un numero enorme di esseri umani dovrà trovare luogo per vivere altrove. Nasce un ovvio problema di ospitalità e integrazione, del tutto simile a quello che attualmente proprio l’Italia sta vivendo con i migranti provenienti dal continente africano, migranti economici ma anche di guerra. E tutti sappiamo cosa significhino queste “invasioni”: qualcuno – i più ignoranti – usano questo fenomeno come pretesto per fare bieche campagne elettorali; altri sviluppano veri e propri fenomeni di razzismo e discriminazioni. Ma in generale c'è un problema di risorse: nessuno stato è abbastanza ricco da poter ospitare e integrare tutta questa gente. Ovvero nascerebbero problemi anche nel paese ospitante. Crisi ed emergenze sociali sono cose da aspettarsi in un caso del genere. Gli italiani, poi, hanno in ciò una bella faccia di bronzo, perché vogliono emigrare e si aspettano ospitalità dall’estero, ma non sopportano che gente fugga dalla guerra che noi occidentali abbiamo provocato e alimentato, ma questa è un’altra storia.


     Se dunque tutti fuggissero via si aggraverebbero i problemi del paese lasciato e ne nascerebbero di nuovi nel paese ospitante. È un effetto domino, una reazione a catena. A chi giova alimentare questo fenomeno? Badate bene, il punto non è se sia giusto o meno che qualcuno scelga di andar via: il punto è se molti sono costretti ad andar via.
     Allora dobbiamo scegliere, i giovani, nella formazione della loro identità, devono scegliere se quello di andar via, salvo casi estremi, è un modello da considerare buono oppure no. Devono scegliere, quando si affacciano al mondo, quando si fanno una certa idea della vita, se mettere questa soluzione nel cassetto delle cose “buone da incoraggiare” o in quelle “cattive da evitare il più possibile”. Perché se passa l’idea che lasciare il proprio paese sia giusto a prescindere, allora siamo già morti, in quanto la vita in generale richiede che le cose vengano aggiustate e non abbandonate a se stesse, che nuove alternative vengano create e incoraggiate. È proprio la mentalità dell’usa-e-getta che non va bene, non possiamo permettercela.
     Vanno valorizzate le risorse che abbiamo, anziché cercarne di nuove, che tra l'altro finiranno prestissimo. È un discorso, lo si capisce, che va anche oltre il discorso che abbiamo fatto relativo al lavoro.

Molti sollevano polemiche a riguardo. Le riassumo di seguito, confutandole:
  • «Fissarsi a stare nella propria terra è sbagliato: la casa è dove ti trovi bene, non dove sei nato». In effetti la questione fa nascere il tema della “casa”. La fuga dei cervelli non può diventare un modello da incoraggiare non per una questione sentimentale, non perché altrimenti si avrebbe troppa nostalgia del luogo natio, ma perché non è sostenibile in termini di risorse, perché non è materialmente possibile, perché aggrava ancora di più il problema. Il concetto di casa non è in discussione.
  • «Ma allora nessuno dovrebbe mai migrare, dov'è il cosmopolitismo?». Ancora una volta mi piace sottolinearlo: il problema non nasce quando qualcuno migra, ma quando si crea nella mentalità dei giovani la convinzione che sia giusto andar via a prescindere, sempre e comunque. Abituarli al fatto che sia giusto andar via senza mostrare loro le alternative non li educa a risolvere il problema, non li educa a sforzarsi di creare soluzioni, una cosa che nella vita bisogna assolutamente saper fare. Le migrazioni contenute, come dicevo all’inizio, sono fisiologiche, assolutamente normali e anzi auspicabili, perché favoriscono lo scambio di idee; ma quando prendono la forma di emergenze sociali di massa è diverso, stiamo parlando di un’altra cosa.
  • «Chi si ostina a restare è solo un pigro o un mammone».
    È vero che molti, già fortemente diseducati ad affrontare la vita, preferiscono restare sotto l’ala protettiva di mamma e papà ed è inutile discutere sul pericolo di un simile modello educativo, tipicamente italiano. Ma imparare a non dare per scontato che si debba andar via è da incoraggiare per un motivo molto più semplice: perché cambiare le cose è possibilissimo. Anche se il potere ci educa a rinunciare a questa idea, anche se i media ci mandano questo tipo di messaggi, anche se nella nostra stessa cultura locale si è diffuso il virus dell’arrendevolezza, del lasciarsi andare, non è vero che non si possono cambiare le cose e che quindi si può solo fuggire. Un esempio? Abbiamo detto che la causa per cui si è costretti a fuggire è il cattivo operato della nostra classe dirigente che non ha proposto soluzioni adatte per rispondere alla crisi. Ebbene, cosa ci impedisce di scegliere i rappresentanti in maniera più accorta? In Italia abbiamo votato e sostenuto il berlusconismo per vent’anni ed è proprio in quegli anni che le cose sono peggiorate. Noi italiani, ammettiamolo, ci facciamo corrompere davanti ai seggi, vendiamo il nostro voto per 50 euro (anche per 1 euro solo), permettiamo alle mafie di comprare i voti, facciamo salire al potere la malavita organizzata, non ci interessiamo della politica, anzi ci vantiamo di disprezzarla, non sorvegliamo quindi la nostra classe dirigente, le permettiamo di fare le cose peggiori perché non vogliamo problemi, però poi pretendiamo che tutto fili liscio. 
    Non funziona così in democrazia, una volta delegato il potere ai rappresentanti il compito di un cittadino non è finito: bisogna continuare ad esercitare un’azione di sorveglianza e, se necessario, intervenire facendo sentire il peso dell’opinione pubblica. Se non ci correggiamo, continuiamo a votare persone inadatte che ovviamente approfitteranno del nostro disinteresse per fare i loro comodi. Se fossimo meno “ignoranti” in questo senso, non avremmo bisogno di fuggire, perché non permetteremmo così facilmente a certi politici di prendere certe decisioni, come l’abolizione dell'articolo 18, ad esempio, che facilita i licenziamenti, o l’innalzamento delle tasse sul lavoro; i nostri politici avrebbero un po’ più “paura” di osare perché saprebbero che perderebbero il nostro voto se si spingono oltre. E invece da noi si sa fin troppo bene che sopportiamo benissimo questo e altro. E allora ecco che la cosa più intelligente che ci viene da pensare è cercare altrove le condizioni migliori per vivere, anziché crearle qui. A ben vedere, è questa la vera pigrizia.

     Si vada pure via, quindi, si cerchi la propria strada laddove ci sembra più opportuno, ma stiamo attenti a non formulare dentro di noi l’idea che questo vada fatto per primo. Teniamoci questa alternativa come ultima spiaggia, scoraggiamola il più possibile, soprattutto educhiamo i giovani a inventare e proporre soluzioni nuove invece che cercarle altrove già belle e pronte. E facciamo i cittadini in modo più serio, così magari tutto questo non accadrebbe affatto e non ci sarebbe bisogno di risolverlo, questo problema.


mercoledì 8 luglio 2015

Tsipras al Parlamento europeo: fondi per la Grecia andati a banche, il paese usato come laboratorio per l'austerità

     8 luglio 2015: il parlamento europeo, presieduto da Martin Schultz, è in seduta plenaria e attende l’ingresso di Alexis Tsipras, il premier greco a cui è stata data facoltà di parola davanti ai parlamentari per esporre il caso del suo paese. Al suo ingresso i leader della sinistra europea gli danno un caloroso benvenuto: dai seggi molti cartelli con il NO del referendum, a richiamare la bella vittoria morale del popolo greco, si mostrano orgogliosi; si levano applausi, qualcuno si avvicina al premier per stringergli la mano; i più audaci si lasciano andare perfino a un abbraccio.
     Tsipras è l’uomo del momento in Europa per via della scelta che ha fatto domenica 5 luglio: dare la parola al suo popolo con un referendum.
     Nel corso di pochi minuti Tsipras ha parlato con franchezza ai suoi colleghi, ammettendo verità per lo più delicate che spesso non si vuole sollevare nei dibattiti dell’Eurogruppo.
      Ecco riassunti i punti essenziali del suo discorso (segue video integrale con traduzione in italiano alla fine). Laddove necessario, sarà fornita qualche nota per meglio comprendere le questioni citate.


1. Il referendum non è un modo per dire no all'Europa, la Grecia non vuole una rottura con l’Europa.
     Molti ancora oggi credono infatti erroneamente che il referendum dovesse servire per scegliere se restare o meno in Europa o nell’Euro, ma la verità è che con quel referendum Tsipras chiedeva ai suoi elettori se fossero d’accordo che il governo accettasse le ennesime barbare condizioni di violazione di sovranità in cambio di aiuti economici, alimentando la spirale di riforme che hanno contribuito ad aggravare la crisi del paese.

2. La politica di austerità non ha rappresentato uno strumento per lo sviluppo, ma ha aggravato la crisi.
     Un punto sacrosanto che vale non solo per la Grecia ma per tutti gli altri paesi. In Italia sappiamo benissimo cosa questo abbia rappresentato. È bello che un leader europeo lo abbia dichiarato davanti a tutto il parlamento.

3. La Grecia è stata usata come un laboratorio per sperimentare l’austerità.
     La dichiarazione più coraggiosa dell’intervento di Tsipras, pensata da tutti ma taciuta quasi da tutta la stampa e soprattutto dai grandi leader (Mario Monti addirittura, in uno dei suoi deliri, dichiarò che la Grecia rappresentava una vittoria per l’euro).

4. I fondi stanziati per la Grecia non sono stati usati per il popolo greco, bensì sono stati stanziati per il salvataggio delle banche.
     Questo è il punto che più interessa approfondire in questo articolo: Özlem Onaran (economista, docente di Politica del lavoro a Greenwich), ha fatto emergere tramite l’istituzione ad aprile di una commissione di verità le prove che il debito greco è «non solo illegittimo e non sostenibile», ma addirittura «illegale». Pare infatti che, di tutte le centinaia di miliardi di euro che sono stati inviati al paese, il 90% di essi sia stato dirottato alle banche al fine di salvarle e non alla spesa pubblica del paese, ovvero quei soldi sono stati sottratti ai cittadini e ai loro bisogni. Un meccanismo folle che sfiora il crimine contro l’umanità, giacché con questa condotta sono morte delle persone e di molte altre sono state violate la dignità e molti diritti fondamentali garantiti dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.
     Perfino Massimo D'Alema, in un suo recente intervento, ha confermato questa scandalosa verità. Secondo Onaran «degli oltre 243 miliardi che il Paese ha ricevuto negli ultimi cinque anni sono stati utilizzati per ripagare debito precedentemente contratto. Un altro 20% è andato alla ricapitalizzazione del sistema bancario, mentre solo un decimo di quei fondi ha alimentato la spesa pubblica. Insomma quei miliardi, il 60% dei quali prestati dal Fondo europeo di stabilità finanziaria (Efsf) oppure bilateralmente dai Paesi dell’eurozona, sono stati per lo più indirizzati verso creditori privati e istituti di credito greci, tedeschi o francesi».

5. Le giuste riforme che avrebbero potuto salvare la Grecia sono state volutamente evitate.
     Sempre grazie ad Onaran sappiamo, o meglio, abbiamo le prove che il default della Grecia non è stato uno stupido imprevisto, ma una cosa voluta, perché si conoscevano bene le conseguenze a cui il paese sarebbe andato incontro: «Commissione Europea e Bce assieme al Fondo Monetario Internazionale, con l’imposizione di povertà, disoccupazione e diseguaglianza, hanno dunque violato le loro stesse regole e princìpi» […] «In Grecia […] non è stata la popolazione a trarre benefici dai prestiti internazionali». Continua Onaran: «Già nel 2010 il Fondo Monetario Internazionale aveva teorizzato l’insostenibilità del debito senza una ristrutturazione, ma Bruxelles impose le sue condizioni. Nel report della Commissione sono menzionati documenti dell’organizzazione che ammettono tale consapevolezza. Secondo Philippe Legrain, che fu advisor del presidente della Commissione europea Josè Manuel Barroso fino al 2014, gli interessi delle banche furono sistematicamente privilegiati rispetto a quelli dei cittadini. Sapevano a cosa saremmo andati incontro, eppure si è voluto che le cose procedessero fino a un braccio di ferro che lascia poco spazio alla razionalità economica e troppo all’ideologia». E conclude: «Nel 1953 metà del debito della Germania fu cancellato con l’accordo di Londra. Oggi, come allora, l’Europa necessita di una conferenza sul debito. Coloro che sono usciti vincitori dalla crisi finanziaria non hanno interesse a cambiare le cose, ma le persone hanno diritto di sapere che i propri soldi sono stati usati per salvare le banche. La faccenda non riguarda solo la Grecia: attraverso le stesse dinamiche e con le stesse giustificazioni gli errori dell’austerity sono stati riprodotti negli altri Paesi europei».

6. La debolezza della Grecia è in realtà una debolezza dell’Europa: essa non sa affrontare in modo efficace le politiche economiche. Occorre quindi un intervento europeo non solo per la Grecia ma per tutta l'unione.
     Queste parole ci rimandano al vero spirito dell’Unione europea: quello di una collaborazione e una cooperazione tra democrazie, non un’egemonia di pochi paesi che ne ricattano altri che non entrano nel merito dei casi specifici, pretendendo l’assurdo solo perché credono di essere in posizioni di prevalenza finanziaria. Tsipras con queste parole ha restituito all’Unione il suo significato più pulito e autentico: i leader europei dovrebbero prendere esempio.



     Vi lascio qui il discorso integrale di Tsipras. Buona visione!




lunedì 6 luglio 2015

Lode sopra le urne greche: cosa ci insegna il referendum di Tsipras

     Diciamolo subito per i meno informati: il referendum in Grecia svoltosi ieri non era per decidere se restare o meno nell’euro (al massimo questa questione potrebbe proporsi come conseguenza prossima futura), bensì serviva a interpellare la volontà popolare per decidere se accettare o meno le condizioni dell’Europa in cambio degli aiuti economici alle banche. Votare Sì avrebbe significato accettare l’ennesimo ricatto dell’Europa: in cambio di qualche spicciolo alle banche che basterebbe a mala pena per sopravvivere e che non garantirebbe lo sviluppo economico, la Grecia avrebbe dovuto cedere un altro pezzo della sua sovranità all’Europa, accettando ulteriori umiliazioni economiche e sociali (aumento dell’IVA, tagli alle pensioni, ulteriore mortificazione del mercato del lavoro ecc.); votare No, invece, sarebbe stato un modo per dire che o si imposta una trattativa diversa o non se ne fa niente.
     Il risultato della vittoria del No a oltre il 61% (un contributo venuto soprattutto dalle fasce più giovani) uscito dalle urne elettorali ci consente di mettere alcuni punti fermi che vale la pena analizzare, perché possono essere preziose lezioni anche per gli altri paesi europei che stanno pagando una crisi tanto aggressiva.
     Come al solito partiamo dai fatti, poi faremo le nostre riflessioni.

     Alexis Tsipras fu eletto con una precisa promessa elettorale: opporsi all’austerità imposta dall’Europa (questa Europa, che non è quella che ci venne raccontata quando nacque). E, a differenza della maggior parte dei leader europei, Tsipras ha mantenuto la promessa e l’ha fatto con una mossa davvero elegante, soprattutto se pensiamo che la democrazia è un’invenzione greca: restituire la parola al popolo. Bella mossa davvero!

     Ora, per comprendere l’importanza di questo referendum occorre considerare la posizione della Grecia. Per comprendere tutto senza tecnicismi, in modo che sia più chiaro possibile, possiamo servirci di due righe di Giancarlo Marcotti che, su un articolo di Finanzia in chiaro, così schematizza la situazione greca.

     “Se ho un debito di 10.000 euro ho davvero un grosso problema, se ho un debito di 10.000.000 di euro, ad avere un grosso problema … è il mio creditore”.
     Come tutte le battute, se fa ridere, significa che nasconde un fondo di verità.
     Figuratevi così se ho un debito di 330.000.000.000 (330 MILIARDI) di euro, ed in cassa non ho nemmeno un euro, che razza di problema ha il mio… anzi… i miei creditori.
     Il debitore può persino riderci su, tanto, che può fare? Certo, i creditori non hanno molta voglia di ridere e pretenderebbero perlomeno che il debitore la smettesse di fare lo spiritoso e che invece dicesse loro in che modo intende pagare.
     Ma che volete che faccia? Lui va avanti a divertirsi, povero lo è già, cosa pretendete? Che muoia di fame solo per restituire al massimo un 1 o un 2% del suo debito? Fare la fame per restituire circa 7 miliardi e rimanere con un debito di 323 miliardi? Dai, siamo seri.
     Ed i creditori incalzano: “Dicci come intendi ritornarci i soldi che ti abbiamo prestato!”
     E lui: “Dunque, fra non molto saranno in scadenza 27 miliardi del mio debito, allora voi prestatemene altrettanti e io vi pago le rate in scadenza. Ah! Dimenticavo! Non deve essere un finanziamento a breve termine, altrimenti fra poco siamo ancora punto e a capo, diciamo che la scadenza del nuovo prestito sia… fra 30 anni! Ah, ancora una cosa! Naturalmente venitemi incontro con un tasso di interesse sopportabile, beh… diciamo… l’1,5%.”
     A quel punto i creditori si alterano ed urlano: “Non siamo mica qua a farci prendere per il c…lo, è una proposta offensiva!”, ma si sentono rispondere: “Sentite, a suo tempo siete stati voi ad accogliermi nella Comunità, voi lo sapevate certamente in quale situazione mi trovavo, non raccontate la balla che ho truccato i conti, perché siete stati proprio voi a dirmi come dovevo truccare i conti, quindi non venite ora a farmi la morale, da voi non l’accetto!”
     Ed ancora i creditori: “Dai, sei un politico anche tu, mettiti nei nostri panni, se ti diamo ancora i soldi i nostri elettori non ci votano più perché non vogliono che continuiamo a finanziarti, se non te li diamo i nostri elettori non ci votano più perché abbiamo perso 330 miliardi di euro, come ne usciamo?”
     Ed il debitore “Quelli sono fatti vostri, i miei elettori mi hanno votato proprio per questo, sono già pieno di problemi, i vostri ve li dovete risolvere da soli”.
     Tutto chiaro?

     Solo una precisazione: non mi sono inventato nulla, soprattutto per quanto riguarda i numeri.

     Nelle prossime ore Tsipras dovrà cercare di allestire nuove trattativa per la Grecia con i vertici europei. E qui possiamo aspettarci continui colpi di scena. Uno è avvenuto stamane: Yanis Varoufakis, ministro dell’economia greco, ha rassegnato le sue dimissioni, a suo dire per favorire le trattative di Tsipras con l’Europa, giacché erano in molti a considerarlo una presenza sgradita. Varoufakis, che aveva accusato più volte i creditori della Grecia di essere dei terroristi, lascia quindi il ministero: la sua testa è stato un prezzo da pagare per potersi ritagliare un posto più forte in Europa.
     Il problema più urgente ora da risolvere è quello della liquidità delle banche: se gli istituti di credito non possono erogare contante sarà il caos. È soprattutto di questo che di dovrà discutere nei prossimi meeting. Tsipras dovrà presentare un nuovo piano di riforme che dovrà piacere ai creditori, si dovrà cercare un nuovo compromesso; infatti è stato già dichiarato che sarebbe molto improbabile un taglio del debito greco, al massimo si potrà contare su una dilazione su tempi più lunghi.

     Questi sono i fatti. Ma cosa ci insegna il referendum greco?

L’importanza del coinvolgimento del popolo
     Non importa che abbia vinto il No o il Sì e nemmeno importa quali saranno le conseguenze politiche ed economiche della giornata di domenica. Sta di fatto che interpellare il popolo per una questione così importante è stata una mossa molto bella da parte di Tsipras: la consultazione popolare ha rappresentato innanzitutto la concretizzazione di quello che Tsipras andava dicendo in campagna elettorale qualche mese fa, ovvero «Prima le persone». È bello vedere che un premier tenga fede a ciò che ha promesso ai suoi elettori, soprattutto in un’epoca in cui le promesse elettorali vengono puntualmente disattese anche alla luce del sole, dato che l’opinione pubblica spesso non ha la maturità di riconoscere questo ingiusto comportamento e quindi, non è in grado di punirlo o almeno di scoraggiarlo.
     La presenza del popolo, il ruolo attivo delle persone nel referendum greco è una prima lezione che ci giunge dall’Ellade: che l’Europa è fatta di persone e la loro partecipazione non può ridursi a quella di semplici spettatori passivi che assistono all’opera di distruzione delle democrazie che da qualche anno si sta realizzando, soprattutto a danno dell’Europa mediterranea. È dalle persone che si dovrebbe partire, dalle loro esigenze, dai loro bisogni, dalla loro volontà. Altrimenti a cosa serve agli stati europei formare una comunità? Chi si aiuta se si ignora la gente? Si aiutano solo le multinazionali, le lobby, le banche, si aiutano i ricchi a diventare più ricchi, si distrugge la classe media («quando la borghesia scompare significa che un paese sta morendo», ripeteva il mio docente di storia e filosofia al liceo)…
     Anche noi italiani dovremmo ricordarci di questo, siamo infatti stati molto passivi come popolo nel corso della storia e gli esempi non mancano: durante il risorgimento solo una ristretta élite lottò per l’unità d’Italia mentre la maggior parte della gente (soprattutto i contadini) si dimostrò contraria o indifferente alla questione; allo stesso modo siamo sempre stati affetti da un forte servilismo nei confronti di tutti coloro che si proclamavano nostri padroni: il feudalesimo in Italia, soprattutto quello del sud, è durato fino a tempi recentissimi; così come abbiamo permesso che si costituisse nel nostro paese una delle più feroci dittature della storia, quella fascista...

Contraddizioni della politica finanziaria europea
     Un’altra lezione che ci viene dal referendum di Tsipras riguarda l’emergere di una delle contraddizioni insite nello stesso meccanismo con cui funzionano i cosiddetti aiuti europei. Riflettiamo: se io ricevo un prestito è perché sono in difficoltà, quindi vuol dire che voglio uscire dal mio momento di crisi per ritornare a produrre abbastanza ricchezza a) per me stesso e b) per produrre un surplus necessario a restituire il prestito che mi è stato fatto, evidentemente maggiorato di un tasso di interesse. Per fare ciò i soldi prestati devono essere usati per produrre ricchezza (per un paese questo può farsi investendo nella cultura, sfruttando in modo razionale le risorse naturali e quelle turistiche, incentivando l’assunzione con una buona regolazione delle tasse e degli sgravi fiscali per le aziende più virtuose…).
     In Europa invece quando i prestiti vengono erogati i paesi devono cedere una parte della loro sovranità, ovvero devono fare riforme e leggi che piacciano ai creditori, anche se queste scelte sono contrarie all’interesse del paese che riceve gli aiuti. In sostanza si perde la libertà di gestire lo stato: a che serve a quel punto un capo del governo? Egli dovrà seguire le direttive che gli danno in Europa, ignorando ciò che il popolo chiede. E in Italia è accaduto proprio questo: Monti, Letta e Renzi, presidenti del Consiglio non eletti, hanno attuato le riforme che sono volute dall’Europa ma che non hanno assolutamente incentivato lo sviluppo. E qualunque demente ha visto le conseguenze di questi anni di politica di austerità. Del resto che le riforme si debbano tradurre in una perdita di libertà politica ce lo ricorda Mario Monti in una sua conferenza di qualche anno fa: «i passi avanti fatti in Europa sono per definizione cessioni di parti delle sovranità nazionali», testuale.
     Dovremo invece aver bisogno di leader che non accettino di alimentare questo meccanismo: gli aiuti sono una cosa preziosa ma se alla Grecia vengono imposte condizioni tali che essa non possa produrre ricchezza nemmeno per se stessa, allora come è possibile sperare che possa anche restituire il debito? Ovviamente alla disumana e aggressiva politica finanziaria vigente in Europa non importano le conseguenze sociali: i soldi vanno restituiti, anche se questo significa provocare suicidi, aumentare il numero di disoccupati, vedere supermercati che vendono cibo scaduto e gente che rovista nella spazzatura. In Italia accade una cosa simile: il made in Italy deve essere distrutto nelle intenzioni di queste persone, così, una volta che il mercato italiano sarà definitivamente morto, saranno i mercati del nord Europa i soli a contare e non avranno concorrenza.
     La Grecia, con la sua tragica situazione, fa emergere questa contraddizione enorme di cui abbiamo tutti il dovere di renderci conto, perché anche al nostro paese sono state imposte condizioni contrarie allo sviluppo del paese.

L’importanza della ristrutturazione del debito
     Nessuno dice che i debiti non vadano ripagati. Anzi, gli stessi creditori hanno interesse che i debitori possano ripagarlo. Ma per poter ripagare un debito è necessario programmare in modo sostenibile la sua restituzione. Facciamo un esempio banale: se io voglio aprire una pizzeria e chiedo in banca un prestito di 60 000 euro la banca non può aspettarsi che io la ripaghi in 18 mesi! Occorre che la mia attività si avvii bene, che io accumuli ricchezza, che metta da parte del denaro e che periodicamente, ovvero in rate sostenibili e con un tasso di interesse non assurdo, io ridia indietro i soldi. Ma se mi viene imposto di restituire tutto in tempi brevi, con rate alte e con un interesse che mi impediscono di poter mettere da parte ricchezza, allora è ovvio che io mi troverò sempre in condizioni di bisogno, mentre invece dovrei avere del superfluo per ripagare il mio finanziatore.
     La Grecia, come molti paesi europei, ha bisogno di una seria ristrutturazione del suo debito: si devono cioè ridiscutere le forme di pagamento del suo debito, in modo che si adattino alla situazione del paese. Questa questione non è quasi mai citata in Italia, fateci caso: si parla di tasse, di fare sacrifici, di tenere duro perché “ce lo chiede l’Europa”, ma nessuno solleva la questione politica di riformulare le condizioni del pagamento del debito. Solo Antonio Ingroia, in campagna elettorale per le ultime elezioni politiche del 2013, ne fece oggetto della sua proposta politica.

Equità ed uguaglianza
     Il caso greco ci dà anche l’opportunità di ribadire la differenza tra equità ed uguaglianza. Essere trattati in modo uguale vuol dire ricevere lo stesso tipo di trattamento: se ho due soggetti A e B e vogliono trattarli in modo uguale do a entrambi la stessa cosa nello stesso modo. L’uguaglianza è indubbiamente importante, basti pensare a tutte le conquiste democratiche che su questo principio si basano (le legge è uguale per tutti, ad esempio, nel senso che tutti devono essere puniti allo stesso modo se violano la legge).
     Tuttavia in alcuni casi l’uguaglianza del trattamento non solo non è utile ma è addirittura dannosa: per esempio se a tutti gli studenti vanno fatte pagare le stesse tasse universitarie, gli studenti più poveri potrebbero essere in condizione di dover rinunciare all’istruzione, giacché quelle tasse potrebbero essere troppo alte. Occorre quindi fare un distinguo e tenere conto delle differenti condizioni di partenza dei soggetti. In tali caso è più utile usare l’equità come principio, che consiste non nello stesso trattamento, ma in trattamenti diversi per ottenere lo stesso risultato finale. Nel mio esempio, far pagare le tasse agli studenti in modo diverso (trattamento equo ma non uguale) per garantire a tutti l’istruzione (stesso stato finale). Badate che per fare questo occorre prendere atto delle differenze iniziali (lo studente più povero va trattato in modo diverso).
     Applichiamo questo discorso alla Grecia: se la sua situazione finanziaria è molto più catastrofica e se è davvero l’Europa vuole che essa non esca dal sistema comunitario è ovvio che il solito trattamento non può più essere applicato! Occorre tenere conto delle differenti condizioni della Grecia rispetto alle altre economie europee per poterla aiutare davvero ed è proprio questo che Tsipras spera di fare grazie al referendum. Ma sappiamo tutti che così non avviene: ci si intestardisce a pretendere dalla Grecia ciò che la Grecia non può dare e non la si mette in condizioni di poter pagare il debito.
     Questo riguarda anche l’Italia e noi cittadini dovremmo tenerlo presente quando valutiamo le proposte elettorali dei candidati politici.

Possibili contagi
     Se la Grecia riuscisse a strappare all’Europa condizioni più sostenibili per il suo sviluppo (e quindi anche per poter ripagare giustamente il debito contratto dai governi precedenti) si creerebbe un interessante precedente che potrebbe fungere da esempio per gli altri paesi martoriati dalla crisi. Se questo “virus” benefico della non accettazione delle condizioni della dittatura finanziaria prendesse piede anche altrove, l’Europa – questa certa Europa – sarebbe costretta ad abbassare la cresta. È infatti noto che per tenere sotto controllo una serie di soggetti è necessario che essi non facciano gruppo. Poiché l’unione fa la forza, va da sé che una coordinazione internazionale di questi movimenti o partiti anti-austerità sarebbe un buon punto di partenza per riscrivere un’Europa diversa. In Italia a mio avviso il Movimento 5 Stelle è la forza politica che meglio si presta a partecipare a questo tipo di operazione.




     Dopo tutte queste riflessioni appare chiaro come il valore simbolico del No del referendum greco di ieri sia importante non solo per gli stessi greci ma anche per le altre coscienze nazionali, compresa quella italiana. L’opinione pubblica ha bisogno di avvicinarsi di più alle questioni di politica economica dell’Europa, perché la ricostruzione è sempre possibile, non è vero che si deve per forza sopportare passivamente. Ieri la volontà popolare ha appunto dimostrato questo: basta partecipare di più, essere più presenti. È il maggior augurio che si possa fare al nostro paese distratto e politicamente analfabeta.


Il peggiore analfabeta
è l’analfabeta politico.
Egli non sente, non parla,
né s’importa degli avvenimenti politici.

Egli non sa che il costo della vita,
il prezzo dei fagioli, del pesce, della farina,
dell’affitto, delle scarpe e delle medicine
dipendono dalle decisioni politiche.

L’analfabeta politico è così somaro
che si vanta e si gonfia il petto
dicendo che odia la politica.

Non sa l’imbecille che dalla sua
ignoranza politica nasce la prostituta,
il bambino abbandonato,
l’assaltante, il peggiore di tutti i banditi,
che è il politico imbroglione,
il mafioso corrotto,
il lacchè delle imprese nazionali e multinazionali.

Bertold Brecht, L’analfabeta politico

sabato 14 marzo 2015

Caso Ruby: il reato c’è ma non è più punibile. Berlusconi assolto dalla Cassazione

     Lo scorso luglio su questo blog si è parlato in un apposito articolo dell’assoluzione in Appello di Silvio Berlusconi dalle accuse di concussione e prostituzione minorile nell’ambito del processo Ruby. Da poche ore è arrivata la notizia della definitiva pronuncia dei giudici ermellini: la Cassazione assolve Silvio Berlusconi da tutte le accuse.

     Ora, un buon cittadino deve accettare le sentenze, anche perché a non farlo si ricadrebbe nello stesso errore che Berlusconi ha più volte fatto disprezzando la legge solo quando non gli dava ragione. E noi, da buoni cittadini, rispettiamo la sentenza. Certo, non possiamo però fare a meno di notare alcune stranezze e perplessità e, nell’attesa che i giudici rendano note le loro motivazioni, vogliamo dare un’occhiata a queste perplessità: vedremo che questo Berlusconi è un assolto un po’ sospetto. Esaminiamole punto per punto…

La prostituzione è avvenuta davvero
Ruby.
     L’iniziale strategia dei legali di Berlusconi (Ghedini e Longo) si basava sulla (ridicola) favoletta delle “cene eleganti”: ad Arcore non ci sarebbe stato alcun episodio di prostituzione, ma solo cene tra persone per bene, vestite a modo. Questo è quello che Berlusconi è andato sbandierando con una finta indignazione per mesi e mesi (e lo grida ancora oggi quando non è in aula). La verità emersa dai processi, però, è ben diversa: le ragazze venivano invitate alla villa appositamente per prestazioni sessuali e ricevevano per questo delle utilità sotto diverse forme. Prova ne sono i numerosi bonifici, messi in evidenza dal procuratore aggiunto Ilda Boccassini e dal pm Sangermano, a favore delle Olgettine.
     Quando il processo è passato in mano all’avvocato Coppi, però, c’è una svolta di realismo: Coppi sa bene che la storia delle cene non regge e allora ammette la verità: è vero, ci sono stati episodi di prostituzione ad Arcore. E anche per questo le prove abbondano, prime fra tutte le intercettazioni telefoniche tra Berlusconi e le Olgettine e anche delle Olgettine tra loro! Quelle di Ruby, poi, sono memorabili: potete riascoltarle in questo post e resterete a bocca aperta. Ma confessando in tribunale che la prostituzione c’è stata resta il problema della minore età di Ruby.

I capolavori di Coppi
L'avvocato Franco Coppi.
     L’avvocato Coppi è riuscito davvero a “rigirare la frittata” violando la logica e stuprando il buon senso, prendendo punto per punto i principali anelli deboli della difesa di Berlusconi e reinterpretandoli a modo suo. Ecco come…

1. Ruby era minorenne: questo elemento giustifica l’accusa di prostituzione minorile, ma grazie a Coppi l’accusa cade perché non è provato che Berlusconi, pur avendo avuto rapporti sessuali a pagamento con la ragazza, sapesse che all’epoca dei fatti fosse minorenne. Perplessità: lo sapevano tutti nel suo entourage, lo sapevano perfino le ragazze, ma Berlusconi era l’unico a non saperlo. Mh…

2. Ruby doveva essere liberata dalla Questura di Milano perché era la nipote di Mubarak: come sappiamo si tratta della scusa creata ad hoc durante la telefonata di Berlusconi al funzionario della Questura Pietro Ostuni per convincerlo a rilasciare la ragazza. Inventando una bugia, l’allora premier avrebbe commesso un reato per coprirne un altro (impedire che la ragazza lo sputtanasse ai questori). Questo giustificava l’accusa di concussione. Ma grazie a Coppi viene fuori che la storia della parentela con l’ex presidente egiziano fu una balla inventata dalla ragazza. Perplessità: come avrebbe fatto allora Berlusconi a convincere Ostuni a rilasciare la ragazza, quando la legge prevedeva che una minorenne beccata per un reato minore venisse affidata a una comunità? Mh…

3. Nella telefonata in Questura si parla di affidare Ruby al consigliere regionale-Olgettina Nicole Minetti perché la portasse in affido in una comunità. Ma questa procedura è prevista solo per i soggetti minorenni: questo vuol dire che Berlusconi sapeva che Ruby fosse minorenne! Ma grazie a Coppi l’idea dell’affido non viene da Berlusconi, bensì sarebbe nato dalla stessa Minetti parlando con Giorgia Iafrate, di turno quella notte in questura. Perplessità: Berlusconi dice a un funzionario “Oh, viene un consigliere regionale a prendersi la ragazza, non te ne frega niente per quale motivo: dagliela e basta” e tutto finisce? Non si può, bisogna dare almeno una piccola motivazione. In questa telefonata stanno scomparendo tutte le frasi, sembra quasi un numero di mimo fatto per telefono. Mh...

4. Berlusconi ha commesso concussione per far rilasciare Ruby: Ostuni sarebbe stato concusso secondo l’accusa proprio perché ha subito delle pressioni da parte di Berlusconi, allora Presidente del Consiglio, affinché facesse una cosa che normalmente non poteva essere fatta. Ora, il reato di concussione fino alla legge Severino permetteva di applicare il caso alla fattispecie, perché esisteva un solo tipo di concussione e quella di Berlusconi lo era per certo. La concussione poteva avvenire con qualunque modalità, ma nel 2012 (quindi quando il processo era ancora in corso!), Berlusconi fa varare la legge Severino, la quale prende il reato di concussione e lo disgrega in due fattispecie: da una parte abbiamo la concussione per costrizione (nuovo art. 317 c.p.), dall’altra una induzione indebita (art. 319-quater c.p.), reato meno grave, in cui una persona non è costretta con la forza e quindi può in teoria rifiutarsi.
     Ora, furono in molti all’epoca a identificare la fattispecie più corretta con la concussione per induzione, ovvero senza azione violenta o coercitiva ma per pressione psicologica o morale. Il Tribunale di Milano però ha scelto di applicare la concussione per costrizione e il capo d’accusa non ha retto, perché Coppi è riuscito a dimostrare che non esiste alcuna prova che Berlusconi abbia costretto Ostuni a commettere il reato. Infatti Berlusconi non ha costretto con la forza Ostuni, ma ha fatto leva sul suo ruolo di Presidente del Consiglio inducendo in Ostuni la paura di provocare un incidente internazionale (Ruby doveva essere la nipote di Mubarak!): era quindi meglio applicabile la fattispecie dell’induzione. Ma così non è stato.

     Ecco quindi che i giudici già in Appello non hanno potuto confermare la condanna del primo grado. Ma attenzione: i fatti restano provati. Restano provate le notti di prostituzione, resta provato che Ruby era minorenne, restano provate le telefonate con cui le ragazze confessano tutto, i pagamenti alle ragazze perché tacessero (e per questo c’è il processo Ruby-ter, dove Berlusconi è accusato di inquinamento delle prove per aver corrotto le ragazze affinché mentissero), insomma c’è tutto… E Berlusconi ha sempre dichiarato alla stampa e ai suoi elettori che niente di tutto questo fosse vero.
     Purtroppo nei Tribunali la verità è un concetto diverso da quello che usiamo nella vita di tutti i giorni: perciò, come dicevo, la sentenza si accetta perché in Tribunale non si è riusciti a dimostrare che Berlusconi abbia commesso quei reati con consapevolezza (ma li ha commessi comunque!), ma ai cittadini elettori non può non sfuggire che dietro questa verità giuridica ne esiste un’altra fin troppo evidente e imbarazzante, che non possiamo (giustamente) usare per condannare qualcuno, ma che ci serve per farci un’idea di chi sia la persona protagonista di quella verità e se meriti il nostro voto.



     Ecco quindi svelato l’arcano, che poi arcano non è: la legge cambiata con il processo ancora in corso, affinché un reato non risultasse più tale e quindi non più punibile, i soldi dati alle ragazze perché non testimoniassero, inquinamento probatorio, un avvocato che confessa spudoratamente il reato quando ormai non si può più punire e chissà che altro. Ecco la ricetta perfetta per essere assolti anche se colpevoli. State tranquilli perciò: Berlusconi rimane il solito birbante.