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domenica 1 agosto 2021

Covid e mascherine lo confermano: facciamo proprio schifo!

      C’era una cosa sola che dovevamo fare, mentre le politica riorganizzava (male) la vita pubblica e la scienza cercava una cura per il covid. Una cosa piccola, insignificante, per nulla faticosa, semplice e veloce, che non richiedeva sforzi, sacrifici o dispendi di tempo ed energia: tenere la mascherina nelle interazioni con gli altri. Stop.

     Tenere la mascherina (correttamente indossata, ovvero coprendo la bocca e anche il naso, altrimenti non serve a nulla!) avrebbe consentito di bloccare quasi del tutto la circolazione del virus tra le persone.
     Il concetto era semplice: il virus si trasmette per via aerea, ovvero con ciò che esce dalla bocca e dal naso; la mascherina sta a ridosso di bocca e naso e si becca ciò che emettiamo con bocca e naso.

     La mascherina avrebbe quindi diminuito la quantità di virus liberi, quindi la quantità di persone infette e di focolai; quindi avrebbe anche diminuito il tasso di contagi, avrebbe pesato meno sulla sanità, per cui sarebbero morte meno persone e si sarebbe abbassata la probabilità e la durata dei lockdown che, lo abbiamo visto, con tanta facilità sono invocati dai governanti (spesso anche per spararsi le pose); ma soprattutto avremmo dato meno modo al virus di mutare.


     E su questo soffermiamoci giusto un minuto.

     Le nuove varianti di cui sentiamo sempre così vagamente parlare sono virus modificati, che possono essere più aggressivi e più forti contro i vaccini. Ma perché esistono le nuove varianti? Come si formano?
     Il virus muta (cioè acquisisce caratteristiche e capacità nuove) quando è nell’organismo ospite (cioè in noi) e può farlo solo mentre si replica in più copie dentro le nostre cellule.
     Mentre il virus si copia, infatti, in realtà copia il suo materiale genetico: durante il processo di copia, però, possono avvenire degli errori casuali, che in parte vengono corretti subito, in parte invece sfuggono. Quando un errore di copia sfugge, il genoma copiato “male” rimane diverso da quello di partenza: in quel momento è nata una mutazione e i virus che trasporteranno quel genoma mutato sono le cosiddette varianti.
     A seconda della mutazione avvenuta – che è casuale! – il nuovo genoma può rendere il virus anche più aggressivo, può dargli nuove armi per infettare o potenziare quelle che già possiede.
     Per cui: per abbassare la formazione di varianti i virus devono replicarsi di meno, perciò devono circolare meno nelle cellule, quindi devono essere trasmessi di meno tra gli individui e questo avviene se indossiamo la mascherina.

     Ora, di fronte a questa banale verità e a fronte di molte persone che si comportano responsabilmente, dappertutto e da molti mesi osserviamo l’ottimismo da mascherina, ovvero individui che non vogliono fare nemmeno questa piccola parte.

     Casalinghe a fare la spesa, amici che si incontrano, ragazzi fuori scuola ammassati prima di entrare (salvo poi fingere di indossarla una volta entrati in classe!)… Chi la mascherina la abbassa sotto il naso, chi la tiene ma sotto il mento, chi la tiene su finché sta zitto ma prontamente poi la abbassa nel momento in cui deve avvicinarsi alla tua faccia per parlare, come se non si sentisse bene (tutta questa empatia!)… e il sottoscritto ha perfino visto gente non portarsela appresso per niente.

     Come giustificare a se stessi questo comportamento? Le frasette paraculo sono variegate e si possono anche dividere in categorie.
  • Allarmiste: «E non respiro!», «E mi fa senso!», «E sono claustrofobico!» (che cavolo c’entra?!)...
  • Prudenziali: «Vabbe’, respiro solo con la bocca», «Ma tanto rimango a distanza» (allora che la indosseresti a fare?)...
  • Scettiche: «Non è vero che blocca l’aria, infatti riesco ancora a respirare» (certo che respiri, idiota, sennò morivi!), «Se davvero servissero non farebbero i vaccini» (no comment)...
  • Complottiste: «Ma è tutto finto, per vendere più mascherine», «No, io al covid non ci credo» (e poi magari crede in Dio!), «Io non mi faccio limitare nella mia libertà» (però limiti quella degli altri)…

     Senza contare alcune vere e proprie regole campate totalmente in aria che ci siamo creati per giustificare la nostra negligenza, come i ragazzini che si ammassano in branchi agli angoli della strada senza mascherina solo perché «sono i miei amici, li conosco», come se l’infezione si trasmettesse solo agli estranei.
     O come quelli che ti dicono «l’ho già incontrato più volte senza mascherina, che la metto a fare?», così se c’era un minimo di possibilità di evitare il contagio le prima volte, adesso niente proprio.


     La cosa assurda è che tutta questa follia ce la siamo cucita addosso subito dopo aver vissuto sulla nostra pelle tremendi lockdown, coprifuoco, limitazioni, divieti e diverse compressioni di libertà personale che hanno alterato tutti i rapporti sociali, penalizzato i più fragili, fatto chiudere negozi, stroncato l’economia, creato disoccupazione, fallimenti, incrementato episodi depressivi, violenze familiari…
     Come a dire: non siamo capaci di imparare un minimo di responsabilità nemmeno quando nuotiamo nel letame fino ai capelli.

     Ma in generale quello che allarma di più è l’incapacità generale di immaginare tutti gli altri: la percezione dell’altro risulta in certi contesti totalmente azzerata. Attenzione, non sto dicendo che molti ancora non capiscono che dipendiamo gli uni dagli altri! No, dico proprio che nella rappresentazione mentale di questi soggetti l’altro non esiste affatto! Non è un elemento dei suoi pensieri, non è presente nei ragionamenti che fa!
     Alla faccia dell’uomo animale sociale!
     Se con tanta facilità posso fregarmene del fatto che senza la mascherina sto esponendo gli altri a un rischio che potrebbe dipendere da me (senza che io nemmeno lo sappia, tra l
altro!), allora non ho un minimo di intelligenza sociale, ovvero che non ho il mezzo più elementare per vivere con gli altri.
     Cosa potrebbero mai insegnare ai propri figli persone con una forma mentis del genere? Come potranno prepararli a vivere in società, se essi stessi per primi non hanno una corretta rappresentazione della società?

     Qui siamo ben oltre l’egoismo. L’egoismo prevede comunque un principio positivo: tutelo me stesso a tutti i costi, anche sacrificando gli altri. Ma qui mettiamo a rischio anche noi stessi!
     Non è egoismo, allora. È ottusità, è stupidità, è autolesionismo.

     È davvero come se la gente volesse fare di tutto per evitare la fatica mentale di pensare, di collegare le cose, anche le più semplici. Non ci vuole infatti una laurea per capire che, se faccio l’ottimista con la mascherina, lo possono fare anche gli altri; e se lo fanno gli altri, lo facciamo tutti; ma se lo facciamo tutti come fanno poi a non nascere focolai nuovi e quindi nuovi lockdown ecc?
     No! Troppo faticoso da pensare: mi concentro solo su me stesso, su quello che sento qui e ora. Se qui e ora non ho voglia della mascherina, non la metto. Punto.
     Questa è la stessa logica con cui un neonato si sente libero di fare pipì in qualsiasi momento anche in pubblico senza porsi il problema della situazione, degli altri presenti ecc. Solo che un neonato non ha educazione e maturità sociale, un adulto non è altrettanto giustificabile.

     La pigrizia. Probabilmente è questo il nucleo principale di questi comportamenti.
     Non dico la pigrizia buona o “simpatica”, quella che mira ad ottimizzare gli sforzi, come quella di Trinità che si faceva trainare sulla slitta di legno per non andare a cavallo, parlo di una deformazione comportamentale vera e propria, come una malattia mentale: parlo della convinzione, radicata anche nell’inconscio, secondo cui fare quella fatica di capire per poi sapere come comportarsi sia in qualche modo “sbagliato”. Come se fosse diventato un valore etico introiettato: “fare fatica per un bene superiore è sbagliato: devo avere il bene senza fatica”.

     E allora la mascherina non la tengo su, se non mi va.
     Bene. E allora io dico che ci meritiamo gli ospedali intasati, le terapie intensive che scoppiano, gli esami medici rinviati, i divieti di spostamenti, l’allontanamento sociale, le zone rosse, i coprifuoco, ci meritiamo anche i negozi che chiudono e falliscono, ci meritiamo di perdere il lavoro, l’economia che crolla, i poveri che aumentano, ci meritiamo anche i parenti che stanno male per colpa di tutto ciò.
     Ce lo meritiamo perché potevamo evitarlo facilmente con una cosa facile che non costava niente e abbiamo scelto di non evitarlo. Ci sta bene!

     Del resto, a ben pensarci, i conti tornano: una società iperassistita (e quindi iperviziata) in cui devi avere la comodità di non scendere nemmeno sotto casa per comprare qualcosa perché tanto può portartelo Amazon o in cui non devi fare la fatica (nel senso di “è giusto che tu non faccia la fatica”) di vivere l’attesa di un qualsiasi desiderio perché puoi istantaneamente esaudirlo tramite la tecnologia, allora non si riesce poi ad elaborare il “lutto” di dover fare il sacrificio di aspettare, di faticare, di pensare.


     Un essere umano che funziona così male, modello mediamente rappresentativo del tipico uomo occidentale, andrebbe secondo me in primis giudicato – e condannato – sul piano morale.
     Questo perché puntare il dito su qualcosa, dire che fa schifo, che è sbagliata e inaccettabile, che è insopportabile e odiosa è il primo passo per aggiustare le cose. Altrimenti ci si abitua e tutto diventa “normale”. E nessuno si ribella al normale.

     Ebbene, se davvero vogliamo che il nostro quotidiano sia meno odioso e frustrante, indipendentemente dal covid, cominciamo col dirci questo: che facciamo schifo!
Come specie biologica; come massa sociale; spesso anche come singoli individui.
     Facciamo schifo! Siamo capaci di grandi cose, ma anche di cose assurde, quindi facciamo schifo.
     Siamo ipocriti, capaci di cose ingiuste, sbagliate, odiose, di comportarci secondo criteri sbagliati, siamo incapaci di imparare da quello che ci succede, siamo ignoranti, disattenti, pigri, egoisti, inconsapevoli di noi stessi e degli altri. Siamo perfino pericolosi!

     Forse dirci questo ci aiuterebbe a richiamare l’attenzione sulle nostre contraddizioni, ce le farebbe sembrare più urgenti e forse aumenterebbe la probabilità che ci autocensuriamo per limitarle. Perché è così che si vive in società: censurando certi istinti, possibilmente con un’educazione alle spalle che te lo fa fare facilmente, sennò con uno sforzo personale sorretto da una motivazione abbastanza forte (la paura di perderci qualcosa o il desiderio di qualcos’altro).
     Altrimenti non c’è società, non ci sono leggi, non ci sono diritti, non ci sono tutele: ci sono solo bestie in perenne guerra tra loro in cui solo il più forte prevarrà calpestando tutti gli altri. Cioè danni e ingiustizie per tutti.

     Naturalmente l
’uso (corretto) della mascherina non è il solo elemento da cui dipende la trasmissione dell’infezione; anche il distanziamento conta parecchio, o perfino altri parametri, come l’umidità dell’aria o la temperatura.
     Tuttavia le persone comuni, nel proprio quotidiano, hanno il massimo controllo solo sulla mascherina e proprio su quello si osserva la maggiore negligenza. E se moltiplichiamo questa negligenza per il numero di individui che fanno gli ottimisti in tutto il mondo, si capisce bene come mai non debba sorprendere tanta difficoltà nel combattere la pandemia.
     Ed è questo a risultare così odioso!

     E giusto per avere argomentazioni a sufficienza per chi vorrà fare questo gioco di autoumiliazione terapeutica, ecco un breve elenco delle più vistose contraddizioni di cui siamo stati protagonisti, almeno nel nostro paese, dopo un anno e mezzo di pandemia.

Annuncio della pandemia: «viene dalla Cina».
Prima reazione: bullismo e discriminazione contro le minoranze cinesi. «Brutti bastardi, ci avete portato il morbo, statevene a casa vostra!»

Chiusura di tutto: Italia zona rossa.
Reazione: «Speriamo arrivi presto la cura, così finisce tutto»
Intanto si sta come coglioni cantando sui balconi.

Regime di distanziamento: “state a casa”
Reazione: gente beccata fuori casa lo stesso con la scuse più balorde

Prime riaperture a ridosso dell’estate: il governo raccomanda cautela
Reazione: assembramenti e ottimismo.
Grazie, eh!

Estate 2020: «fa caldo, il virus si trasmette di meno»
Così molti si abituano a prenderla sotto gamba e in autunno faranno lo stesso.

Giugno, il governo propone tracciamento smart: via all’app Immuni
Reazione: «Non ci penso nemmeno! E dove la mettiamo la tutela della mia privacy?»
La privacy??? Ma come? Teniamo sullo smartphone app invasive che spiano di tutto sul telefono, a cominciare da Instagram, Facebook e TikTok richiedendo praticamente ogni permesso possibile e ci facciamo il problema dell’app Immuni che non richiedeva quasi nessun permesso e che avrebbe poi cancellato i pochi dati raccolti per il monitoraggio?
Sveglia! La vostra privacy è terminata il giorno in cui vi siete creati un account Google o Apple!

Settembre, è quasi tempo di scuola (che inizierà in ritardo, perché i ministeri, poverini, avevano avuto solo otto mesi per organizzarsi).
Inizia un martirio dantesco: apri, chiudi, sanifica, sospendi, didattica in presenza, no, a distanza, in presenza solo in parte, 50%, 75%, a giorni alterni, con scappellamento a destra, fai la riverenza, fai la penitenza…
Adolescenti sacrificati ancora di più sull’altare della disorganizzazione + didattica a distanza fallimentare nel 99% dei casi: insegnanti che non sanno accendere il pc, altri che non sanno inquadrare la lezione (succede quando ti laurei negli anni ’70 e non ti aggiorni), lezioni che non si sentono, il wifi che non va bene, imbrogli durante le interrogazioni, verifiche senza alcun valore, programmi scolastici che saltano, competenze non acquisite. E mi fermo qui, ma ci sarebbe dell’altro...

Autunno, il governo: «Chiudiamo ora per non chiudere a Natale, intanto rispetto delle regole»
Reazione: si fa come d’estate (perché ci si è abituati male), quindi contagi che non scendono e a Natale chiusi lo stesso.
E fu ottobre e fu dicembre: seconda ondata.

Intanto i negozianti in difficoltà. Nasce un nuovo complesso.
Se richiamano il cliente sull’uso della mascherina, questo si offende e se ne va. “Il cliente ha sempre ragione… come gli stupidi”.
Se non lo richiamano rischiano contagi; i contagi costringono a fare i tamponi; i tamponi ti fanno chiudere. Chiusura, perdita economica. Danno assicurato, comunque ti muovi.

Dicembre: arrivano i primi vaccini.
Reazione: «No, ma io non me lo faccio, non mi fido»
Strano: quando la Pfizer fece il Viagra nessuno disse niente, ora tutti No-vax cartesiani.

Intanto in TV: niente più spot sul covid, niente promemoria sull’uso della mascherina e sul lavaggio delle mani.
In compenso nei TG conta dei morti tutti i santi giorni, così il terrorismo psicologico preparerà la gente ad accettare qualunque cosa la malapolitica vorrà fare.
Ripartono anzi le armi di distrazione di massa: reality show, Barbara D’Urso, Santa Maria e soprattutto non un solo talk show in cui qualcuno abbia spiegato alla gente quello che serve davvero, cioè come funziona il contagio, come funziona la mascherina, come funzionano i vaccini… Niente, solo stronzate e conta dei morti. «Ma sì, non ci pensiamo, sennò ci scoppia la testa»
Grazie, servizio pubblico.

Primo trimestre 2021: «Allenteremo le misure, ma spirito di responsabilità»
Reazione: i contagi risalgono. «Eh, non ce la facevamo più, era una prigione»
E fu gennaio e fu aprile: terza ondata.

Intanto tutti tranquilli: «tanto fra poco arriva l’estate, i contagi scendono».
BAM! Variante delta.
Vaccini non altrettanto efficaci (vedi sopra).

Governo: «faremo mezzo milione di vaccinazioni al giorno»
Su 60 milioni di popolazione doveva quindi finire tutto in 4 mesi: il sottoscritto ne ha attesi 2 solo per essere convocato per la prima dose… e non è stato comunque convocato, perché mancavano le dosi, quindi ha ripiegato su dosi che avanzavano all’ASL, sennò stavo fresco.
Reazione: cresce il fronte No-vax. «Non mi vaccino!»
Quindi: la mascherina no, perché non vuoi fare lo sforzo, il vaccino no, perché non ti fidi, i divieti no, perché la libertà è sacra. Ci vai da solo a quel paese o ti ci mando io con la rincorsa?

Epilogo (per il momento) del governo: «Green pass obbligatorio»
Se si sono rotti le scatole perfino loro di gestire questa situazione…!
Reazione: «Il Green pass è dittatura».
Certo che lo è, così impariamo… anzi, no: non impariamo un bel niente.
Per farci fare qualcosa dobbiamo essere costretti, perché la fatica di farla da soli, di capire, di scegliere per noi è troppo.

Morale della favola dopo un anno e mezzo di pandemia: facciamo schifo!
Non è tanto il covid che merita di vincere, siamo noi che meritiamo di perdere.



sabato 19 agosto 2017

Breve storia dei telefoni portatili: dal push-to-talk al 5G, ecco come si sono evolute le telecomunicazioni

     Gli spot pubblicitari oggi ci parlano ossessivamente di connessioni in 4G. Un decennio fa il massimo possibile era invece il 3G. Se risaliamo agli anni ’90 del ’900 invece il problema neanche si poneva, perché si usava solo il 2G.
     Ma cosa vogliono dire queste sigle? Tutti più o meno sappiamo che la connessione 4G è più potente della connessione in 3G e così via, ma quasi nessuno sa con precisione cosa ciò voglia dire.
     Volendo semplificare molto, 2G, 3G e 4G sono tecnologie di trasferimento di dati digitali, ovvero quei dati con cui i nostri computer, smartphone e tablet ci fanno vedere i video su YouTube, ci fanno navigare in internet, ci fanno usare la posta elettronica, ci fanno inviare foto o scaricare canzoni... 
     La tecnologia 4G è la più veloce: essa trasferisce più dati al secondo; poi viene il 3G, un po’ più lento; infine il 2G, il più lento di tutti.
     La “G” sta per generation, cioè generazione e indica appunto il livello a cui è giunta una certa tecnologia delle telecomunicazioni.
     Detto in modo più tecnico, si tratta di diversi protocolli di trasmissione di dati, cioè regole che permettono a dispositivi diversi di scambiarsi dati con diverse velocità.
     L’evoluzione di queste tecnologie ha coinciso con una parallela evoluzione dei telefoni, i quali si sono adattati, in forma, dimensione e in funzionalità per garantire agli utenti la possibilità di gestire un flusso di informazioni sempre più ricco e vario.

     Quello che segue è, raccontato in una breve storia, il percorso evolutivo della tecnologia della comunicazione della telefonia mobile.


Marconi e il suo telegrafo.
     Come molti ricorderanno da studi scolastici, la prima forma di comunicazione elettromagnetica “wireless”, ovvero senza fili, si ebbe negli ultimissimi anni dell’800 con il telegrafo senza fili (o via etere) dellitaliano Guglielmo Marconi. Grazie al telegrafo di Marconi delle onde radio (quindi onde elettromagnetiche) viaggiavano nell’aria coprendo distanze anche grandissime a una velocità enorme, portando messaggi di vario tipo. In pratica furono inventate le trasmissioni via radio e, soprattutto, la stessa radio! Fu una vera rivoluzione che trasformò il ritmo del mondo, accelerando moltissimo le attività umane.
     Ma i telefoni nel senso moderno del termine vennero dopo e all'inizio erano fissi. Spesso li vediamo nei film un po’ vecchiotti: la base con la tastiera numerica e la cornetta collegata con il classico filo arricciato.


La generazione 0G

Un car phone in un’auto americana.
     I primi telefoni “portatili” non erano poi così portatili. Nati per esigenze militari e poi diffusi nell’ambito civile, questi telefoni erano originariamente pensati per essere installati sui veicoli: erano i cosiddetti car phones, veri e propri optional da tenere in macchina. Molte foto degli anni ’40 ritraggono questi dispositivi negli abitacoli delle automobili.
      È difficile dire se i car phone possano essere o meno annoverati tra i telefoni portatili: effettivamente, essendo installati nelle auto, non stavano in posti fissi e potevano essere usati in giro. Dallaltra parte è anche vero che una volta scesi dalla vettura non si potevano usare...
     A voi la scelta.
     Ad ogni modo, quando si svilupparono i modelli per pedoni il formato dovette adattarsi. Il prossimo step furono i radiotelefoni mobili, con una base grossa e pesante (a mo’ di valigetta) che conteneva la batteria e la ricetrasmittente, ovvero il ricevitore e il trasmettitore di segnale, e una cornetta agganciata sopra: di certo non si trattava di modelli tascabili. Base e cornetta erano collegati da un filo.
Un radiotelefono mobile.
     Non siamo ancora nell’era dei telefoni cellulari così come li conosciamo e la tecnologia usata per farli funzionare fu rinominata a posteriori 0G, per distinguerla dall’1G che si diffuse a partire dagli anni ’80.
     I radiotelefoni usavano segnali in analogico (non in digitale, come a partire dalla generazione 2G) e presentavano molte limitazioni, com’è facile immaginare: per esempio, la copertura del segnale non era capillare come oggi, ogni città aveva la sua antenna e il telefono poteva funzionare solo se si trovava a un certo numero di chilometri da essa. Inoltre funzionavano col sistema PTT (Push to talk, Premi per parlare): non si poteva parlare e ascoltare contemporaneamente, ma era un po’ come coi walkie-talkie, premendo un tasto di poteva parlare e non ricevere, lasciando il tasto era possibile ricevere ma non trasmettere la voce.
     Naturalmente era possibile usare solo la voce: i segnali non erano ancora in formato digitale e il telefono non avrebbe potuto crearci immagini, canzoni, file di testo...


La generazione 1G

     È tra gli anni ’70 e ’80 che i telefoni portatili cominciano ad assumere l’aspetto che hanno oggi. In tal senso un ottimo esempio, nonché una pietra miliare, è rappresentata dal DynaTAC (acronimo di Dynamic Adaptive Total Area Coverage), il primo vero telefono portatile della storia.
Martin Cooper nel 1973 (a sinistra) mentre fa la prima chiamata
con telefono portatile della storia, il DynaTAC. A destra Martin
Cooper con il suo DynaTAC nel 2013.
     Questo dispositivo fu inventato dall’ingegnere Martin Cooper (detto Marty), che all’epoca lavorava per Motorola, nella sezione ricerca e sviluppo: il suo DynaTAC pesava 1.5 Kg, aveva una batteria che durava meno di mezz'ora e che si ricaricava in 10 ore. Al riguardo Cooper ha dichiarato «La durata della batteria non era in realtà un problema perché non era possibile reggere in mano quel telefono così a lungo».
     Il 3 Aprile 1973 Martin Cooper fece la prima chiamata in pubblico col suo prototipo di telefono cellulare portatile. In una strada di New York, in mezzo a passanti e giornalisti, compose il numero di Joel E. Engel, il capo della ricerca dei Bell Labs, un’azienda concorrente: «Joel, sono Marty. Ti sto chiamando da un telefono cellulare, un vero telefono cellulare portatile».
     Telefoni come il DynaTAC e gli altri che seguirono funzionavano con uno standard tecnologico oggi noto come 1G, la prima generazione di telecomunicazioni per telefoni portatili.
     La tecnologia 1G trasmetteva in analogico, quindi inviava un solo tipo di segnale: la voce. Niente SMS, niente connessione a internet (all’epoca poi internet non era come la conosciamo oggi).
     Il segnale però era soggetto ad interruzioni e soprattutto era molto poco sicuro in quanto era facile da intercettare e molto suscettibile di essere hackerato. In particolare era possibile “clonare” un numero di telefono, cioè trasferire l’identità di un telefono ad un altro in modo da far addebitare le proprie chiamate ad altri.
     
Alcuni telefoni 1G di Motorola.
La tecnologia analogica dell’1G cominciò a essere usata nel 1979 a Tokyo e nel 1981 nei paesi del nord Europa, per poi diffondersi ovunque in diversi protocolli, cioè diverse modalità di trasmissioni di dati. Specifici protocolli venivano usati in diverse aree del pianeta, come NMT (Nordic Mobile Telephone), AMPS (Advanced Mobile Phone System), TACS (Total Access Communications System), ETACS (Extended Total Access Communication System) e molti altri... Per la prima volta, quindi, il mondo veniva diviso in aree (oggi celle, da cui l’aggettivo cellulare), ognuna servita da antenne che funzionavano con determinate frequenze.
     La tecnologia 1G è stata definitivamente abbandonata alla fine degli anni ’80 a causa delle sue limitazioni intrinseche e al contemporaneo sviluppo della generazione 2G e oggi non è più in uso. I telefoni come il DynaTAC sono detti telefoni 1G e sono ricordati per le loro dimensioni, dovute essenzialmente alla grandezza della ricetrasmittente e della batteria, che all’epoca non era alimentata al litio, come oggi.


La generazione 2G

     I limiti della tecnologia 1G furono superati con l’introduzione del 2G, la seconda generazione di trasmissione dati per telefonia mobile. Il 2G nacque verso i primi anni ’90, precisamente nel 1991, quando fu commercializzato il protocollo GSM da parte della compagnia finlandese Radiolinja. Ma andiamo con ordine...
Nokia 2110 (1995).
     La prima e più importante differenza tra l’1G e il 2G è che il primo trasmette in analogico, mentre il secondo in digitale, ovvero il segnale che gestisce è interamente digitalizzato. Digitalizzare le informazioni, come spiegato meglio più avanti con un esempio, significa trasformare informazioni in sequenze di cifre numeriche tutte composte da 0 e 1. Ogni combinazione di queste sole due cifre rappresenta “qualcosa”, come un colore, un suono, una lettera di un messaggio che stiamo leggendo... Questo è esattamente il tipo di dati che usano i computer. Tutto quello che ci “dà” un computer o uno smartphone, sia esso un’immagine, un messaggio audio, un documento di testo è in realtà “scritto” in formato di cifre (in inglese “cifra” si dice “digit”, per questo il formato si chiama digitale): ogni determinata combinazione di cifre corrisponde a lettere, colori, suoni che, combinati assieme, compongono gli apparentemente semplici contenuti che vediamo sui nostri display.
     Grazie al passaggio in digitale ci furono miglioramenti nella trasmissione del segnale, che divenne anche più protetto dalle intercettazioni illegali. La codifica digitale migliorava anche la qualità del suono, riducendo i fruscii e i rumori di fondo. Ma soprattutto si poterono inviare anche altri tipi di dati oltre la voce: nacquero proprio col 2G, ad esempio, gli SMS (Short Message Service, Servizio di messaggi brevi), che sono dati digitalizzati e successivamente convertiti in caratteri.
     Per capire la rivoluzione del 2G usiamo proprio l’esempio degli SMS. Un SMS non è altro che un pacchetto di dati in formato digitale, ovvero un insieme di informazioni scritte in cifre 0 e 1 che viaggiano tutte assieme.
Notifica di SMS su un Nokia 2G.
     Ogni lettera, segno di punteggiatura o spazio che digitiamo sulla tastiera viene in realtà creato dal telefono (o dal computer) come un insieme di 7 cifre. Ad esempio, se scrivo la lettera A il mio telefono o computer la produce come 1000001: questa stringa di 7 cifre in questo caso è la lettera A in formato digitale (cioè in formato di cifre). Quando invio la lettera A al mio interlocutore via SMS in realtà gli sto inviando un pacchetto di dati e questo pacchetto è 1000001: il pacchetto viene poi ricevuto dal suo telefono, il quale lo “traduce” sul display come il segno A.
     Quante cifre al massimo si possono trasmettere in un SMS? Basta sapere che ogni cifra (0 oppure 1, indifferentemente) ha la dimensione di un bit, perciò ogni lettera che scrivo “pesa” 7 bit.
     Ora, poiché tutti sapranno che in un SMS ci vanno al massimo 160 caratteri, allora in un SMS possono viaggiare un massimo di 7 × 160 = 1120 bit, che corrispondono a 140 byte.
     Da questo semplice esempio si comprende l’enorme importanza che la digitalizzazione ha rivestito: potenzialmente qualsiasi contenuto multimediale può essere tradotto in digitale e quindi può viaggiare tra dispositivi diversi permettendo un imponente scambio di informazioni.
Nokia 3310 (2000).
     Questo è il periodo che ha visto una progressiva miniaturizzazione dei telefoni. I primi telefoni in grado di supportare reti 2G erano decisamente più piccoli del DynaTAC, cominciavano a diventare tascabili. Avevano il classico schermo in “verde e nero”, senza i colori e con poche animazioni. Il display era molto piccolo, spesso poco più di una striscia e sotto c’erano le tastiere che ora non componevano solo numeri ma anche lettere per scrivere i messaggi. Alcuni avevano ancora le antenne che fuoriuscivano dallo chassis, anche se poi il design a riguardo si è adattato presto verso gli anni 2000.
     È questa l’epoca del mitico Nokia 3310, il telefono più famoso di sempre, vero monolite indistruttibile dal design compatto, con antenna integrata, solido, robusto, che se cadeva per terra era il pavimento a frantumarsi. È, anche, l’epoca in cui i giovani inventarono i linguaggi abbreviati da SMS: per non spendere troppo si riducevano all’osso le parole da scrivere in modo da impegnare meno caratteri possibili (perché divenne xké, ci sei? divenne c6?, ti voglio bene si trasformò nel famosissimo tvb ecc...). Nostalgia, eh?
     La connessione in 2G è esistita in diversi protocolli ed è disponibile tutt’oggi sui nostri smartphone: ognuno di questi protocolli si caratterizza per una diversa velocità di trasmissione di dati. Alcuni protocolli, quindi, trasferiranno un certo numero di dati digitali (bit) al secondo, altri ne trasferiranno un numero diverso. I più noti sono quelli sotto elencati.

NOTA – D’ora in avanti, nell'elencare le principali caratteristiche dei diversi protocolli delle varie generazioni di telecomunicazioni, verranno forniti dei valori relativi alla velocità di trasferimento dati sia in download che in upload.
La velocità di download è il numero di dati che si riesce a scaricare da internet in un secondo, mentre la velocità di upload è il numero di dati al secondo che si possono caricare su internet.
     Tali valori sono da intendersi come puramente teorici perché i valori reali dipendono da una pluralità di fattori, come la vicinanza a un ripetitore che emette il segnale in una certa zona, oppure l’ora della giornata, da cui dipende il numero di utenti che sono connessi allo stesso segnale (più utenti sono connessi, più lenta è la velocità), o ancora il modello di smartphone usato, la potenza delle sue antenne, la copertura nella particolare zona in cui ci si trova ecc... A causa di queste variabili i valori possono differire anche di molto da quelli teorici.
     Le velocità vengono indicate con delle unità di misura che sono multipli dei bit. All’occorrenza si tengano presente le seguenti unità:

  • Kbit indica il kilobit, dove 1 Kbit = 1000 bit
  • Mbit indica il megabit, dove 1 Mbit = 1000 Kbit = 1000000 bit
  • Gbit indica il gigabit, dove 1 Gbit = 1000 Mbit = 1000000 Kbit = 1000000000 bit.
     Con queste unità si elencheranno le velocità. Ad esempio, una velocità di 300 Kbit/s significa che in un secondo possono essere trasmessi 300 Kbit.
     Spesso è possibile leggere anche scritture come 300 Kbps, dove le lettere “ps” stanno per “per second”, cioè “al secondo” (e la b minuscola è il bit, da non confondere con la B maiuscola, che indica il byte, una unità di misura più grande).

GSM (2G)
     Lo standard GSM è la prima forma di 2G, la più antica e meno veloce, nata in Europa e sviluppatasi in tutto il mondo. A dispetto della sua bassa velocità è tuttavia la più diffusa al mondo attualmente (usata da 3 miliardi di persone in 200 paesi nel 2017).
     GSM sta per Groupe Spécial Mobile, il gruppo francese che ne curò inizialmente lo sviluppo, ma in seguito la sigla cambiò il suo significato e passò a indicare il Global System for Mobile Communication.
     Il GSM ha una velocità di trasmissione dati di circa 14.4 Kbit/s sia in download che in upload.
     Quando il telefono è connesso in GSM accanto all’icona del segnale c’è l’icona 2G.

GPRS (2.5G)
     La sigla GPRS sta per General Packet Radio Service. Viene detto anche 2.5G, a indicare che si tratta di una generazione intermedia tra il 2G (GSM) e il 3G (UMTS): il GPRS introduce, rispetto al GSM, alcune novità, come la commutazione di pacchetto. In questo senso il GPRS è un’evoluzione del GSM.
     La commutazione di pacchetto consente ai dati di essere prima raccolti in “pacchetti” di informazioni per poi essere spediti sul dispositivo ricevente, dove poi saranno ricongiunti per ricostruire l’informazione spedita. La velocità teorica è di 53.6 Kbit/s in download e 26.8 Kbit/s in upload.
     Grazie al GPRS fu possibile gestire meglio i dati e nacquero così alcune nuove funzioni, come gli MMS (Multimedia Message Service), cioè i messaggi contenenti file multimediali, come immagini, audio video o testo formattato (il testo degli SMS non è formattato); oppure il protocollo WAP (Wireless Application Protocol), sviluppato da Alain Rossmann e diffuso nel 1999, che servì a permettere ai dispositivi mobili di accedere ai siti internet usando un browser proprio con una propria struttura, inizialmente basato su linguaggio WML e successivamente XHTML (prima di allora i siti erano consultabili solo da un computer).
     Quando uno smartphone è connesso in GPRS compare come icona una G accanto all’icona del segnale.

EDGE (2.75G)
     L’EDGE (Enhanced Data rates for GSM Evolution), detto anche EGPRS (Enhanced GPRS) è il più veloce tra i protocolli della generazione 2G, con una velocità di 217.6 Kbit/s in download e 108.8 Kbit/s in upload. Questo aumento di velocità venne ottenuto con l’introduzione di una nuova modulazione che permette di fatto di unire diversi canali GPRS in parallelo invece che usarne uno solo per volta.
     L’icona dell’EDGE è una E.


La generazione 3G

     Con i protocolli del 2G fu possibile, ed è possibile tutt'oggi, fare agevolmente operazioni come chiamare, inviare SMS, MMS, inviare e-mail e, con ragionevoli tempi di attesa, navigare in WAP... Ma alcune operazioni più “pesanti” come navigare in internet o inviare a un amico una canzone o le foto dell’ultima uscita fatta con gli amici richiederebbe dei tempi un po’ lunghi, vista la bassa velocità di trasmissione dati.
     Il salto in questo senso avvenne con l’introduzione del 3G all’inizio del nuovo millennio. Ecco i principali protocolli del 3G, che potrebbero comparire sotto forma di sigle o icone sui nostri smartphone.

UMTS (3G)
     L’UMTS è il primo standard del 3G: esso sta per Universal Mobile Telecommunication System ed è anche chiamato 3GSM. Questo protocollo usa velocità di circa 384 Kbit/s in download e 128 Kbit/s in upload e, quando è attivo sul nostro telefono, è indicato dall’icona 3G. Su alcuni smartphone al suo posto compare la scritta W-CDMA (Wideband Code Division Multiple Access), che altro non è che l’interfaccia di cui l’UMTS si serve: un’interfaccia a banda larga basata sulla tecnologia dell’accesso multiplo, ovvero un sistema in cui diversi utenti possono usufruire di un servizio di telecomunicazioni accedendo e condividendo contemporaneamente le risorse del sistema stesso. L’interfaccia W-CDMA gestisce non solo l'UMTS, ma anche il FOMA, uno standard usato in Giappone. Possiamo assimilare quindi W-CDMA a sinonimo di UMTS e, in generale, di 3G.

HSPA e HSPA+ (3.5G e 3.75G)
     L’HSPA (High Speed Packet Access) è da considerarsi un versione migliorata dell’UMTS nello stesso modo in cui l’EDGE lo fu per il GPRS. Con l’HSPA le velocità di trasmissione diventano più alte, tipicamente 7.2 Mbit/s in download e 3.6 Mbit/s in upload. L’HSPA è in realtà composto da HSDPA (High Speed Downlink Packet Access) e da HSUPA (High Speed Uplink Packet Access) ed è tipicamente indicato, quando è attivo, sui nostri smartphone con la lettera H vicino alle tacche di segnale.
     Dell’HSPA esiste una versione ulteriormente potenziata, detta HSPA+, o HSPA evoluto, che aumenta ancora di più le velocità di trasmissione. Esso è indicato con l’icona H+. Il protocollo HSPA+ ha avuto diversi rilasci, ognuno dei quali con diverse velocità di download e upload.

Nokia 6220 Classic (2008). 
Menu principale (sinistra) e navigatore (destra).
     Grazie alla tecnologia 3G fu possibile gestire molti più dati e, quindi, fare molte più cose coi telefoni portatili. I telefoni a partire dall’inizio del 2000 quindi potevano permettere di navigare agevolmente su internet con appositi browser senza tempi di attesa eccessivi; consentivano di guardare la TV sul telefonino, di usare lo streaming, oltre a tutte le operazioni finora elencate. Il mondo di internet entrava decisamente nel pubblico di massa attraverso i telefoni portatili. Di conseguenza anche i telefoni cominciarono a cambiare, offrendo funzioni e programmi adatti a compiere queste funzioni: i display ormai erano diffusamente a colori, comparivano le prime fotocamere (a risoluzione non altissima se confrontata con gli standard attuali), vediamo comparire il flash e le dimensioni si mantengono decisamente tascabili. I telefoni si dotano di appositi browser per la navigazione, permettono di usare le mappe, di girare video... I tempi erano pronti per l’introduzione degli smartphone.


La generazione 4G

     I nuovi standard della generazione 4G hanno cominciato a essere diffusi intorno al primo decennio del 2000. Con le connessioni in 4G fu possibile un veloce accesso a internet per navigare sui siti, la mobile TV, la videotelefonia, la riproduzione di video in alta definizione e in 3D e le chiamate VoIP, ovvero le chiamate vocali fatte tramite la connessione a internet. In particolare, il 4G si propone si mantenere buone prestazioni anche in mobilità, ovvero mentre ci si sposta: tipicamente, infatti, con lo spostamento fisico tra aree geografiche diverse il segnale non rimane costante, ma tende ad affievolirsi quando raggiunge il confine delle zone coperte (quelle molto lontane dagli emettitori di segnale).
     I protocolli del 4G sono i seguenti.

LTE (4G)
     L’LTE (Long Term Evolution) non è una connessione 4G nel senso pieno del termine, perché a rigore non ne rispetta pienamente i criteri tecnici: esso è più una via di mezzo tra il 3G e il 4G vero e proprio. In pratica un UMTS migliorato o, se vogliamo, un pre-4G.
     Il sistema è stato proposto per la prima volta in Giappone nel 2009 dalla NTT DoCoMo, la principale azienda di telecomunicazioni nipponica e alla fine del 2009 era adottato dai paesi scandinavi, per poi diffondersi altrove.
     Le velocità teoriche dell’LTE sono: 100 Mbit/s in download e fino a 50 Mbit/s in upload (ma sono naturalmente inferiori nella realtà). Quando una connessione in LTE è attiva viene mostrata un’icona 4G o LTE accanto all’icona del segnale.

LTE Advanced o LTE+
     Il vero standard 4G fu pienamente raggiunto dall’LTE Advanced, detto anche LTE+. Attualmente è la tecnologia più rapida che abbiamo e assicura fino a 1 Gbit/s in download e 500 Mbit/s in upload.
     Quando un dispositivo è connesso in LTE+ compare l’icona LTE+ o 4G.
Samsung Galaxy S II, i9100 (2011).

     Con il 4G si entra definitivamente nell’era degli smartphone, ovvero dispositivi a metà strada tra telefoni e computer che, in quanto tali, si servono di numerosi software (applicazioni) che sfruttano la connessione a internet per funzionare. A parte BlackBerry, che ha continuato a proporre a fasi alterne smartphone dotati di tastiera fisica (che è un elemento distintivo del brand e che ha contribuito a farne marchio di successo negli anni addietro), gli smartphone moderni si sono ormai standardizzati tutti sui display total touch, così come li conosciamo oggi, ispirati dal primo iPhone. Sono piastrelle sempre più piatte, con display che fanno a gara per fornire la migliore resa cromatica, fortemente votati alla multimedialità e all’uso di internet... e vengono usati sempre meno per chiamare. Sembra paradossale, ma gli strumenti nati per parlare con persone lontane ora vengono usati molto meno per comunicare a voce: con tutte le app di chat disponibili adesso (Telegram, Viber, WhatsApp ecc) il pubblico preferisce lasciare messaggi scritti, servirsi di emoticon o, al massimo, di messaggi vocali, per i più pigri. Con gli smartphone comincia a nascere il problema delle batterie, che per tutte queste attività durano sempre meno: sono lontani i tempi in cui un Nokia 3310 ci durava 4 o 5 giorni con uso intenso. Ora è un dramma arrivare a 12 ore!

     Se a questo punto avete la testa un po’ confusa, eccovi una tabella che riassume i protocolli delle diverse generazioni (divise per colore).






La generazione 5G

     A partire dagli anni ’80 del ’900, quando fu introdotto l’1G, approssimativamente ogni dieci anni è stata standardizzata e commercializzata una nuova generazione di tecnologie di telecomunicazioni. In questo senso si sta attualmente progettando di rendere operativo entro il 2020 la generazione 5G, che dovrebbe apportare modifiche non solo nella velocità di trasmissione di dati, ma andare oltre a ciò con obiettivi ben più specifici, come ad esempio la possibilità di poter connettere un maggior numero di dispositivi, raggiungere un maggior numero di utenti, ridurre i costi delle infrastrutture, ridurre il consumo di energia per le connessioni o realizzare il cosiddetto internet delle cose, ovvero realizzare oggetti di uso anche quotidiano che però siano connessi in rete per poter scambiare informazioni (ad esempio, una sveglia che impara a suonare un po’ prima del previsto perché ha letto su internet il bollettino del traffico e sa che quel giorno è necessario alzarsi un po’ prima per non fare tardi).
     Come cambieranno i dispositivi in risposta a un flusso di dati così capillare è cosa che non dovremo aspettare molto: fra pochi anni assisteremo a questa ennesima trasformazione. Una cosa è certa: gli smartphone e i computer non saranno più i soli oggetti a essere connessi nella rete.

domenica 31 luglio 2016

Trenitalia, da agosto biglietti varranno solo per il giorno dell’acquisto. Ecco cosa cambia

     “STOP ALL’EVASIONE!”, si legge sul sito di Trenitalia. “Il 1° agosto 2016 nasce il nuovo biglietto regionale”. Venghino, signori, venghino. Venite a conoscere lultima novità sui trasporti pubblici nazionali.
     In effetti l’ultima trovata di Trenitalia, presentata con un apposito fumetto illustrativo, parte anche con le migliori intenzioni, ma ancora una volta tutto è stato fatto tenendo poco conto delle basi su cui si agisce. Dal 1° agosto 2016 i biglietti regionali Trenitalia non avranno più 2 mesi di validità, ma dureranno fino alle ore 23:59 del giorno in cui li si è acquistati.


     Una volta acquistato il biglietto, a partire dall'orario di obliterazione esso resterà valido solo per le successive quattro ore (presumendo che un viaggio in treno regionale duri meno di quattro ore). Ma poiché Trenitalia conosce la velocità e l'affidabilità dei suoi treni, precisa in un comunicato: qualora fossi ancora in viaggio a bordo del treno allo scadere della validità, puoi comunque raggiungere la tua destinazione finale, senza fermate intermedie. Quindi la validità è di quattro ore ma anche più di quattro ore. Chiaro, no?



Cosa cambia in concreto?
     Significa che se il giorno sabato 10 settembre comprate un biglietto regionale potete usarlo al massimo fino alle 23:59 del giorno sabato 10 settembre e non potete conservarlo per il successivo lunedì o per altri giorni successivi. Significa anche che non potete più tenere nel portafogli un biglietto di riserva nel caso non possiate prendere l’autobus e decidiate inaspettatamente di prendere il treno. Significa ancora che se dovete inaspettatamente prendere il treno e non ci sono edicole o biglietterie aperte, dovete sperare di trovare il distributore automatico di biglietti funzionante o rimanete in stazione.

Perché questo cambiamento?
     Il motivo è semplice: così si combatte l’evasione, spiegano gli ideatori. Perché la gente compra il biglietto e non lo oblitera, oppure riutilizza più volte lo stesso biglietto. Del resto, continuano gli esperti, nel resto dEuropa il biglietto non vale così tanto da un bel po di tempo: ci sono paesi in cui vale una settimana al massimo, altri in cui vale due giorni, altri ancora in cui vale già solo 24 ore (da noi non vale 24 ore, ma fino alle ore 23:59 del giorno dacquisto, quindi se compri il biglietto alle ore 18 hai solo sei ore per usarlo).
     Bene, perfetto: dobbiamo metterci in pari col resto d’Europa. Dobbiamo fare come in Germania, in Francia, in Svezia. Solo che se sei in Germania, in Francia o in Svezia e hai inaspettatamente bisogno di un biglietto diciamo alle 19, lì una biglietteria aperta la trovi, o comunque trovi il macchinario funzionante e facile da usare. Da noi è un po diverso, perché le biglietterie stanno diventando figure semileggendarie e i macchinari, laddove i vandali non li hanno già messi fuori uso, possono risultare un po difficili per gli anziani. Insomma, non sarà altrettanto facile munirsi del titolo di viaggio in modo tempestivo.

E se voglio cambiare la data o l’itinerario del viaggio?
     Se temete di ritrovarvi a comprare un biglietto e scoprire che non dovete più viaggiare, tranquilli, Trenitalia ha pensato anche a questo: potete, una sola volta, cambiare la data o l’itinerario, così sarà come se lo aveste comprato il giorno in cui effettivamente vi servirà.



     Ma come si fa a cambiare il biglietto? Si può fare in più modi:
  • presso le biglietterie e col servizio Self Service Trenitalia gratuitamente – In tal caso la self service emetterà un promemoria con la nuova data del viaggio, che dovrà sempre essere esibito insieme al titolo originale;
  • presso i punti vendita SiSALPAY, LisPaga di Lottomatica, SIR Tabaccai, pagando una maggiorazione di € 0,50 per biglietto – In tal caso verrà consegnato un promemoria con la nuova data del viaggio, che dovrà sempre essere esibito insieme al titolo originale;
  • presso le agenzie di Viaggio, pagando una maggiorazione a discrezione dell’agenzia (in agenzia puoi cambiare solo il biglietto ivi acquistato).



Dove posso trovare tutte le informazioni?
     A parte il fumettino didascalico pubblicato sul sito, Tranitalia ha messo a disposizione un documento che riepilogo tutti i casi possibili e come agire in ciascuno di essi. Lo trovate a questo link.

Quali saranno le conseguenze?
     “Possibili disagi iniziali, ma poi la manovra avrà il suo effetto”, commentano gli espertoni. Che tradotto vuol dire: lasciateli lamentarsi, tanto siamo in Italia, la gente sfuria cinque minuti, ma poi si abitua a tutto.
     Ci sono infatti dubbi non tanto sulla bontà dell’idea in sé, ma sui disagi che essa potrebbe creare tenendo conto dello stato del nostro sistema di trasporti. Inoltre era davvero così necessario ridurre drasticamente la validità da due mesi a un giorno? Nessuno vuole opporsi al cambiamento, ma per molti viaggiatori era comodo mettere da parte qualche biglietto, magari nel caso in cui si dovesse prendere il treno di corsa e non si avesse tempo di fare la fila per comprarlo; era più comodo soprattutto per gli anziani. Forse una riduzione della validità meno drastica sarebbe stata un buon compromesso.
    E poi non si possono intensificare i controlli? Dopotutto chi non fa il biglietto e prende la multa deve pagare una cifra molto superiore al costo dello stesso. Si possono controllare i passeggeri a bordo oppure si possono installare le porte automatiche in stazione che si aprono solo se si inserisce il biglietto.
     No, non si può. Trenitalia ha deciso così. E noi dobbiamo fare i cittadini collaborativi e non opporci ai cambiamenti. Speriamo che aver preso un’idea ed averla applicata a un contesto un po’ disagiato quale è il nostro non provochi troppi disagi. Ce lo dirà il tempo.
     Certo è che ad alcuni ciò sembra una misura eccessiva e viene il sospetto che, più che combattere i disonesti, si voglia scaricare il peso dei disagi sugli onesti e complicare loro ulteriormente la vita. Benvenuti in Trenitalia.