domenica 29 gennaio 2012

Accettare la diversità: due modelli a confronto

     Nel mondo di oggi siamo educati a non discriminare la diversità, ad accettare il diverso. Il che è cosa buona e giusta. Tuttavia esiste una grande differenza tra accettare le varie forme di diversità per convivere con esse rispettandole, ed educarci a guardare alle diversità in modo tale da farcele sembrare normali.
     Nel primo caso, infatti, stiamo prendendo atto che la diversità esiste, che è una cosa presente e che fa sentire i suoi effetti su di noi, ma che questi effetti non hanno nulla di male, al punto che è possibile convivere con l’altro e anzi, si può perfino imparare dall’altro, poiché esso è portatore di qualcosa che noi non abbiamo e che potrebbe condurre a una crescita reciproca o almeno unilaterale. In questo caso, quindi, si viene educati a guardare al diverso senza provare alcuna forma di disagio perché ci si convince che essere diversi dagli altri non implica nulla di negativo. È un po’ come quando gli uomini andavano in giro nudi perché non si vergognavano della loro nudità: in quel caso non sorge affatto il problema di nascondere o correggere qualcosa, poiché non c’è nulla che crei imbarazzo.
     Nel secondo caso, invece, la diversità provoca in chi la percepisce una forma di disagio. Non è per forza un disagio di tipo ostile, che si manifesta necessariamente in atteggiamenti di violenza ai danni del diverso, basta che sia una semplice sensazione di straniamento, di disorientamento, di fastidio anche, basta percepire quella sensazione di “non sentirsi nella normalità”. In questo modo di vedere la diversità si tenta di eliminare il disagio che si prova nei confronti del diverso, un disagio che secondo le regole sociali non è bene esprimere, almeno non esplicitamente davanti agli altri perché cozza con un principio (“il diverso va accettato”) di cui non si è capito il senso. Quando si fa così, quando si reprime il disagio, non si sta accettando la diversità, bensì si sta solo indottrinando le persone a “chiudere un occhio” sulla diversità, affinché essi la guardino in modo tale da considerarla “normale” (perfino autoconvincendosi che lo sia), perché altrimenti ci si sente fuori posto, spaesati. O, detto in altri termini, si abitua la gente a negare l’esistenza delle differenze di cui il diverso è portatore, a esorcizzare la percezione della diversità perché in fondo non ci si sa convivere. Con questo modello educativo le differenze non devono essere pensate come tali, altrimenti si avverte una stonatura con il proprio mondo, una stonatura che mette in crisi. Ma quelle differenze ci sono, altrimenti per quale ragione il diverso sarebbe diverso? Se sentiamo il bisogno di far assomigliare il diverso a noi per non sentire quel disagio, se dobbiamo smussare gli spigoli della diversità, e la deformiamo quindi nell’atto di autorappresentarcela, in modo da farla somigliare alla “nostra” normalità, allora non sappiamo accettare la diversità, ma è segno che ne abbiamo paura e, quindi, che la stiamo negando. Parliamo di un modo molto più ipocrita di interagire col diverso, che spesso sfocia nel falso buonismo o nella presunzione.

     Credo che non sia una differenza da poco, soprattutto se consideriamo le conseguenze che essa può avere nella formulazione di modelli educativi. Sono due modi di vedere e di pensare la diversità che non devono essere confusi. Tre esempi possono forse chiarire meglio le implicazioni di questa differenza: li ho messi in chiave cinico-comica, per sdrammatizzare la gravità di certi modi di pensare... e anche perché oggi mi va di fare il simpatico.

Esempio 1
- «Io amo così, in questo modo, quindi il mio è il solo modo corretto di amare: se tu mi ami in modo diverso e non fai quello che mi aspetto da te, allora per me significa che non sai amarmi.»
- «Ti hanno mai detto che l’uomo ha amato in mille modi diversi nella storia, secondo principi diversi e modalità diverse, e che ancora oggi nelle diverse culture l’amore implica differenti codici di comportamento e si basa su criteri molto dissimili? E ti hanno mai detto che quindi non esiste un paradigma universale di amore e che perciò non puoi atteggiarti a fare la Treccani dell’amore? NO? E ALLORA CHIUDI QUEL CESSO DI BOCCA, sennò ti faccio amare dei miei dobermann!»

Esempio 2
- «Oh, i bambini handicappati... Essi vanno tutelati perché sono come noi, non sono diversi!»
- «Eh, no: i bambini handicappati sono handicappati, quindi sono molto diversi da noi. Hanno diversi tipi di problemi, diversi impedimenti e diversi bisogni. La diversità c’è ed è enorme (se non mi credi te la ficco su per il culo, così senti quanto è enorme), ma questa diversità non ha motivo di essere discriminata, né sul piano umano, né sul piano morale, né sul piano legale, ed è per questo che abbiamo il dovere di tutelarli: la loro diversità non è tale da autorizzarci a fare discriminazioni, anzi, proprio nel dire che essi vanno tutelati in modo particolare “perché sono categorie più svantaggiate” stiamo appunto mettendo in evidenza questa diversità.»

Esempio 3
- «Io la penso come Voltaire: darei la vita perché anche le opinioni più inaccettabili possano essere manifestate, perché per me ogni forma di pensiero è degna di essere espressa.»
- «Io invece credo che finché esistano opinioni come quelle dei nazisti o dei leghisti, allora ci sono forme di pensiero tali che mi sento obiettivamente autorizzato a pisciarci sopra, perché esse implicano conseguenze obiettivamente dannose per il prossimo. Quindi “ogni opinione è degna di essere espressa” un paio di palle! Se facciamo parlare tutti è solo perché conoscendo le cazzate altrui possiamo imparare cosa non debba essere fatto o pensato, e non perché anche frasi come “gli extracomunitari sono parassiti” o “gli ebrei puzzano e vanno bruciati nei forni” siano frasi in sé degne di essere pronunciate o ascoltate.»

     Paradossalmente, quindi, si accetta davvero il diverso quando non sorge affatto il problema di “accettare il diverso”. Come disse Terenzio, Homo sum: nihil humani a me alienum puto: «Io sono un uomo: non considero diverso da me nulla di ciò che è umano».


Post scriptum
     Questa riflessione sull’accettazione della diversità ha carattere generale e non dev’essere confusa con questioni più particolari legate piuttosto all’integrazione del diverso in contesti nuovi. È innegabile infatti che esistano realtà la cui diversità è tale da non consentire una integrazione spontanea o almeno agevole, perché sussistono problemi di carattere pratico. Basti pensare all’integrazione degli extracomunitari islamici nei paesi occidentali: anche lì c’è un caso di diversità, ma la gente ha difficoltà ad attuare un’integrazione perché il problema del terrorismo internazionale ha sollevato questioni pratiche che disturbano il processo che dovrebbe secondo me avvenire: le stragi, gli attentati, i kamikaze, le truppe mandate in Medio Oriente sono tutte cose che ostacolano il processo sopra descritto perché hanno creato diffidenza e paura nella gente. Ma questo non mette in discussione né contraddice il criterio generale, che mi pare quello eticamente più sensato.
     Pongo l’accento su questa differenza perché l’integrazione del diverso è necessariamente subordinata all’accettazione del diverso, e le due cose sono quindi due momenti separati: non accetti accanto a te qualcuno che consideri estraneo alla tua realtà.

3 commenti:

  1. D'accordo in toto con quanto hai scritto. Ti ricordi che una volta ne discutemmo anche insieme, parlando degli handicappati? La nostra società è impregnata di ipocrisia e controsensi. A volte mi sembra di vivere in un paradosso -.-

    RispondiElimina
  2. Ah, sì, sì, mi ricordo! Fu a casa tua, vero?

    RispondiElimina