sabato 20 aprile 2013

Chi ha paura di Stefano Rodotà?


Stefano Rodotà
     Nel paese dell’immobilismo, del non-governo, dello stallo economico ci si blocca anche sulle votazioni del Presidente della Repubblica. Proprio di recente l’ex Capo dello Stato Giorgio Napolitano si è ritrovato a interpretare un ruolo che è andato ben oltre ciò che la figura del Presidente della Repubblica ha mai rappresentato nel nostro paese. Il Capo dello Stato si è visto costretto a intervenire molte volte e non solo sotto forma di incitamenti, bensì ad operare nella prassi politica. Qualcuno ha parlato perfino dell’Italia come di una repubblica semipresidenziale.
     Nel caos delle votazioni e dei candidati (da Marini – voluto da PD e PDL – a Prodi a D’Alema) un nome su tutti spicca per la limpida fama di uomo dotato di senso dello stato e grande cultura: il giurista, politico Stefano Rodotà. Sono in molti a volerlo e gli italiani devono conoscerlo e, nel conoscerlo, riconoscere in lui le indiscutibili doti di persona più adatta a rappresentare l’unità nazionale per cominciare a operare per la formazione di un governo decente che liberi il nostro paese dalla morsa cannibalesca della vecchia casta, insopportabile razza di delinquenti e collusi con la mafia, un ancien régime che si ostina a farci «in basso batter l’ali», per citare il Poeta.
     L’indipendenza politica di Rodotà, il suo passato dignitosissimo e pulito, nonché le sue idee giuste non possono essere ignorate durante queste “quirinarie”. Ecco perché Dario Fo, assieme ad altri esponenti politici e culturali, ha lanciato un appello affinché la classe dirigente non ignori questa indiscutibile possibilità di salvezza. Segue il testo dell’appello.
  
Chiediamo ai deputati e alla direzione del Partito Democratico di non mettere una lastra tombale sulla speranza di rinnovamento di due terzi degli elettori italiani, portando alla Presidenza della Repubblica una figura della vecchia casta: qualsiasi sia questa figura. Chiediamo di rompere ogni indugio e di votare fin dai primi scrutini Stefano Rodotà.


Beppe Grillo ha annunciato che sarà lui il candidato del Movimento 5 Stelle, e allo stesso modo si è pronunciato Sel, organicamente legato al Pd e il cui parere non può in alcun modo esser trascurato dai Democratici. Stefano Rodotà è per la maggior parte degli italiani, e certamente per il vostro elettorato, un punto di riferimento ideale. Ha come bussola costante la Costituzione italiana e la Carta dei diritti europei, ha sempre avversato i compromessi con la corruzione, è uno dei più strenui difensori della libertà dell'informazione, compresa la libertà conquistata ed esercitata in rete.


È un segno altamente positivo che il Movimento 5 Stelle l'abbia scelto come proprio candidato, ma Stefano Rodotà non è una sua invenzione. Il suo profilo è improntato a massima indipendenza, e le sue radici sono anche nella storia migliore della sinistra italiana. Non abbiate paura, votatelo con convinzione e fin da subito: sarete molto più credibili e forti se non tergiverserete, presi da timori di varia natura, e non accetterete in nessun caso candidati che dovessero nascere da un accordo con Berlusconi.


Ve lo chiediamo da cittadini, convinti che non sia ancora troppo tardi: non riconsegnate l'Italia al tragico ventennio dal quale cerchiamo faticosamente di uscire. Abbiate il coraggio di cominciare a costruire un futuro diverso. Il momento è ora.

Dario Fo
Carlo Petrini
Remo Bodei
Sandra Bonsanti
Roberta De Monticelli
Paolo Flores d’Arcais
Tomaso Montanari
Antonio Padoa Schioppa
Michele Serra
Salvatore Settis
Barbara Spinelli


(18 aprile 2013)

giovedì 18 aprile 2013

Scripta manent, n. 17 – Homo eleutherophobicus

     Mi torna spesso in mente in questi mesi il tema della libertà perduta. Noi, uomini contemporanei che viviamo nell’epoca delle dittature subdole mascherate da democrazie immacolate, non solo non sappiamo dar valore alla libertà, me nemmeno ci studiamo più di perseguirla e ricrearla. Cresciamo desensibilizzati a questo nobilissimo ideale, dal quale deriva ogni forma di bene. Il tema però era caro (e molto più sentito) qualche secolo fa e molti sono gli autori che ne hanno scritto. Propongo qui dei passi del francese La Boétie, che nel suo Discorso sulla servitù volontaria, un agilissimo e piacevole scritto del XVII secolo, rifletteva su questo tema mettendo in luce l’assurdità della schiavitù voluta e scelta dagli uomini. Chiamatela eleuterofobia: la paura della libertà.

     Ma come! Se per ottenere la libertà basta desiderarla, se non vi è bisogno di null’altro che una semplice volontà, vi sarà una sola nazione al mondo che reputi di pagarla troppo cara acquistandola con un semplice desiderio? E chi rimpiangerebbe il proprio desiderio di riottenere un bene che si dovrebbe riconquistare a prezzo del proprio sangue e la cui perdita rende amara la vita a ogni uomo e gradita la morte? Certo, come la fiamma di una piccola favilla divampa e va rafforzandosi sempre di più, e più trova legna da ardere, più ne divora, ma si consuma e finisce per estinguersi da sé non appena si cessi di alimentarla, allo stesso modo, più i tiranni saccheggiano più esigono; più devastano e distruggono, più si dà loro, più li si serve. Questo aumenta la loro forza e li rende sempre più pronti a tutto, annientare e distruggere. Ma se non si dà loro più niente, se più non si obbedisce loro, senza bisogno che li si combatta e colpisca, restano nudi e sconfitti e non sono più niente, come il ramo che non avendo più linfa e alimento alla radice, inaridisce e muore.
     Per conquistare il bene desiderato, l’uomo coraggioso non teme nessun pericolo, l’uomo saggio non si scoraggia dinanzi a nessuna fatica. Solo i vigliacchi e i rammolliti non sanno né sopportare il dolore, né riconquistare un bene che si limitano a desiderare. L’energia per pretenderlo viene annullata dalla loro stessa viltà, non resta loro che il naturale desiderio di possederlo. Questo desiderio, questa volontà comune ai saggi e agli stolti, ai coraggiosi e ai codardi, fa desiderare tutte le cose il cui possesso li renderebbe felici e soddisfatti. Vi è una sola cosa che – non so perché – gli uomini non hanno la forza di desiderare: la libertà, un bene tanto grande e dolce! Non appena la si perde, sopraggiungono tutti i mali possibili e senza di essa, tutti gli altri beni, corrotti dalla servitù, perdono gusto e sapore. Sembra che gli uomini tengano in poco conto la libertà, infatti, se la desiderassero, l’otterrebbero; si direbbe quasi che rifiutino di fare questa preziosa conquista perché è troppo facile.
[…]
     La natura dell’uomo è di essere libero di voler esserlo, ma prende facilmente un’altra piega quando è l’educazione a imprimergliela.
     Diremo dunque che tutte le cose diventano naturali per l’uomo quando vi si abitua, rimane fedele alla natura solo chi desidera ciò che è semplice e non adulterat. Pertanto la prima causa della servitù volontaria è l’abitudine. È quel che succede d’altronde ai più indomiti cavalli che in un primo tempo mordono il freno e poi se ne trastullano, che prima scalpitano sotto la sella per poi presentarsi spontaneamente ai finimenti e pavoneggiarsi tutti fieri della loro bardatura.
     Dicono di essere sempre stati assoggettati, che così hanno vissuto i loro padri. Ritengono di dovere subire il male, se ne convincono a forza di esempi e loro stessi consolidano, contribuendo alla sua durata, il potere di chi li tiranneggia.

     Ma gli anni non danno mai il diritto di agire male, anzi aggravano l’ingiuria. Vi sono pur sempre alcuni, nati meglio degli altri, che sono insofferenti del peso del giogo e non possono fare a meno di scrollarlo, che non si abituano mai all’asservimento e che, così come Ulisse cercava per terra e per mare di rivedere il fumo della sua casa, non dimenticano i propri diritti naturali, le loro origini, la loro prima condizione e colgono ogni occasione per rivendicarli. Essi, avendo un reto giudizio e una mente lungimirante, non si accontentano, come gli ignoranti, di vedere ciò che giace ai loro piedi senza guardare né indietro né innanzi. Ricordano il passato per giudicare il presente e prevedere il futuro. Avendo la testa naturalmente ben fatta, l’hanno ulteriormente affinata con lo studio e il sapere. Anche se la libertà fosse completamente perduta e bandita da questo mondo, essi se la raffigurerebbero, la sentirebbero nel loro spirito e l’assaporerebbero. Quanto alla servitù, essi l’aborriscono, qualsiasi cosa si faccia per mascherarla.

Étienne La Boétie, Discorso sulla servitù volontaria

lunedì 8 aprile 2013

Latine loquimur, n. 9


     Nono appuntamento con la rubrica per l’uso di espressioni latine nella vita quotidiana.
     Nota: la pronuncia scolastica è quella usata (e insegnata) in Italia; la pronuncia restituita è quella che, secondo le ricostruzioni, veniva realmente usata dai Romani.


gdfabech

Absit iniuria verbis
[pronuncia scolastica: absit iniùria verbis]
[pronuncia restituita: absit iniùria verbis]

     Letteralmente significa “L’offesa (iniuria) sia lontana (absit) dalle parole (verbis)”. La frase è tratta da Tito Livio, (Ab Urbe condita, IX, 19, 15), in cui figura però la forma Absit iniuria verbo, con il termine verbum al singolare (“Sia l’offesa lontana dalla parola”). L’espressione ha la funzione di attenuare la gravità o l’intensità di ciò che si è appena detto, per evitare che chi ascolta possa fraintendere e scambiare tutto per un’offesa. Possiamo dire quindi absit iniuria verbis quando stiamo per dire qualcosa di delicato a un amico, per esempio, quando gli vogliamo dare un consiglio in cui dobbiamo per forza criticare qualcosa di lui ma a fin di bene… Oppure quando stiamo riportando una critica severa e spietata che però non è nostra ma di qualcun altro e vogliamo dunque alienare da noi la responsabilità di quanto diremo… O ancora se diciamo semplicemente una cosa per amore della verità che però potrebbe essere troppo difficile da accettare.


Labor limae
[pronuncia scolastica: labor lime]
[pronuncia restituita: labor lìmae]

     Espressione che è diventata un termine tecnico in ambito letterario, il labor limae designa il “lavoro di limatura” (letteralmente: “fatica della lima”), ovvero quella scrupolosità e quell’accuratezza con cui si cercano le parole giuste, le più adatte a ciò che si vuole comunicare mentre si scrive. È il dramma di ogni poeta, che con poche giuste parole deve trasmettere il suo messaggio nel modo più efficace possibile senza star lì a spiegare troppo prolissamente il perché dei termini che usa. Ma in generale ogni scrittore che voglia evitare di banalizzare ed essere efficace sul piano comunicativo attraverso una scelta soppesata delle parole deve compiere un labor limae. Famoso era il poeta Virgilio per la sua ossessione quasi maniacale per la ricercatezza e la rifinitura lessicale quando scrisse la tormentata Eneide: le cronache riportano che ne scrivesse pochissimi versi al giorno e che alla fine, in punta di morte, volesse perfino distruggerla perché non ne fosse soddisfatto. In realtà la scelta si giustificava con un suo allontanamento dalla politica del principe Ottaviano Augusto, a cui aveva promesso in passato di elogiare la sua discendenza con un poema che ne celebrasse le origini.


Quandoque bonus dormitat Homerus
[pronuncia scolastica: quandòque bonus dormìtat Omèrus]
[pronuncia restituita: cuandòcue bonus dormìtat Homèrus]

     “Qualche volta (quandoque) il buon Omero (bonus Homerus) sonnecchia (dormitat)”. Tradotto alla buona: “Talvolta si abbiocca anche il buon Omero”. Un modo più aulico per dire che capita anche ai grandi (come Omero, poeta per antonomasia) di rilassarsi un po’, di non essere sempre sempre al top, di poter essere sotto tono e sbagliare qualcosa. La frase risale a Orazio (Ars poetica, 359), che intendeva riferirsi al problema, molto sentito nella questione omerica dai filologi alessandrini, delle discrepanze di vari passi delle opere omeriche. Orazio chiede quindi un po’ di indulgenza se a volte un autore cade in contraddizione senza volerlo, soprattutto se vanta una ricchissima produzione letteraria.

domenica 7 aprile 2013

Civitanova Marche: coppia si uccide per povertà. Oggi i funerali


     La povertà non è un disonore, si sa, ma quando arriva a togliere la dignità alle persone, la vergogna che ne deriva può spingere a gesti estremi come togliersi la vita. E Romeo Dionisi, 62 anni, muratore disoccupato, e sua moglie Anna Maria Sopranzi, 68 anni, ex artigiana, ne avevano molta, di dignità: la morte che si sono dati lo scorso 5 aprile è stato il loro modo di valorizzarla.
     Questa è una di quelle storie di cui i giornali parlano una tantum, quelle storie che fanno anche indignare ma che si dimenticano in fretta in questo paese che non è capace di ricordare e, quindi, di imparare. È anche, questa, una storia non nuova, già sentita, che aumenta il fardello che la nostra (mala) politica si porta alle spalle. A Civitanova Marche (Macerata) si è quindi consumato l’ennesimo imperdonabile caso di omicidio di Stato.
     Romeo non riusciva a farsi pagare gli ultimi lavori svolti da muratore ed era quindi senza lavoro; come se non bastasse, la ditta di Napoli per cui aveva lavorato attualmente fallita, non gli dava i soldi che gli spettavano; sua moglie Anna Maria viveva con una pensione indegna di circa 500 euro inutile anche per l’affitto di casa. Dove trovare il denaro per mangiare? Vivere così, con il peso delle tasse che incombono anche più che in passato e dei contributi previdenziali da versare, avrebbe dovuto significare per loro, che hanno lavorato per una vita intera, ridursi allo stato di straccioni o farsi segnalare ai servizi sociali del comune.
     Nel condominio in cui vivevano abita anche Ivo Costamagna, presidente del consiglio comunale della città, che li avrebbe invitati al Comune per discutere il loro caso. Ma la burocrazia italiana raramente è in grado di risolvere questi problemi sociali e per i due anziani coniugi, che a quella dignità tenevano tanto, ammettere di non poter mettere il piatto in tavola dopo un’intera vita passata a lavorare era una vergogna troppo grande. La morte e il silenzio che essa porta è parsa loro la sola soluzione accettabile.
     Si sono impiccati entrambi, insieme, finché morti non li separi, da bravi compagni di vita, in uno stanzino vicino al loro garage. Sono rimasti uniti fino alla fine, insieme avranno approntato le corde, magari scambiandosi un ultimo sguardo prima di lasciarsi andare, magari stringendosi la mano per trasmettersi quel coraggio che pure occorre, e anche in abbondanza, per compiere lucidamente un gesto del genere.
     I cadaveri sono stati ritrovati dai carabinieri, prontamente chiamati dai vicini di casa, che hanno scoperto il fatto grazie a un biglietto che i coniugi stessi avevano lasciato nel garage del condominio: su di esso Romeo e Anna Maria hanno lasciato innanzitutto parole di scusa, scusa per il gesto, per quel gesto. Ma scusa dovrebbero chiedere i responsabili di tutto questo, quegli individui lontani dalla realtà che costituiscono quell’istituzione che va indegnamente sotto il nome di “Stato”.
     Dal biglietto gli inquirenti hanno evinto il movente economico del suicidio: è lì che la coppia ha lasciato trasparire quell’estremo bisogno di preservare quella certa dignità che sentivano di aver perso nella loro condizione di gente indigente e abbandonata dalle istituzioni. Il fratello di Anna Maria, Giuseppe, che abitava nell’edificio accanto a quello della coppia, appena saputa la notizia, preso dalla disperazione, si è gettato in mare dal molo: morto anche lui. Dal dolore.
     Tre vittime della negligenza, della strafottenza, di quel grave deficit di empatia morale di cui i nostri politici si vestono con un’arroganza sempre più insopportabile. Tre morti sulla loro coscienza. E la cosa peggiore è che passerà presto di mente a tutti, a quei politici per primi che non sanno cosa sia la crisi grazie ai loro stipendi d’oro e alle mille ruberie derivanti dai reati finanziari che sono stati eccelsi nel commettere.
     Ieri il sindaco, Tommaso Claudio Corvatta, ha proclamato una giornata di lutto cittadino e oggi si sono svolti i funerali. La presidentessa della Camera dei deputati, Laura Boldrini, aveva già annunciato di voler partecipare alle esequie, e non solo perché lei è nata a 20 chilometri da Civitanova ed era quindi conterranea, ma anche perché secondo lei «il primo dovere delle istituzioni è esserci, metterci la faccia, tanto più nei momenti duri […] Sarebbe troppo comodo, e per quanto mi riguarda inaccettabile, scegliere di essere presenti soltanto dove è garantito l’applauso». È stata la sola politica nazionale a presenziare al rito.
     Ma la rabbia ai funerali era tanta. E molti si sono lasciati scappare contestazioni, dal «Facevi meglio a non venire!», rivolto alla stessa Boldrini, ai «Vergogna! Ladri! Omicidio della politica! Neanche gli animali sono trattati così». Più secco e lapidario il commento lasciato invece da Giuseppe Giudici, cognato di Romeo: «Tanto è inutile girarci attorno, lo sanno tutti chi li ha uccisi: L’Inps, Equitalia. Insomma lo Stato».
     Cresce ancora, dunque, il numero di morti per la crisi. E cresce aprendo il suo abbraccio mortale a più livelli della scala sociale: si uccidono gli imprenditori che, soffocati dai debiti e affamati dai crediti non riscossi, devono prima licenziare operai, poi ridurre la produzione, poi vendere la casa e infine chiudere l’azienda; si uccidono anche i pensionati, che dovrebbero restare tutelati perché sono tra la cosiddette categorie deboli. Chissà, forse domani ci sveglieremo e i giornali parleranno di un laureato toltosi la vita perché voleva sposarsi ma non poteva permettersi il lusso di sognarlo… o magari si parlerà di un malato di sla a cui lo Stato a negato i sussidi economici per la cure. Non rilassiamoci troppo: sono realtà già fin troppo vicine.

Romeo Dionisi, Anna Maria e Giuseppe Sopranzi

martedì 12 marzo 2013

Elezioni 2013: l’Italia dopo il voto


     L’Italia è in questi giorni bloccata in una specie di limbo, chiusa tra le elezioni del 24-25 febbraio e la formazione definitiva del nuovo governo che avverrà tra pochissimi giorni. Uno scenario incerto e dubbioso, un tunnel che, per quanto breve, non lascia intravedere la luce alla fine.
     Cos’è successo nel nostro paese? Proviamo a ricostruire i fatti e a dare se possibile un’interpretazione…

Risultati elettorali: caos e ingovernabilità
     Nei giorni 24 e 25 febbraio hanno avuto luogo le elezioni politiche per il nuovo governo del paese: la campagna elettorale, mista di volti nuovi e vecchi, piena di promesse creative e farlocche («Votatemi e vi tolgo l’Imu!»), avrebbe dovuto far uscire un quadro più o meno chiaro e coerente della volontà degli elettori. E invece…
     Quello che ci siamo trovati è stata l’ingovernabilità. Non esiste al momento una maggioranza tale da assicurare al paese un governo stabile: alla Camera il centrosinistra ha vinto per un soffio (anche se il MoVimento 5 Stelle si è classificato primo partito), mentre al Senato la situazione è di maggioranza assente. Partiamo dai numeri…

     Alla Camera il primo partito è un “non-partito”, ovvero il MoVimento 5 Stelle, che ottiene il 25,55% dei voti (108 seggi); segue Pd di Bersani col 25.42% (292 seggi); infine troviamo il Pdl col 21,56% (97 seggi). Questi i protagonisti principali. Le coalizioni però hanno un peso e quindi l’intero centrosinistra, con l’apporto anche di Sel, Psi, Centro democratico & co., ottiene in tutto il 29.55%: sono 340 seggi. La coalizione di centrodestra invece segue di pochissimo: 29.18%, ovvero 124 seggi. Grazie al Porcellum il centrosinistra si becca il premio di maggioranza. Salvi per un pelo!

     Il Senato è la vera zavorra di queste elezioni. Qui è terra morta. Il Pd si attesta con il 27,43% (105 seggi); il M5S segue con il 23,79% (54 seggi); e poi c’è il Pdl col suo 22,30% (98 seggi, sempre grazie al Porcellum). Le coalizioni di centrosinistra e centrodestra però si attestano però rispettivamente al 31,63% (113 seggi) e al 30,72% (116 seggi). I numeri sono sballati, così non si può governare. Questa maledetta legge elettorale ci ha messo del suo, ha influito anch’essa sugli esiti confusionari e inconcludenti.



     Ora riflettiamo un po’ su cosa dicono questi numeri…

Tutte le ipotesi per il nuovo governo
     In primis i risultati delle urne gettano incertezza sul governo che dovrà guidare l’Italia. Con queste cifre non si va da nessuna parte, perché mancano maggioranze forti. Quali sono le ipotesi, allora? Ne sono circolate diverse in questi giorni:
  • Il governissimo Pd-Pdl – Mostro chimerico a due teste che dovrebbero sbranarsi a vicenda, il cosiddetto “governissimo” (dove forse l’accrescitivo dovrebbe lasciar posto al dispregiativo) dovrebbe vedere i partiti con i numeri maggiori allearsi per cercare una maggioranza. La sinistra di Bersani e la destra di Berlusconi, da sempre nemici storici, alleati di comune accordo “per il bene del paese”. Un’ipotesi che fa ridere già solo a nominarla, e non solo per l’assurdità teorica che accoglie in sé. Eppure, per quanto senza senso, a qualcuno è venuto in mente perfino questo! Forse perché il giaguaro non è stato smacchiato, come ruggiva… ops… miagolava Bersani in campagna. Vero è anche, come alcuni “intellettuali” sostengono, che negli ultimi anni la sinistra si è pericolosamente spostata a destra e che quindi gli interessi comuni tra Pd e Pdl sono più delle loro differenze ideologiche, quindi un’alleanza ossimorica tra queste due forze politiche sarebbe più conveniente del previsto per gli interessati (anche se poco utile al paese).
  • Ritornare al voto – Soluzione auspicata da tutti quelli che con un nuovo voto credono di recuperare consensi. Quindi da molti del Pdl e del Pd. Anche se, c’è da dirlo, non è da escludere che con un ritorno alle urne l’effetto “tsunami Grillo” potrebbe avere un impatto sull’elettorato ancora maggiore, nel senso di un’ulteriore crescita di consensi, vista la sorprendente ascesa del Movimento. Se questo avvenisse, allora sarebbe davvero la fine per i partiti tradizionali, giacché è esplicitamente nelle intenzioni dei grillini quella di eliminare il concetto di partito dalla politica italiana. Per dirla con Mentana, un’intera classe dirigente verrebbe spazzata via. L’ipotesi di tornare a votare è tuttavia, almeno nell’immediato, ostacolata da alcuni fattori: in primis il Porcellum, per com’è strutturato, ha dimostrato di non poter fornire alcuna garanzia: è una legge elettorale fatta apposta per far nascere questo tipo di contraddizioni, concepita per le grandi coalizioni; inoltre il Presidente della Repubblica Napolitano è giunto quasi alla fine del suo mandato e al momento occorre un nuovo Parlamento che elegga il nuovo Capo dello Stato. Infine la richiesta di tornare alle urne dev’essere sollevata da tutte le forze politiche insieme, il che appare improbabile… Napolitano deciderà quindi sulla base dei risultati elettorali, di questi risultati elettorali, se esiste modo di dare un governo all’Italia.
  • Un governo 5 Stelle-Pd – L’ipotesi di una collaborazione tra Grillo e Bersani ha accarezzato molti, specie i più antiberlusconiani, a cui basterebbe che il caimano non sia in scena pur di stare tranquilli. Senonché i grillini si sono da sempre proposti come contrari alla forma partitica in generale e non hanno mai nascosto la loro avversione anche per il collaborazionismo di destra che il Pd ha avuto in questi anni. Appare poco probabile, quindi, che proprio loro si alleino con Bersani. Troppo grande sarebbe la perdita di consensi. Forse un’ipotesi del genere si sarebbe potuta avere con Ingroia, che sperava fin dal principio che il Pd cambiasse rotta… Ma Ingroia è fuori dal parlamento (2,25% alla Camera e 1,79% al Senato), quindi non è cosa… In questi giorni, intanto, Bersani continua con questo ridicolo corteggiamento che però non attecchisce: Bersani e Grillo sono un po’ come Sandra Mondaini e Raimondo Vianello.
  • Il governo in prorogatio – La prorogatio è la possibilità di prolungare (prorogare) nel tempo i poteri di un istituto che sarebbe arrivato alla fine del suo mandato in attesa che vengano eletti i rappresentanti nuovi. Si dà il caso che la Costituzione italiana consenta la prorogatio per il Parlamento (art. 61, comma 2) e per il Presidente della Repubblica (art. 85, comma 3). Il governo in prorogatio è un’idea del professor Paolo Becchi, docente di Filosofia del Diritto all’Università di Genova. La sua tesi è la seguente: fin quando non sarà pronto il nuovo governo si possono prorogare i poteri del governo Monti, che è un governo dimissionario; se c’è un governo si può avere un Parlamento. Ma il Parlamento è un caos, quindi occorre riandare al voto; poiché non si può andare subito al voto è inutile attendere la nomina del nuovo Presidente della Repubblica, bensì si può cominciare a fare quelle prime urgentissime proposte di legge in Parlamento (tipo: una nuova legge elettorale, o la legge sul conflitto di interesse…) che potrebbe essere votata di volta in volta con maggioranze diverse (M5S + Pd oppure M5S + Pdl…). In questo modo secondo Becchi l’Italia non sarebbe invalidata dall’attesa di queste questioni burocratiche. Quindi usare il governo Monti (che però non potrebbe fare niente in quanto si potrebbe occupare solo degli atti di ordinaria amministrazione) per far lavorare subito il Parlamento (provvisorio, in attesa del nuovo voto) per quei provvedimenti più urgenti. Dopodiché, col Parlamento si elegge il nuovo Presidente della Repubblica, il quale decide in via definitiva cosa fare.
  • La delega a Napolitano – Il sindaco di Venezia Massimo Cacciari propone invece di affidare a Giorgio Napolitano la nomina di un governo di personalità «di grande levatura politica e culturale» a cui affidare il compito dei soliti provvedimenti urgenti (abolizione delle province, legge elettorale…) per poi andare al voto di nuovo. Nella sua ipotesi, a differenza di quella di Becchi, non si proroga il governo Monti ma si nominano personalità esterne in via provvisoria in attesa delle nuove elezioni, con le forze politiche attuali che dovrebbero farsi da parte e dare la loro completa disponibilità, rinunciando alla corsa alle poltrone.


Il suicidio del Pd
     Il Pd era il favorito dai sondaggi e aveva la possibilità di crescere molto nei suoi consensi, forte anche del potenziamento avuto grazie alle primarie. Sono in molti a ritenere che la principale forza politica di centrosinistra non abbia affatto saputo fare buon uso dei presupposti che lo avevano reso “competitivo” in campagna elettorale. In primis Bersani ha fatto una campagna elettorale vuota: nessuna proposta originale, nessuno straccio di idea innovativa, a parte la promessa di «smacchiare il giaguaro», che però smacchiato non è stato. Chi è stato molto critico riguardo l’insuccesso del Pd è stato il succitato Cacciari che ebbe modo di sottolineare con toni accesi la stupidità dell’autoaffossamento di Bersani: «Il Pd è rimasto a metà tra il voler interpretare le spinte arrivate dalla parte di Grillo e quella di strizzare l’occhio al gruppo di Monti e alla sua visione dello Stato e dell’Europa […] Come al solito siamo gente affetta da snobismo e da puzza sotto il naso. Come sempre! […] Sono delle teste di cazzo! Loro sanno tutto, loro capiscono tutto. Loro possono insegnare tutto a tutti. Mentre gli altri sono dei cretini!» e poi chiosa quasi anatematico: «Abbiamo sbagliato a non appoggiare Matteo Renzi. È stato un grande errore!». E in effetti il mancato ricambio generazionale è un altro dei capi di imputazione al Pd.

Il boom di Grillo
     Un’altra delle novità venute fuori dalle elezioni è stato il successo del MoVimento 5 Stelle, che ha raccolto gli stessi consensi di quei partiti ultraventennali come il Pdl e il Pd. L’elettorato grillino è molto eterogeneo: vi convergono ideologie di destra “pentite”, voti di sinistra che non sono contenti del Pd, o anche voti di protesta. Nel paese in cui i comici si impegnano a difendere le istituzioni come dovrebbe fare un politico e i politici sono ridicoli a mo’ di un comico, è toccato al comico genovese proporre quelle (anche semplici) idee per migliorare la vita di questo paese. Dal No Tav all’apologia dell’antipartitismo, Grillo ha comunicato agli elettori nelle piazze invece che in TV, evitando esplicitamente un’esposizione mediatica troppo pronunciata, e preferendo invece fare il giro del paese per trasmettere alla gente una certa vicinanza. E, anche se lo si accusa di essere un dittatore e di usare metodi mussoliniani, anche se Ferrara, dall’alto della sua formazione di giornalista e intellettuale, dice che Grillo «fa dichiarazioni da puttaniere e dimostra di avere un pisello piccolo», sta di fatto che le sue idee hanno toccato la gente e adesso è un bel bastone tra le ruote per quelli che volevano spartirsi l’Italia. Grillo si è fatto interprete di un diffuso sentimento di antipolitica, di antieuropeismo e di antiausterità e lo ha fatto comunicando in un modo carismatico: il suo successo, oltre ad aver incarnato il malcontento generale, tradisce anche l’aumento di distanza tra la società civile e le istituzioni.

La rimonta di Berlusconi
     Forse la lezione più sgradevole delle ultime politiche è stata la resurrezione del Lazzaro di Arcore. Sarò sincero: mi ha stupito davvero tanto! Non mi aspettavo che in questo paese gli idioti fossero così tanti! Che Berlusconi si sappia vendere è noto a tutti da tempo immemore; ma arrivare addirittura ai risultati che ha ottenuto è cosa davvero preoccupante, nonché – e qui sta la lezione da imparare – indice che nel nostro paese abbiamo una capacità di imparare dalla nostra storia pari a zero! Come ha scritto infatti un giornalista, «nel novembre 2011, quando Berlusconi si dimise tra le urla e gli sputi della gente dopo quattro anni di disastri, era dato al 7%: bastava votare subito, con la memoria fresca del suo fallimento, e gli elettori l’avrebbero spianato, asfaltato, polverizzato. Invece un’astuta manovra di palazzo coordinata dai geniali Napolitano, Bersani, Casini e Fini pensò bene di regalarci il governo tecnico e soprattutto di regalare a Berlusconi 16 mesi preziosi per far dimenticare il disastro in cui ci aveva cacciati» (e quel giornalista, a chi interessasse, è Marco Travaglio).
     L’inaccettabile rimonta di Berlusconi, avvenuta massicciamente soprattutto in Lombardia, Veneto, Sicilia e Campania, è quindi la testimonianza che in Italia la gente non sa formarsi un minimo di memoria storica (no, nemmeno nell’arco di soli 16 mesi!) necessaria per imparare a non commettere gli stessi errori! Cosa vuoi sperare che si impari qualcosa nell’arco di vent’anni di berlusconismo?
     Proprio come Amintore Fanfani, esponente della Democrazia Cristiana noto per risorgere inaspettatamente all’ultimo momento proprio quando era spacciato, Berlusconi è riuscito a ritornare e a “vincere” in un certo senso queste elezioni, recuperando gran parte del suo elettorato e azzeccando anche le sue stesse previsioni. L’opera di intortamento di massa, fatta a colpi di promesse riciclate e non realizzabili, è un virus ancora efficace sulla mente degli italiani, che, contrariamente a quanto dichiarava Ingroia, non si sono ancora immunizzati contro il berlusconismo. E ora ce l’abbiamo di nuovo qui, a minacciare di stuprare la democrazia: lo chiamavano il Rieccolo!

Flop di Monti
     Ricordate Monti? Quello che con la scusa della crisi si è insinuato nel nostro paese per fare gli interessi del suo gruppetto di amici che giocano a fare i padroni del mondo armati di quell’abominevole strumento che si chiama finanza. Il suo fallimento è una notizia che un pochino consola: 8,30% alla Camera (37 seggi) e 9,13% al Senato (18 seggi). Sono queste le sue quotazioni, per fortuna troppo poche perché il professore tecnocrate abbia voce in capitolo in questo futuro scenario politico. Soprattutto, sono abbastanza scarse da scongiurare quel rischio, tanto sollevato in campagna elettorale, di un’alleanza Pd-Monti. Grazie a Monti, poi, si ridimensiona Casini e scompare letteralmente Fini. Ci sentiamo rincuorati! Con il fallimento del partito di Monti gli italiani esprimono in ogni caso un preciso volere: il rifiuto dell’austerità europeista di stampo germanico. Meglio di niente…

Calo dei votanti
     Chiudo con un’osservazione sul calo della percentuale dei votanti. Nelle ultime elezioni ha votato circa il 75% degli aventi diritto al voto, con un calo del 5% rispetto alle elezioni politiche del 2008. Questo vuol dire che il 25% delle persone non hanno voluto esercitare questo diritto, il che è ancora una volta sintomatico del modo con cui la gente ora guarda alla politica e alla sua utilità. Gli italiani non ritengono che andare a votare sia utile, i sentimenti di qualunquismo regnano sempre più incontrastati: per la gente non fa differenza esprimere la propria preferenza, tanto sono tutti uguali. Sarebbero d’accordo con Mark Twain: «Se votare servisse davvero a qualcosa non ce lo lascerebbero fare».