sabato 9 novembre 2013

Trattativa Stato-mafia, Onorato testimone choc: «Craxi e Andreotti uccisero Dalla Chiesa»

     Palermo, 7 novembre 2013. Le pareti dell’aula bunker del carcere Ucciardone, dove si sta svolgendo il processo sulla trattativa Stato-mafia, hanno tremato quando ha cominciato a parlare Francesco Onorato, pentito e attualmente collaboratore di giustizia, ex pezzo grosso della squadra dei killer di Cosa Nostra, uno di quelli che faceva il lavoro sporco, uno che ammazzava e metteva bombe.
     Molte cose sono uscite dalla sua deposizione e meritano divulgazione, vediamone alcune.

Nessuna trattativa, solo convivenza
Francesco Onorato, pentito.
     Onorato ribadisce (anche lui, come molti magistrati negli anni addietro) che Cosa Nostra non è assolutamente un’organizzazione criminale composta esclusivamente da fuorilegge che latitano e fanno i boss, ma anche dai colletti bianchi: il coinvolgimento dei politici negli affari “gestiti” dalla mafia è sempre esistito e anzi, sono stati i politici a chiedere l’aiuto e l’assistenza della mafia! Così che Onorato preferisce non usare il termine “trattativa”: «Quando si parla di trattativa con lo Stato, io dico “La  trattativa? Ma che trattativa, se c’è sempre stata la convivenza?” Io ho sempre visto la convivenza tra i politici e Cosa Nostra».

Riina ha ragione
     Riina ha sempre accusato lo Stato di averlo “abbandonato” e per Onorato il Capo dei capi ha ragione: egli sa che lo Stato ha usato la mafia per eliminare avversari scomodi, ma poi a pagare sono stati solo i mafiosi: Riina è infatti tuttora detenuto, mentre le persone accusate di volta in volta da questo o quel pentito sono rimaste a piede libero, hanno fatto quadrato contro i loro stessi alleati, hanno voltato loro le spalle e lasciati al loro destino.
     Ricordiamo che Onorato è stato l’esecutore dell’omicidio di Salvo Lima, il primo politico a essere eliminato dalla mafia per vendetta, perché la politica non mantenne la promessa di evitare il carcere ai mafiosi condannati dal maxiprocesso dell’1986-87 dove furono imputati oltre 400 persone per reati di mafia.

Altri obiettivi
     Riina, secondo Onorato, aveva in mente di uccidere anche altre persone, tra cui Andreotti e suo figlio, sempre per motivi di vendetta. Il patto c’era stato, ma la politica non lo aveva rispettato: l’omicidio era stato commissionato ai fratelli Graviano, ma fu accantonato perché Andreotti rafforzò la scorta. Nella lista figurava anche Claudio Martelli, che nel 1991 diventa Ministro di Grazie e Giustizia, fatto diventare ministro proprio dai mafiosi, che gli finanziarono la campagna elettorale per 200 milioni di lire e che, proprio in virtù di quella carica, doveva scongiurare il pericolo del carcere ai condannati del maxiprocesso. Non ultimo, nel mirino c’era anche Calogero Mannino (tuttora senatore della Repubblica). 

Craxi e Andreotti vollero la morte di Dalla Chiesa
L'A112 con a bordo il prefetto Dalla Chiesa e sua moglie 
Emanuela Setti Carraro (alla guida) trivellata di colpi la 
sera
del 3 settembre 1982 in seguito a un attentato mafioso.
     La rivelazione forse più inaspettata di Onorato riguarda però l’omicidio Dalla Chiesa. Carlo Alberto Dalla Chiesa, ex generale dei carabinieri e poi prefetto di Palermo, ebbe un ruolo di primo piano nella lotta al terrorismo: lo chiamavano il prefetto di ferro e fu ucciso in un attentato mentre era a bordo della sua auto con sua moglie, seguito dalla scorta, nel 1982, nel tragitto per tornare a casa. Per quell’omicidio furono condannati solo i mafiosi: Riina, Provenzano, Greco e altri boss in qualità di ideatori, più altri uomini come esecutori. Ma Onorato rivela che i veri mandanti erano Craxi e Andreotti: «c’hanno fatto ammazzare Dalla Chiesa il signor Craxi e il signor Andreotti che si sentivano il fiato addosso». Onorato rivela infatti che in quel momento Dalla Chiesa non rappresentava un pericolo grave per Cosa Nostra e che quindi la Cupola non sentiva l'esigenza di eliminarlo. Se non fosse stato per il volere di Craxi e Andreotti, il generale non sarebbe morto quella sera, e con lui non sarebbero morti nemmeno sua moglie, Emanuela Setti Carraro e la sua scorta Domenico Russo. Il giorno dopo l'attentato una scritta apparve nei pressi del luogo del delitto: Qui muore la speranza dei palermitani onesti.

La bomba-bluff all’Addaura
     Nell’estate del 1989 nella villa al mare di Giovanni Falcone scoppia una bomba. Un attentato, per fortuna fallito. Subito dopo strane voci cominciano a diffondersi secondo cui Falcone si sarebbe piazzato da solo quella bomba. «Ma quella bomba la piazzai io stesso» rivela Onorato, «furono i politici a mettere in giro la voce che Falcone si mise la bomba da solo […] per indebolirlo, per farlo passare per un bugiardo».

     È uno dei paradossi più assurdi di tutti i tempi il fatto che, in un processo incentrato sulla mafia, siano i mafiosi a collaborare con la giustizia e non i politici, che pure ebbero un ruolo di primo piano in quegli stessi eventi, se non addirittura maggiore.



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