domenica 15 aprile 2012

15 aprile 1912 – 15 aprile 2012: un secolo di Titanic


  15 aprile 1912, ore 02:20
Il transatlantico Titanic affonda nell'Oceano Atlantico,
a latitudine nord 41°.43.5’, longitudine ovest 49°.56.8’


Numero totale passeggeri
2224

Numero passeggeri salvati
710

Numero passeggeri deceduti
1514


La rotta del Titanic, interrotta in pieno Oceano Atlantico.

Il Titanic poco dopo la partenza dal porto di Southampton (10 aprile 1912).

Il momento della collisione con l'iceberg, in una scena del film Titanic, di Jean Negulesco (1953).

Una scialuppa di salvataggio del Titanic, fotografata a bordo del transatlantico Carpathia (mattino del 15 aprile 1912).

Relitto del troncone anteriore del Titanic giacente a 3700 metri sul fondo dell'oceano.

Il transaltantico così come appare in una scena del film Titanic, di James Cameron (1997).




domenica 8 aprile 2012

Latine loquimur, n. 6


     Il mio regalo di Pasqua per voi: Latine loquimur, parte sesta! Poi non dite che non vi voglio bene!
     Nota: la pronuncia scolastica è quella usata (e insegnata) in Italia; la pronuncia restituita è quella che, secondo le ricostruzioni, veniva realmente usata dai Romani.

gdfabech

Obtorto collo
[pronuncia scolastica: obtòrto collo]
[pronuncia restituita: obtòrto collo]

     Il colore folcloristico della mentalità latina si riflette tutto in questa espressione, che ha un sapore decisamente mimico: obtorto collo vuol dire letteralmente “con il collo storto”, “con il collo girato” e significa “mal volentieri”, “contro voglia”. Pensiamo ai bambini piccoli che non vogliono mangiare: girano la testa per allontanarsi da ciò che non vogliono, anche se poi alla fine le mamme li immobilizzano e li rimpinzano di pappa; ma anche negli adulti, che di riflesso mimano questo gesto, ruotando la testa allorché reagiscono a qualcosa che non gradiscono.
     Alcuni esempi di cose che facciamo obtorto collo: scendere alle 5 di mattina per far fare i bisogni ai cani domestici; fare la fila alla posta; prendere una medicina necessaria dal sapore sgradevolissimo. Molti generi, confidandosi con gli amici, spesso dicono frasi del tipo: «Domenica mi sono sorbito l’ennesimo invito a pranzo da mia suocera! Ogni volta è uno strazio: ci vado sempre obtorto collo!».
     Questa espressione è decisamente “popolare”. Normalmente i latini, che sono molto più sintetici di noi, avevano anche un altro modo per indicare che un’azione veniva fatta senza piacere: usavano l’aggettivo invitus (per il maschile) o invita (per il femminile) o invitum (per il neutro) con funzione predicativa. Per esempio, per dire una frase come “Marco studia senza voglia” avrebbero detto Marcus studet invitus. È un uso decisamente più letterario.


Credo quia absurdum
[pronuncia scolastica: credo quia absùrdum]
[pronuncia restituita: credo cuìa absùrdum]

     Molti filosofi, uomini di chiesa e liberi pensatori si sono presi a schiaffi nel corso dei secoli per difendere o attaccare la fede religiosa e il senso che essa possa avere nella vita degli uomini. All’apologeta cristiano Tertulliano (155 – 230 circa) viene attribuita una delle argomentazioni sicuramente più fantasiose e inaspettate con cui il cristianesimo sia stato difeso. La frase suona credo quia absurdum (sottinteso: est), ovvero “io credo in quanto (è) assurdo”. Secondo questa visione, che è stata definita fideismo antintellettualistico, il miracolo dell’esistenza di Dio è degno di credito tanto più quanto più dotato di natura assurda, cioè contraria alla logica umana. Paradossalmente, quindi, Tertulliano difenderebbe la sua fede senza usare i soliti strumenti con cui si affronta questo dibattito, ovvero quelli della ragione, ma accetta l’assurdità (ovvero la contrarietà alla logica) del fenomeno divino e proprio in quell’assurdità riconosce una garanzia di credibilità e attendibilità.
     Come detto, però, la frase è stata solo attribuita a Tertulliano, desumendola dal contenuto della sua opera De carne Christi (“Sulla carne di Cristo”), in cui, più precisamente, Tertulliano scrive: Crucifixus est Dei Filius, non pudet, quia pudendum est; et mortuus est Dei Filius, prorsus credibile est, quia ineptum est; et sepultus resurrexit, certum est, quia impossibile. (De Carne Christi, V, 4). Ovvero: “Il Figlio di Dio è stato crocefisso, non c’è da provar vergogna, in quanto è cosa vergognosa; e il Figlio di Dio è morto, ciò è assolutamente credibile, in quanto è cosa sconveniente; e, una volta sepolto, risorse, questo è cosa certa, proprio perché è impossibile”. Da questo passaggio, nasce la formula riassuntiva di cui sopra, divenuta ovviamente più famosa.


Album
[pronuncia scolastica: album]
[pronuncia restituita: album]

     La parola album è un aggettivo di genere neutro (cioè non maschile né femminile) che significa “bianco” (da cui albino, alba…). Album veniva chiamata la tavola di calce esposta nel foro delle antiche città romane su cui venivano trascritti tutti quegli avvisi, quei decreti, quegli editti e ogni altra informazione di pubblico interesse affinché potesse essere letta tempestivamente dai cittadini. E la calce è appunto bianca, perché contiene calcio (basti pensare ai denti, alle ossa, al gesso o allo stesso calcare, tutti bianchi perché composti a base di calcio). Era quindi una sorta di “gazzetta ufficiale” o di ANSA dell’età antica. Nell’epoca moderna esiste ancora uno strumento del genere e il suo nome è stato italianizzato in “albo” (l’albo del condominio, l’albo del comune, l’albo della facoltà…): sopra vi affiggiamo gli stessi avvisi che interessano alle persone di quell’ambiente. La dicitura originale album invece è stata riferita a raccoglitori di fogli (anche non bianchi) su cui ci compiaciamo di incollare le foto o i francobolli o le figurine dei calciatori.

sabato 7 aprile 2012

Monti a Napoli per il rilancio di Pompei


     Quando un paese è in crisi, la crisi è sempre prima di tutto culturale. Ma crisi culturale non significa che il paese è in ginocchio perché la gente non si ricorda la capitale dell’Uzbekistan: significa che la capacità di reagire ai mali sociali è ridotta perché la gente non possiede quell’educazione, quella sensibilità tale da permettergli di riconoscere a monte i meccanismi sbagliati che si insinuano nella vita del paese; significa che la gente non è educata a indignarsi e, quindi, a reagire, anche non violentemente, non per forza con chissà che rivoluzioni; significa che la gente non ha fiducia nella ricostruzione di ciò che viene danneggiato e che quindi, anche nelle generazioni successive, si abbandona a quella sfiducia qualunquista che permette a chi vuole approfittarsene di continuare indisturbato la sua opera di parassitismo sociale… tutte cose che non si presentano in un popolo istruito e che è riuscito a prendere dalla cultura, dall’arte, dalla poesia, i mezzi necessari per imparare a vivere insieme agli altri e a rispettarsi reciprocamente.

Il Premier Mario Monti alla Prefettura di Napoli, illustra il piano
di rilancio degli scavi di Pompei assieme ad alcuni Ministri del
suo Governo.
     Con questa premessa, e vista l’attuale situazione della penisola italiana, appare quindi più che mai appropriato il recente annuncio di rilancio di una delle risorse culturali più preziose che esistano al mondo. Il rilancio del sito archeologico di Pompei, infatti, è stato annunciato il 5 aprile 2012 dal Presidente del Consiglio Mario Monti nel capoluogo napoletano, con un intervento iniziato alle ore 12.

     Assieme al Presidente del Consiglio, si sono presentati a Napoli altri importanti membri locali e del Governo: i sindaci di Napoli e Pompei in primis, Luigi de Magistris e Claudio D’Alessio, poi i Ministri Annamaria Cancellieri (Interno), Francesco Profumo (Istruzione), Fabrizio Barca (Coesione territoriale) e ovviamente Lorenzo Ornaghi (Beni culturali), tutti a presentare quello che è stato battezzato come il Grande Progetto Pompei. Di cosa si tratta precisamente?
     In sostanza è uno stanziamento di un totale di 105 milioni di euro, di cui 63 provenienti dai fondi nazionali e 42 dai fondi europei, che hanno l’esplicito obiettivo di mettere a disposizione mezzi, manodopera e consulenze tecniche per la ristrutturazione, la tutela e la manutenzione del sito archeologico dell’età antica più famoso e meglio conservato al mondo. Dopo la critica della ristrutturazione del Teatro Grande degli scavi e dopo i crolli di alcuni edifici (vedi il post del 6 novembre 2010), questo Progetto giunge quindi ancora più gradito.

     Ma sappiamo tutti come vanno a finire queste cose, potrebbe ribattere qualcuno: stanziano i fondi e poi la malavita organizzata se li mangia tutti. A quanto pare il Progetto avrebbe pensato anche a questo. Accanto ai bandi per l’acquisizione degli appalti sarebbe stato emanato anche un Protocollo di legalità per prevenire le infiltrazioni criminali: ben consci di come stanno le cose al sud, infatti (ma non solo al sud, eh: il recente scandalo Lega lo ha dimostrato, se mai ce ne fosse bisogno), i membri del Governo hanno infatti ritenuto necessario che i lavori siano sorvegliati da numerosi membri della Prefettura e della Guardia di Finanza proprio per evitare che la mafia e la camorra possano mettere le mani su questi milioni e usarli per i loro fini illegali. Il Protocollo di legalità prevede, tra le altre cose, una sorveglianza di agenti e della Prefettura sui cantieri di lavoro, un’estesa tracciabilità dei pagamenti e uno stretto controllo anche dei subappalti minori. Inoltre, il Ministro Cancellieri ha promosso anche una speciale squadra di Vigili del Fuoco che dovrebbe intervenire per le manutenzioni speciali.

Panoramica degli scavi di Pompei.

     In questo modo si spera di scongiurare il rischio che anche questa ennesima possibilità che l’Europa ci ha dato si risolva in un imbarazzante e umiliante buco nell’acqua. «L’Europa ci guarda», ha detto il Ministro Cancellieri, anche se questa operazione deve partire da un orgoglio e da un senso del dovere tutto italiano. L’azione, se riuscisse, avrebbe un forte potere simbolico, si ripercuoterebbe positivamente sull’immagine di Pompei e del Mezzogiorno, con tutte le conseguenze annesse.
     Per il momento sono stati emanati cinque bandi che mirano al restauro di altrettante domus: il Criptoportico, la Domus di Sirico, la Domus del Marinaio, la Domus della Pareti rosse e la Domus dei Dioscuri. Altri bandi sono previsti per luglio 2012 e tutti dovranno rispettare i requisiti di legalità, trasparenza e affidabilità che sono previsti dal succitato Protocollo.

     E, per chi fosse particolarmente interessato a sapere come si intende utilizzare i fondi stanziati, ecco l’elenco delle linee guida dei lavori in preparazione, con la spesa annessa:
     1. rilievi e diagnostica (€ 8.200.000);
     2. consolidamento delle opere (€ 85.000.000);
     3. adeguamento dei servizi per i visitatori (€ 7.000.000);
     4. potenziamento dei sistemi di sicurezza e di telesorveglianza (€ 2.000.000);
    5. rafforzamento della struttura organizzativa e tecnologica della Soprintendenza (€ 2.800.000).

     Significative, per il discorso fatto in apertura, le parole del Ministro Profumo: «La cultura genera sviluppo […] Il rapporto con la legalità, ciascuno di noi inizia a maturarlo sui banchi di scuola».

giovedì 23 febbraio 2012

Scripta manent, n. 13 - Potere di una carezza

     Uno degli aspetti più belli delle scienze della psiche è che grazie a esse possono essere compresi finissimi meccanismi che influiscono in maniera anche fortemente incisiva sull’agire quotidiano, sebbene la loro portata non sia immediatamente evidente nell’esperienza di chi osserva ingenuamente il comportamento umano. Eric Berne (1910-1970) è stato un importante psicologo autore di una teoria chiamata analisi transazionale, che è un modo di spiegare i legami e i rapporti sociali alla luce del concetto di “transazione”, ovvero lo scambio di forme di riconoscimento tra persone, dove per riconoscimento s’intende qualunque modo gestuale o verbale con cui un individuo A mostra a un individuo B di dargli la sua attenzione.
     Quest’argomento è molto affascinante, perché va a sviscerare molti meccanismi con cui noi costruiamo senza saperlo le relazioni col resto del mondo: le relazioni sociali, infatti, hanno un elevatissimo potere autopoietico sull’individuo, poiché tramite quelle forme l’individuo si forma una personalità sua, la quale a sua volta lo porterà a fare delle scelte che influenzeranno il mondo dal quale egli ha ricevuto stimoli. In uno dei suoi libri in cui si affronta l’argomento, Berne si concentra sui cosiddetti “giochi”, ovvero tutte quelle tacite regole che seguiamo involontariamente quando viviamo relazioni sociali: queste ultime sono classificate in “schemi tipici” (i giochi, appunto), che si ripetono con criteri ben precisi e da cui ci si dovrebbe poter liberare.
     Il seguente passo, tratto dalle prime pagine di A che gioco giochiamo (titolo originale: Games people play), contiene una breve esposizione del nucleo della teoria dell’analisi transazionale: l’autore parte proprio dall’origine, dalla causa prima da cui muove tutto il nostro bisogno di ricevere riconoscimenti dagli altri e ne sottolinea l’importanza e il ruolo nel nostro modo di instaurare legami con gli altri. Credo che rappresenti un interessante punto di partenza per chiunque voglia vivere in maniera meno inconsapevole e, quindi, più equilibrata il suo rapporto con gli altri.


     La teoria del rapporto sociale, abbastanza diffusamente trattata in Analisi transazionale, può essere così riassunta.
     Spitz ha notato che i neonati privati di cure manuali per un certo periodo di tempo alla lunga tendono a sprofondare in una irreversibile depressione per soccombere infine a disturbi intercorrenti. In sostanza questo significa che la privazione emotiva, come la chiama Spitz, può avere un esito fatale. Queste osservazioni portarono alla formulazione del concetto di fame di stimolo e indicarono che le forme di stimoli particolarmente desiderate sono quelle generate dall’intimità fisica; e alla luce dell’esperienza quotidiana non è difficile accettare questa conclusione.
     Un fenomeno analogo si nota negli adulti soggetti a privazione sensoria. Sperimentalmente essa può provocare una passeggera psicosi, o almeno disturbi mentali temporanei. Già in passato si era notato che la privazione sociale e sensoria aveva avuto effetti del genere sui detenuti condannati a lunghi periodi di isolamento. Infatti l’isolamento è una delle punizioni più temute anche dai detenuti incalliti alla brutalità fisica, e ai nostri giorni è diventato, come si sa, un sistema per ridurre all’obbedienza gli avversari politici. (Viceversa, l’arma migliore per combattere l’acquiescenza politica è l’organizzazione sociale).
     Dal punto di vista biologico, è probabile che la privazione emotiva e sensoria tenda a instaurare o almeno a favorire dei mutamenti organici. Se il sistema attivatorio reticolare del cervelletto non riceve abbastanza stimoli, si può avere una degenerazione delle cellule nervose, per lo meno indirettamente. Può darsi che si tratti di un effetto secondario dovuto a difetto d’alimentazione, ma questo a sua volta può derivare da apatia, come nei bambini sofferenti di marasma. Si può dunque postulare l’esistenza di una catena biologica che va dalla privazione emotiva e sensoria all’apatia e di qui alle modifiche degenerative e alla morte. In questo senso la fame di stimolo ha con la sopravvivenza dell’organismo umano lo stesso rapporto della fame di cibo.
     Difatti si può stabilire un parallelo tra fame di stimolo e fame di cibo non solo sotto l’aspetto biologico ma anche sotto l’aspetto psicologico e sociale. Certi termini come denutrizione o sazietà, goloso, buongustaio o parco, sono passati dal campo dell’alimentazione a quello delle sensazioni. Come ci si rimpinza di cibo ci si può anche rimpinzare di stimoli. Nell’uno e nell’altro caso, quando le provviste sono abbondanti ed è possibile variare il menu, la scelta viene notevolmente influenzata dalle idiosincrasie individuali. Può darsi che in parte più o meno cospicua le idiosincrasie abbiano una motivazione costituzionale, ma questo non riguarda i problemi qui trattati.
     Lo psichiatra sociale si occupa di ciò che accade dopo che il bambino viene separato dalla madre, nel corso normale della crescita. Quanto si è detto fin qui si può riassumere, alla buona, così: “Senza carezze, non si cammina a petto in fuori.” Perciò, finito il periodo di stretta intimità con la madre, l’individuo si trova per il resto della vita di fronte a un dilemma che mette in gioco il suo destino e la sua sopravvivenza. Un corno del dilemma è rappresentato dalle forze sociali, psicologiche e biologiche che si oppongono alla perpetuazione dell’intimità fisica di tipo infantile; l’altro dallo sforzo continuo che si fa per perpetuarla. L’individuo finisce col ricorrere quasi sempre ad un compromesso. Impara ad accontentarsi di forme di toccamento più sottili, simboliche perfino, al punto che un semplice cenno di saluto serve in qualche misura allo scopo, anche se non soddisfa la fame di contatto fisico originaria.
     Si possono dare più nomi al processo del compromesso: sublimazione, per esempio. Ma comunque lo si chiami, porterà ad una parziale trasformazione della fame di stimolo infantile in quella che si può chiamare fame di riconoscimento. Via via che il compromesso si arricchisce di complicazioni l’individuo diventa più personale nella scelta dei mezzi che gli procurano il riconoscimento; le differenziazioni producono la varietà dei rapporto sociali e determinano il destino individuale. Per andare a testa alta e petto in fuori, il divo del cinema ha bisogno di centinaia di carezze alla settimana da parte di ammiratori anonimi, mentre alla salute fisica e mentale dello scienziato basta una carezza all’anno da parte di un venerato maestro.
     Con “carezza” si indica generalmente l’intimo contatto fisico; nella pratica il contatto può assumere forme diverse. C’è chi accarezza il bambino, chi lo bacia, chi gli dà un buffetto o un pizzicotto. Tutti questi gesti hanno un corrispondente nella conversazione: basta sentir parlare una persona per capire come si comporta con i bambini. Per estensione, con la parola “carezza” si può indicare familiarmente ogni atto che implichi il riconoscimento della presenza di un’altra persona. La carezza perciò serve come unità fondamentale dell’azione sociale. Uno scambio di carezze costituisce una transazione, unità del rapporto sociale.

Eric Berne, A che gioco giochiamo, Introduzione, 1. Il rapporto sociale



mercoledì 22 febbraio 2012

Piantina preistorica russa ritorna in vita dopo 30 mila anni

     Ricordate il film Jurassic Park? In quella pellicola degli scienziati riportavano in vita diversi esemplari di dinosauri utilizzando i residui del loro DNA rinvenuti in fossili animali. «Fantascienza!», dicevamo allora sorridendo! Ora non più. Una cosa simile è stata infatti annunciata poche ore fa dal mondo della scienza: degli scienziati russi sono riusciti a riportare in vita una pianta preistorica, conservata nel ghiaccio per più di 30 mila anni!
     I protagonisti di questa vicenda sono un team di ricercatori dell’Accademia russa delle Scienze, il più importante centro di ricerca scientifica di questo paese: nel 2007 in una località remota della Siberia furono rinvenuti alcuni semi di una pianta molto diffusa nell’era del Pleistocene. Si tratta di Silene stenophylla, una pianta spermatofita, cioè una pianta che si riproduce tramite semi; nella fattispecie si tratta di un’angiosperma, ovvero una pianta che oltre a produrre fiori, produce anche frutti. È una piantina di tipo erbaceo, quindi non ad alto fusto, che può essere contenuta in un vaso.

Un pugno di semi
     Il ritrovamento risale a una zona dell’estremo nord-est siberiano, nei pressi del fiume Kolyma, nell’entroterra vicino al Mare di Bering: in quello sperduto luogo disabitato, una manciata di frutti e semi di Silene stenophylla giacevano da oltre 30 mila anni a 38 metri di profondità. L’eccezionalità della scoperta stava nel fatto che i semi non erano esposti all’ambiente esterno, in particolare alle infiltrazioni d’acqua e alle basse temperature tipiche di quelle terre glaciali, bensì nel fatto che essi erano stati fossilizzati, ovvero tenuti isolati dalle condizioni ambientali: sono stati infatti rinvenuti in quella che è parsa ai biologi come la tana di un roditore (un antenato dell’odierno scoiattolo) che potrebbe averli raccolti e messi da parte. In quella sacca i semi sono rimasti quasi intatti.

Nota sui semi
     In generale il seme è l’equivalente vegetale dell’embrione animale, ma, a differenza di questi ultimi, che seguono un percorso di tempo prestabilito per la gestazione, poiché fin da subito si trovano in un ambiente favorevole alla crescita (l’utero della madre), i semi dei vegetali, essendo esposti fin da subito all’ambiente esterno, non si sviluppano se non quando sussistono le giuste condizioni (in particolare una temperatura adatta e la giusta quantità di acqua). Nella sacca sotterranea dove sono stati scoperti, i semi di Silene erano conservati a una temperatura di appena –7° C, che è niente in confronto alle temperature glaciali siberiane. Inoltre il ghiaccio che ricopre quelle terre è eterno, non si scioglie mai nel corso dell’anno (quel terreno è definito tecnicamente permafrost), e questo ha evitato che acqua liquida entrasse nel seme. I semi hanno infatti al loro interno delle strutture che cominciano a funzionare solo dopo che l’organismo ha ricevuto una precisa serie di segnali chimici e fisici dall’ambiente che testimonino l’esistenza di quelle condizioni favorevoli alla vita: e un forte ingresso di acqua può appunto rappresentare lo stimolo che fa partire tutti i meccanismi biochimici al suo interno deputati alla crescita del vegetale.
     I semi vegetali, quindi, hanno un’intrinseca capacità di restare “in letargo” (per un periodo di tempo variabile in base alla specie e alle condizioni in cui si trovano), o meglio, di rallentare il loro metabolismo biochimico, come avviene nell’ibernazione. E in questo i semi di Silene stenophylla si sono dimostrati dei veri e propri highlander!

Un nuovo record
     Ai semi è stata fatta una datazione col metodo del carbonio-14 e la loro età è stata stimata essere compresa tra i 31.500 e i 32.100 anni: questo ne ha fatto l’esemplare di essere vivente più antico mai riportato alla vita! Il record precedente risale infatti al 2005 ed era di un seme di palma da dattero rinvenuto in Israele, nella fortezza di Masada e datato 2000 anni. Stanislav Gubin, uno degli autori di questo studio, ha dichiarato che, per le condizioni in cui ha tenuto al riparo i semi, questo terreno siberiano si è rivelato essere una vera e propria «criobanca naturale». Esattamente come un caveau di una banca, infatti, questa sacca scavata nel permafrost ha custodito un vero e proprio “tesoro”: una finestra spalancata su un’epoca che non tornerà più.

Bentornata, stenophylla!
Esemplare di Silene stenophylla preistorico.
     Sebbene la fossilizzazione dei semi sia stata eccellente, rimane il fatto che riattivare un organismo rimasto per oltre 30 mila anni in stallo metabolico non è un’impresa facile! I semi sono molto fragili e andavano trattati con molta cura; inoltre bisognava riabituare la pianta a vivere in condizioni diverse da quella in cui si è trovata tutto quel tempo ed è questa la parte difficile della questione: riattivare una vita che si è mantenuta sul punto di spegnersi.
     In principio lo studio aveva previsto la riattivazione dei semi contenuti nei frutti di questa pianta, ma la cosa non è riuscita; si è passato quindi al tessuto dei frutti stessi, grazie al quale è stato possibile far ricominciare a girare gli ingranaggi biologici di questo vegetale plurimillenario. I tessuti rimasti intatti sono stati messi sotto coltura e sono stati trapiantati, creando nuovi semi, che poi sono germogliati, sotto una strettissima sorveglianza. Questi scienziati dal pollice verde hanno dovuto usare tecniche sofisticatissime per quest’operazione, tecniche che chiamano in causa l’istologia, la biologia e la genetica.
     Il team, guidato da David Gilichinsky (deceduto poco dopo la scoperta), ha usato il materiale proveniente da circa 70 cunicoli di tane scavate nei pressi del Kolyma.
     Dopo l’impianto dei tessuti, il team di ricercatori ha tenuto sotto stretta osservazione la coltura per oltre un anno, allo scadere del quale, la lieta novella: la pianta vive! Svetlana Yashina, del dipartimento di Biofisica dell’Accademia, a capo di questo studio, ha dichiarato che la pianta è «molto vitale e si adatta molto bene»: gli scienziati sono riusciti infatti a far germogliare ben 36 esemplari di questa piantina, riuscendo nel 100% dei tentativi.

Differenze generazionali: stenophylla ieri e oggi
Fiore di Silene stenophylla.
     Silene è una pianta altamente adattativa ed è tipica delle regioni glaciali della Siberia, al punto che esiste ancora oggi in una grande varietà di esemplari. Quando lo studio è stato completato, gli esemplari “resuscitati” sono stati confrontati con quelli odierni e sono state notate delle piccole differenze: è stato visto in particolare che le dimensioni della Silene preistorica sono leggermente inferiori; le radici crescono meno velocemente; la pianta produce meno gemme; e la forma dei petali è un po’ più ampia; nel complesso, però, la pianta è rimasta quasi del tutto intatta nel corso dell’evoluzione e questo ha un significato biologico ben preciso: vuol dire che l’organismo aveva già allora in sé le caratteristiche giuste per sopravvivere. Quando un organismo è inadatto al suo ambiente, infatti, deve cambiare se non vuole estinguersi: è la selezione naturale di cui parlava Darwin. Di conseguenza, se nel corso di parecchie ere un organismo non muta molto sulla sua scala evolutiva, vuol dire che non ha avuto bisogno di “aggiustamenti” perché “andava già bene così”. È questo il caso degli squali, per esempio, o dei coccodrilli, rimasti quasi gli stessi da quando hanno fatto la loro comparsa sulla Terra. Ora sta all’interpretazione dei biologi elaborare teorie che possano spiegare questi cambiamenti: infatti, poiché i mutamenti adattativi degli esseri viventi sono risposte a stimoli ambientali, allora le differenze morfologiche della pianta sono un riflesso delle differenze climatico-ambientali di quell’epoca. L’esemplare di Silene fornirà così alla scienza preziose informazioni su come fosse la Siberia ai tempi del Pleistocene.

Alcune tappe della crescita in laboratorio di Silene stenophylla.

Aspetti etici
     Non sono mancate critiche di carattere etico. Del resto, c’era da aspettarselo in uno studio in cui si maneggia la vita di un essere vivente. Infatti, al di là del caso specifico, una ricerca come questa ha reso il mondo scientifico molto fiducioso nel portare a termine imprese analoghe ma di portata maggiore, come il tentativo di riportare in vita un esemplare di mammut utilizzando tessuti di questo animale e impiantandoli in quelli di un elefante odierno (una ricerca già cominciata da un gruppo di giapponesi dell’Università di Kinki), o di lavorare sull’attivazione dei microrganismi intrappolati nei ghiacci di Marte!
     E prima che qualcuno possa pensare che imprese simili siano degne di nota solo in quanto molto vicine alla spettacolarità fantascientifica, è bene ricordare che dietro di esse può esserci un fine nobile: basti pensare alle specie ingiustamente estinte dall’uomo che potrebbero essere riportate in vita con lo sviluppo di queste tecniche di trattamento di tessuto placentari, come lo erano quelli dei frutti di Silene.
     Dall’altra parte, un uso improprio di questo strumento può riservare brutte sorprese. Le accuse di “giocare a fare Dio” sono una routine in questo settore di ricerca e infatti il ruolo della bioetica dovrebbe essere tutt’altro che marginale. È giusto riportare in vita un essere vivente che la natura ha espressamente selezionato per l’estinzione? O si dovrebbe limitare questa probabile applicazione solo alle specie scomparse a causa dell’uomo? E se queste ultime venissero riportate in vita, sapremmo tutelarle? O nascerebbe un nuovo business legato alla caccia di questi animali, ancora più feroce di prima, proprio perché esiste la possibilità di rigenerare quegli organismi? Gli interrogativi possono essere tanti e il rischio di fare la scelta sbagliata è alto. Anche questo insegnava il film Jurassic Park: usare male una simile conoscenza può significare creare qualcosa che si ritorce contro l’uomo stesso.