lunedì 4 luglio 2011

Il presente impossibile

     Se vi dicessi di pensare al tempo presente, pensereste a quello che avviene ora, a ciò che accade adesso, in questo momento, ovvero nello stesso tempo in cui ci pensate. Questo modo di concepire il presente è uno schema di pensiero che abbiamo ereditato dai tempi più antichi: Aristotele stesso, nel IV libro della Fisica, parlava del tempo presente come del nyn, dell’adesso.
     Secondo questa definizione gli eventi presenti si possono percepire solo nello stesso presente in cui accadono: non sarebbe infatti possibile percepire un evento “come presente” se esso si è già verificato, poiché, se si fosse già verificato, allora non sarebbe più presente, ma passato.
     Eppure io vi dico che questo paradosso non è un paradosso. Ovviamente non sono io a dirlo, ma la Scienza: è possibile percepire nel tempo presente un evento passato. E non parlo di sognare, né di fantasticare ad occhi aperti, né di usare le sfere di cristallo delle fattucchiere. È un’esperienza realmente fattibile. Se siete curiosi di sapere come sia possibile una cosa del genere, lasciate che vi racconti di un aneddoto di qualche anno fa…

     Era il 12 maggio del 2009 e io me ne stavo all’aperto a godermi la frescura primaverile e ad osservare una luna che quella notte era veramente ipnotica; attorno a quella, una miriade di stelle, più di quante se ne vedessero nel nostro cielo inquinato e povero. Mentre osservavo la volta celeste fui preso da quella stessa sensazione che mi prendeva da piccolo quando, dal terrazzo ampio e vasto della mia prima casa, mi rendevo conto che quelle lucine erano lontane un numero di chilometri che non potevo nemmeno pensare, ma erano lì tuttavia, davanti a me, ferme e immobili, a disposizione del mio sguardo, quindi “vicine”.
     Questa sensazione mi stregava: non avrei mai neanche potuto avvicinarmi a esse, e ciononostante potevo godermele, potevo guardarle: erano lontanissime, ma anche vicinissime. La mia mente era letteralmente rapita da questo contrasto.
     Poi crebbi, studiai la Fisica e le sue leggi e, quando mi ricapitò di osservare il cielo in quella notte di maggio, quella sensazione a cui ero abituato da piccolo si risvegliò, ma questa volta fu accompagnata da una riflessione che aumentò enormemente il mio legame con quell’esperienza. Guardavo una stella in particolare, era vicina alla luna: brillava pulsando più delle altre e la sua luce era molto viva; mi ricordai delle lezioni sulla propagazione della luce studiate mesi prima e lì mi colse la consapevolezza del paradosso che vi dicevo prima.
     Quando io guardo la stella, in realtà sto ricevendo la luce che quella stella emana: la luce parte dalla stella sotto forma di raggio luminoso, compie il suo cammino nello spazio e arriva anche sulla terra, colpendo i miei occhi; i miei occhi ricevono la luce, il mio cervello elabora lo stimolo luminoso e io mi rendo conto di vedere la stella adesso. Ma nel frattempo che succede?
     Quando il raggio di luce arriva sulla terra ha percorso uno spazio enorme. Quanto spazio? Fingiamo per comodità che la nostra stella sia Alpha Centauri, la stella più vicina al nostro sistema solare, chiamata per questo anche Proxima Centauri (proxima in latino significa “la più vicina”): Proxima si trova a una distanza dal sole di circa 4 anni luce (arrotondiamo per difetto), dove un anno luce è la distanza che la luce percorre nel vuoto in un anno e corrisponde a circa 9 460 800 000 000 000 metri: un numero impronunciabile!  Quindi ogni raggio di luce che parte da Proxima Centauri percorre circa quattro volte 9 460 800 000 000 000 metri!
     Ora questo enorme numero di metri viene percorso dal raggio di luce in quattro anni: infatti la luce, per quanto sia velocissima (nel vuoto viaggia a circa 300 milioni di metri al secondo!), tuttavia impiega comunque un certo tempo per percorrere lo spazio. E un raggio di luce che parta da Proxima arriva sulla Terra quattro anni dopo essere partito, quattro anni durante i quali percorre quella distanza impronunciabile. Pensate a quest’ultima cosa: se la luce arriva sulla Terra dopo quattro anni, allora significa che noi stiamo vedendo la stella di quattro anni prima! Il “ritardo” della luce fa sì che noi percepiamo la stella com’essa era quattro anni prima, non com’essa è nel momento in cui il raggio arriva ai nostri occhi!
     Chiariamo ancora meglio questo concetto con un esempio ipotetico. Fingiamo che all’improvviso Proxima Centauri scompaia dallo spazio: un attimo prima di scomparire, emanerebbe l’ultimo raggio di luce, che partirebbe da essa e compirebbe il suo viaggio verso la Terra, impiegando quattro anni circa. Fingiamo che il raggio parta da Proxima nel 2007 e che arrivi quindi sulla terra nel 2011. Dopo quattro anni noi osserveremmo la stella e mentre la vedremmo brillare, improvvisamente essa scomparirebbe ai nostri occhi! Allora ci renderemmo conto che essa è sparita! Ma sbaglieremmo a pensare che essa sia sparita nello stesso momento in cui l’abbiamo vista scomparire! La stella non sarebbe scomparsa nel 2011, cioè nel tempo in cui l’abbiamo vista scomparire, bensì quattro anni prima, nel 2007, ovvero nel momento in cui l’ultimo raggio partì. Tutto questo noi non avremmo potuto saperlo in tempo reale, poiché avremmo dovuto attendere che l’ultimo raggio di luce fosse arrivato ai nostri occhi e questa attesa avrebbe dovuto durare per forza circa quattro anni! Quindi noi percepiremmo nel tempo presente (il presente in cui osserviamo) un evento passato (la morte della stella avvenuto circa quattro anni prima). Come vedete il paradosso ha una sua spiegazione che non lo rende più un paradosso.
     Abbiamo fatto un esempio con una stella, ma questo meccanismo avviene in realtà con ogni oggetto che vediamo, vicinissimo o lontanissimo. Sì, perché, tranne i buchi neri, ogni oggetto emana luce e ogni raggio di luce impiega un certo ritardo ad arrivare ai nostri occhi: certo, a volte gli oggetti sono talmente vicini che la luce impiega un tempo davvero infimo, troppo breve per poter essere anche solo considerato e quindi diciamo, per esempio, che noi vediamo la persona a due metri da noi muoversi nello stesso momento in cui la vediamo. Infatti due metri sono percorsi dalla luce in circa 0,000000007 secondi, un tempo quasi inesistente. Tuttavia quel tempo esiste e non è pari a zero, quindi ci sarà sempre un certo ritardo, un certo sfasamento temporale tra il momento in cui un evento avviene e il momento in cui possiamo percepirlo.
     Teniamo inoltre presente che lo stesso modo con cui i nostri nervi trasportano gli stimoli sensoriali al cervello impiega un suo tempo, sebbene molto breve: solo quando uno stimolo sensoriale arriva alla corteccia del cervello noi ci rendiamo conto di percepire qualcosa. Esiste quindi un ritardo intrinsecamente connaturato al nostro corpo e ai suoi limiti fisiologici. Perciò questo meccanismo del ritardo avviene anche quando udiamo suoni, o quando elaboriamo informazioni tattili, quando sentiamo odori… ovvero, detto in altre parole: la propagazione degli stimoli esterni e il modo di funzionare dei nostri sensi fanno sì che tutto ciò che percepiamo sia sempre già avvenuto e che, quindi, ci sia sempre quel ritardo. Perciò, a conti fatti, la condizione di tempo presente, ammesso che abbia senso parlarne, non è sperimentabile per noi, non possiamo mai vivere il presente: il presente non ci riguarda.


giovedì 23 giugno 2011

Scripta manent, n. 8 - La parola che non dice

     E dopo la bella prosa di Seneca dello scorso numero di Scripta manent, ritorno ai versi. Questa volta il poeta è un contemporaneo: Eugenio Montale. E i contemporanei, lo sappiamo, amano smascherare le crisi, preferiscono far emergere le contraddizioni che per secoli ci siamo taciuti coprendole con le “formule” (parola chiave questa) ereditate dal pensiero antico.
     Montale compie in questa lirica, tratta dalla raccolta Ossi di seppia, un atto a mio avviso doveroso per un poeta: rivelare una verità. Reagendo con disgusto all’idea di una politica e di una società (quella fascista) che guardava al poeta come a un “vate” che dovesse prescrivere alla gente i valori “positivi” da seguire, Montale delinea una nuova missione per il poeta: quella di mostrare il lato oscuro delle cose. Il messaggio del poeta si fa quindi pieno dell’ineffabilità e un nuovo accento viene posto sulla verità – che pure dev’essere detta – secondo cui la sola certezza che abbiamo è non aver certezze: non esistono formule che possano rappresentare fedelmente l’animo umano, non si possono dire parole che possano “squadrare” l’uomo, che possano descriverlo minuziosamente, né nella sua sfera sociale, né in quella etica, né in quella politica… E il monito che ne consegue è tanto crudo quanto illuminante: che un poeta può dire solo ciò che l’uomo non è. Un inno e un invito a concedersi il lusso di dubitare e negare certezze rassicuranti ma fallaci.

gdfabech

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah l’uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti:
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

Eugenio Montale, Non chiederci la parola, in Ossi di seppia


venerdì 17 giugno 2011

Eclissi lunare totale 2011: la luna si colora di rosso

     La notte del 15 giugno 2011 è stata la notte dell’eclissi lunare totale, meglio conosciuta come l’evento della “luna rossa”. Il fenomeno astronomico ha richiamato l’attenzione sia degli astronomi e astrofili, sia dei profani, compreso il sottoscritto. Premetto che io adoro il cielo, adoro proprio guardarlo e fin da piccolo rimanevo completamente rapito guardando le stelle e la luna, tutto preso da quel timore reverenziale che mi rendeva incapace di accettare che cose tanto belle fossero al contempo così lontane eppure così vicine a me.

     Ma com’è che questa luna si è colorata di rosso? In questo post cercherò di spiegare il meccanismo di questo fenomeno così affascinante.

La luce della luna
     Come sappiamo fin da piccoli, la luna non ha una luce propria, bensì riflette la luce che le arriva dal sole: il sole illumina la luna, la luce si riflette dalla luna arrivando sulla terra e noi vediamo quella luce riflessa, potendo dire di “vedere” la luna. Normalmente sulla terra arriva tutta o quasi tutta la luce riflessa dalla luna, quindi noi la vediamo bianca o gialla; il fatto che durante un’eclissi possa apparire rossastra significa quindi che ai nostri occhi sta arrivando solo una parte della luce che colpisce la luna: infatti ogni “colore” è una parte della luce visibile (e la somma di tutti i colori della luce visibile dà la luce bianca).

Le condizioni dell’eclissi lunare
     Affinché si abbia un’eclissi lunare totale sono necessarie delle condizioni particolari. Vediamo quali sono…
     Prima di tutto la luna deve essere piena (fase di plenilunio).
     Inoltre è necessario che i protagonisti di un’eclissi, ovvero il sole, la terra e la luna, siano disposti tra loro in quest’ordine preciso. Ovvero: prima il sole, poi al centro la terra e, in ultimo, la luna, “nascosta” al sole dietro la terra. Se non si ha questa disposizione l’eclissi lunare non ha luogo. Quando la luna assume questa particolare disposizione si dice che è in opposizione (viceversa, quando la luna si trova tra la terra e il sole si dice che è in congiunzione).
     Infine non basta che sole, terra e luna siano allineati in quest’ordine, bensì occorre che questi tre corpi celesti siano allineati su una stessa linea immaginaria che passi per il centro di tutti e tre. Normalmente infatti la luna si nasconde più volte dietro la terra nel corso di un anno, perché compie il suo moto di rotazione attorno a essa molte volte, ma non è vero che in tutti quei casi avviene un’eclissi lunare. Perché? È molto semplice: la terra ha una sua orbita ellittica attorno al sole e anche la luna ne ha una sua, sempre ellittica, attorno alla terra.

     Immaginate che all’interno di queste due orbite ci sia un piano, così da ottenere due dischi bidimensionali di forma ellittica. Il “disco” ellittico che deriva dall’orbita terrestre e il “disco” ellittico derivato dall’orbita lunare sono inclinati tra loro di circa 5 gradi: questo significa che la terra e la luna non si trovano quasi mai sullo stesso piano su cui si trovano la terra e il sole; quindi il sole e la terra possono essere sempre considerati poggiati su uno stesso piano, ma raramente su questo stesso piano si trova contemporaneamente anche la luna. Affinché anche la luna sia perfettamente allineata con la terra e col sole nello stesso momento, cioè affinché anche la luna poggi su quel piano su cui poggiano anche la terra e il sole, è necessario che il piano della sua orbita “tocchi” il piano dell’orbita terrestre. I punti in cui questo accade si chiamano nodi lunari. Perciò quando la luna si trova su uno dei suoi nodi allora è possibile il perfetto allineamento di sole, terra e luna, ovvero tutti e tre possono giacere su una stessa linea immaginaria.

Il particolare allineamento sole-terra-luna che occorre affinché
si verifichi un'eclissi lunare (la luna è il corpo celeste che appare
più grande nell'inquadratura).

     Com’è facile intuire anche senza fare calcoli astronomici, la perfetta coincidenza temporale di tutte queste condizioni è un evento raro: questo è il motivo per cui la prossima eclissi lunare totale sarà visibile soltanto nel 2018 in Italia.

Il ruolo delle ombre
     Andiamo ora nel dettaglio e vediamo cosa accade quando sole, terra e luna si allineano in questo modo: il sole manda i suoi raggi verso la terra e ne illumina una parte (quella parte in cui è giorno), lasciando un’altra parte al buio (quella in cui è notte); i raggi solari non riescono tuttavia ad illuminare quella parte di spazio che sta davanti alla parte buia della terra, poiché la terra fa ombra con la sua presenza. Si forma allora una zona ombrata a forma di cono, chiamata appunto cono d’ombra: questa è la zona in cui avviene l’eclissi lunare totale e in cui la luna può apparire rossa.
     Oltre al cono d’ombra, il sole forma un secondo cono più grande, in cui i suoi raggi filtrano debolmente (nel cono d’ombra non filtravano affatto): questo secondo cono è quindi in penombra e si chiama cono di penombra. Il cono d’ombra, più piccolo, è contenuto quindi nel cono di penombra, più grande.

Le fasi dell’eclissi lunare totale
     Quando la luna ruota attorno alla terra entra in un primo momento nel cono di penombra (se la luna entrasse solo nel cono di penombra si avrebbero le eclissi lunari penombrali): in questa fase la luna perde una parte della sua luminosità perché è meno illuminata.
     Dopo essere passata attraverso la prima zona di penombra, la luna entra nel cono d’ombra vero e proprio. In questa fase la luna è al buio, perché non viene illuminata direttamente dai raggi del sole, che non sono presenti nel cono d’ombra. Quindi, in teoria, la luna dovrebbe scomparire alla vista, non la si dovrebbe poter vedere, poiché non potrebbe riflettere alcuna luce. E invece la si continua a vedere! Anzi, diremo di più: la si continua a vedere anche con colori diversi dal solito: può capitare di osservarla colorata verde scuro, o anche rosso arancio o, come nell’ultima eclissi lunare totale, rosso rame.


     Perché avviene questo cambiamento di colore? Perché l’atmosfera della terra (che è una cappa di gas a forma di sfera che avvolge il pianeta) ha la capacità di rifrangere i raggi del sole: la rifrazione dei raggi solari non è altro che la deviazione della loro traiettoria.
     Tutti noi abbiamo almeno una volta nella vita assistito a una rifrazione di luce: per esempio quando da piccoli abbiamo notato che quando immergiamo una cannuccia in un bicchiere d’acqua ci sembra che la cannuccia si sia piegata. In quel caso i raggi luminosi che partono dalla cannuccia vengono deviati dall’acqua e quando arrivano al nostro occhio sono stati inclinati, deviati, piegati e quindi la cannuccia stessa appare piegata. L’acqua, infatti, è un mezzo diverso dall’aria nel quale la luce si comporta in modo diverso e quando la luce viaggia in due mezzi diversi viene rifratta.
     Altro esempio di rifrazione della luce, anche questo molto familiare, è quello che si verifica quando un raggio di luce bianca (la luce bianca ha dentro di sé tutti i colori) viene fatto passare attraverso un prisma e, uscendo dal prisma stesso, si “scompone” in tanti colori diversi, ognuno dei quali viene “deviato” in modo diverso. Anche in questo caso la luce passa dall’aria al materiale del prisma, subendo una prima rifrazione (deviazione) e poi una seconda rifrazione quando passa dal prisma all’aria. Il cambiamento di mezzo (aria-prisma-aria) rifrange la luce più volte, così che in uscita i raggi luminosi cambiano la loro traiettoria, ognuno con un’angolazione diversa.

Due esempi di rifrazione della luce: i corpi che appaiono "spezzati" se immersi
in un liquido e lo spettro cromatico derivante dal passaggio di un fascio di luce
bianca attraverso un prisma: in entrambi i casi i raggi luminosi vengono deviati
quando viaggiano passando da un mezzo a un altro.

     Questo stesso fenomeno avviene nel corso di un’eclissi lunare: i raggi solari all’inizio viaggiano nel vuoto, ma quando entrano nell’atmosfera terrestre, entrano in un mezzo diverso (nel vuoto non c’è nulla; nell’atmosfera ci sono diversi gas). L’atmosfera terrestre è un mezzo diverso dal vuoto e quindi dentro di essa la luce solare viene rifratta, cioè la traiettoria dei raggi solari viene deviata, in modo che una parte di questa luce penetra nella zona del cono d’ombra e colpisce la luna; a sua volta, la luna rifletterà parte di questi raggi, facendoli arrivare al nostro occhio, in modo tale che noi la vediamo colorata in un certo modo. La variazione di colore nel corso di un’eclissi dipende fondamentalmente dalla zona della terra dalla quale si osserva la luna.
     Nel momento in cui la luna si trova al centro del cono d’ombra si trova perfettamente allineata con la terra e con il sole su una stessa linea immaginaria, ovvero tutti e tre i corpi giacciono sul piano dell’orbita terrestre.
     Dopo aver attraversato tutto il cono d’ombra, la luna continua a ruotare attorno alla terra entrando nella seconda parte del cono di penombra, riacquistando lentamente il suo colore “naturale”. Il colore rosso scompare, perché, uscendo dall’ombra, la luna non viene più illuminata dai raggi rifratti del sole, che erano raggi piegati e più poveri di luce (che contenevano solo alcuni colori visibili e non altri), ma torna a essere illuminata direttamente da raggi del sole non rifratti, che hanno una quantità di energia maggiore, cioè che hanno più colori dentro di sé.
     Inoltre, nel passaggio tra la zona d’ombra e quella di penombra, una parte della luna che prima era rossa viene totalmente oscurata, mentre laltra parte riacquista il suo colore candido: questo oscuramento avviene perché in quel momento la luna, trovandosi ancora al limite del cono d’ombra, non riceve più (o non riceve ancora) quei raggi rifratti del sole e resta completamente al buio.

Sequenza di fasi di un'eclissi lunare totale.


     Quando la luna passa per il cono d’ombra attraversandolo completamente si ha l’eclissi lunare totale descritta finora. Ma può accadere anche che la luna transiti solo in parte nel cono d’ombra: in quel caso si parla di eclissi lunare parziale. La durata di un’eclissi dipende dalla velocità di rivoluzione dei corpi celesti interessati, che non è la stessa e che non si mantiene costante nel corso della loro rivoluzione, come si può dimostrare dalle leggi di Keplero.


     Per chiudere vi lascio qui un video con varie fotografie di questa eclissi, fatte all’Osservatorio Astronomico di Capodimonte.


lunedì 13 giugno 2011

Epilogo del referendum: l’amara vittoria

     A pochi minuti dalla fine di questi due giorni di referendum, quasi tutta l’Italia festeggia il raggiungimento del fatidico quorum, che ammonterebbe, secondo i dati ufficiali, a poco più del 57%. Bocciata la proposta del legittimo impedimento, rifiutata l’installazione di centrali nucleari sul territorio nazionale e un bel vaff… alla privatizzazione dell’acqua. Tutti a festeggiare, a gioire a ritmo di slogan come Legittimo godimento oppure Quorum raggiunto: l'Italia s'è desta. E quindi? Tutti felici e contenti?
     Col cavolo! Intendiamoci: io sono contento che il quorum sia stato raggiunto, sono contento che abbiano prevalso i famosi quattro “Sì”, perché ero contro tutta questa manfrina che il governo voleva organizzare. Sono soddisfatto e appagato, rassicurato e tranquillizzato.
     Ma non posso fare a meno di soffermarmi a riflettere su un’altra cosa altrettanto importante, ovvero quella percentuale… 57%! Non so a voi, ma a me pare un po’ poco. È vero che bastava il 50% più uno degli aventi diritto al voto per rendere legittimi i quattro referenda, ma ora non sto parlando del voto in sé, né dei temi che i referenda hanno trattato. Sto parlando di ciò che quella percentuale dice. Perché quel numero dice qualcosa, è segno di qualcosa, è indizio di qualcosa.
     È vero che Berlusconi ha fatto di tutto per boicottare il referendum, invitando perfino a non votare, perché tanto quei quesiti erano a suo dire «assolutamente inutili», e quindi parte degli elettori hanno deciso di fidarsi di lui e hanno rinunciato allo strumento del voto perché credevano di fare non so cosa (bisognerebbe chiederlo a loro). Ma vorrei chiedere a quelle stesse persone: avete omesso di votare perché volevate legittimo impedimento, nucleare e acqua privatizzata? Se è così, perché non siete comunque andati a votare, barrando le caselle col “No”? O piuttosto avete omesso di votare semplicemente perché ve l’ha detto qualcuno, senza esservi interrogati per almeno un secondo sul motivo per il quale ve l’ha detto? Se si fosse votato anche per il “No” potevo capire; ma quasi mezza Italia che se ne sta a casa e se ne strafrega in questo modo dei propri interessi va oltre la mia capacità di sopportare lo schifo.
     Questa astinenza dice (e la dice lunga) che il nostro senso civico è molto basso, che la strafottenza e, in alcuni casi, l’ignoranza è sovrana presso gran parte di noi. Quel numero dice che non sappiamo fare i cittadini; che non siamo all’altezza della democrazia che diciamo di volere; che vogliamo il cane da guardia che ci comanda, perché da soli non vogliamo camminare; che il peso della responsabilità civile è e sarà sempre troppo grande per noi perché ce ne possiamo fare carico; che non vogliamo essere scocciati con questioni “troppo” complicate (non importa se ci riguardano); dice, quel numero, tutta la crisi culturale di questo paese.
     E, prima che crediate che io sia troppo ingenuo e che abbia generalizzato troppo, voglio dirvi che, dicendo crisi culturale, non parlo solo di coloro che hanno scelto di non votare per ignoranza (perché tra loro c’è anche chi non ha votato per altri motivi più sensati); ma parlo anche di coloro che sono andati eccome a votare, e che hanno votato “Sì”, ma senza sapere il senso di quello che stavano facendo. Mi riferisco anche a loro! E anche questo dovrebbe essere pensato in questo giorno.

     Voglio lasciarvi un pezzo tratto dal monologo Chiamatemi Kowalski Evolution di Paolo Rossi che, interpretando Dio, così riflette sulla nostra democrazia:

     Voglio dirvi cosa penso della democrazia. Sicuramente la democrazia è la forma migliore, figlioli, che avete trovato per vivere insieme, in un certo senso della civiltà e di armonia… però devo dirvelo in tutta sincerità: la vostra democrazia ormai si è ridotta e vi ha ridotto, più che a partecipanti, a spettatori, o peggio ancora tifosi; dirò di più… Ormai la democrazia si è ridotta a un “dialogo” fra tre entità: c’è un potere economico, dei partiti e un popolo, un popolo pubblico; a un certo punto parte il potere economico che pensa e suggerisce, per suoi interessi, alla seconda, i partiti, che, interpretandolo, lo spiegano alla terza, il popolo pubblico. Il popolo pubblico non capisce subito, anche perché il linguaggio è difficile; si fa infatti ripetere, continua a non capire e dopo un po’ giustamente il popolo pubblico, che ha anche i suoi problemi quotidiani, si rompe i coglioni e lascia decidere alla prima [il potere economico], che ringrazia la terza [il popolo] e paga la seconda [i partiti]. Chapeau!
     L’avessi inventata io, era normale, ma la trovata è vostra ed è geniale! Allora, questo è l’ultimo messaggio: io sulla vostra democrazia ci faccio la cacca… e non è cacca benedetta; e non è cacca fortunata; e non è neanche come l’altra volta, che l’avete chiamata “manna”!


sabato 11 giugno 2011

Indagini sul premier, ma il bunga bunga non si ferma. Intercettazioni Briatore-Santanché: «Berlusconi è malato»

     Lo aveva detto la sua ex moglie Veronica Lario nelle dichiarazioni rilasciate alla stampa al tempo della separazione. Lo aveva ribadito Travaglio in uno dei suoi video “Passaparola”. Ora, anche… anzi: perfino il suo “amico” Flavio Briatore lo ribadisce: «È malato». E ci si riferisce, in tutti questi casi, a Silvio Berlusconi. Questa e altre sconcertanti rivelazioni emergono dalle intercettazioni telefoniche tra l’ex manager di Formula Uno Flavio Briatore e il sottosegretario Daniela Santanché, inviate dalla Guardia di Finanza alla Procura di Milano, dove si sta indagando per il processo Ruby, di cui ho parlato nei post degli scorsi 14, 21 e 24 gennaio 2011.
     La Guardia di Finanza stava indagando su Briatore per il reato di evasione fiscale: Briatore non avrebbe infatti pagato le tasse per il suo yacht Force Blue; e, tra le tante conversazioni, sono state trovate quelle che Briatore ha fatto con la Santanché in cui emergono interessanti confessioni sulle serate di bunga bunga organizzate da Silvio Berlusconi, con la collaborazione del “giornalista” Emilio Fede e dell’agente fallito Lele Mora.
     Da queste conversazioni, pubblicate nel numero odierno de la Repubblica in un articolo di Piero Colaprico, si evince chiaramente il fatto che Berlusconi abbia continuato a organizzare festini privati presso di sé, “costringendo” Lele Mora a fargli da “fornitore” della “materia prima”. Anche dopo l’inizio delle indagini, quindi, quando Berlusconi e tutta l’Italia sapevano che la Procura di Milano aveva gli occhi puntati su questo scandalo sessuale, il premier ha continuato con quelle che lui definì “cene eleganti tra persone per bene” come se niente fosse.

     Briatore e la Santanché hanno fatto queste conversazioni lo scorso aprile. Ma leggiamo direttamente le parole degli interessati da una conversazione del 3 aprile scorso:
Flavio Briatore e Daniela Santanché, intercettati dalla Guardia di 
Finanza nel corso di indagini per evasione fiscale.

Santanché: «Ma sei sicuro che lui [Berlusconi] ha ripreso?»
Briatore: «Al cento per cento.»
Santanché: «Io sono senza parole … ma perché insiste [con il bunga bunga]?»
Briatore: «È malato, Dani! Il suo piacere è vedere queste qui, stanche, che vanno via da lui. Stanche, dicono. Oh, che poi queste qui ormai lo sanno! Dopo “due botte” cominciano a dire che sono stanche, che le ha rovinate. Mora mi ha detto che tutto continua come se nulla fosse.»
Santanché: «Roba da pazzi!»
Briatore: «Non più lì [alla villa di Arcore], ma nell’altra villa […] Tutto come prima, non è cambiato un cazzo. Stessi attori, […] stesso film, proiettato in un cinema diverso […]. Come prima, più di prima. Stesso gruppo, qualche new entry, ma la base del film è uguale, il nocciolo duro, “Cento vetrine”.»
Santanché: «Ma ti rendi conto? E che cosa si può fare?»
Briatore: «Lele è stato da me due ore, mi fa pena. Dice. “Fla’, mi hanno messo in mezzo. E sono talmente nella merda che l’unico che mi può aiutare è lui [Berlusconi], sia con la televisione, sia con tutto. Faccio quello che mi dicono, faccio quello che mi chiedono”. E poi quella roba di Fede! È indecente.»

     E ancora, da una conversazione del 7 aprile:
Briatore: «Dani, io ti dico un’altra roba. Se il presidente continua a fare che cosa fa…»
Santanché: «Ah, non dirmi niente!»
Briatore: «Siamo nelle mani di Dio qui, eh? Perché ieri sera, l’altra sera, ho saputo che c’era stata un’altra grande festa lì, eh?»
Santanché: «Ma tu pensa! E che cazzo dobbiamo fare?»
Briatore: «Ha ragione Veronica, è malato. Perché uno normale non fa ’ste robe qui. Adesso Lele, che gli continua  a portare, a organizzare questo è persino in imbarazzo lui! E dice: “Ma io che cazzo devo fare?”»
Santanché: «Ve be’, ma allora qua crolla tutto!»
Briatore: «Daniela, qui parliamo di problemi veramente seri di un paese che deve essere riformato. Se io fossi al suo posto non dormirei di notte. Ma non per le troie. Non dormirei per la situazione che c’è in Italia.»
Santanché: «E con il clima che c’è uno lo prende di qua, l’altro che scappa di lì.»

Silvio Berlusconi e Ruby, protagonisti principali del "Ruby gate".

     Mi è venuto in mentre, leggendo queste intercettazioni, del recente scandalo sessuale del deputato statunitense Anthony Weiner che, come ricorderete, ha intrattenuto delle “conoscenze” con più donne su Twitter e altri social network, in cui sono circolate anche delle foto dei suoi genitali nudi: Wiener non ha dato le sue dimissioni, ma appena la cosa è stata scoperta, ha avuto il buon senso di indire seduta stante una conferenza stampa in cui ha ammesso le sue colpe davanti a tutto il mondo. Qui in Italia, invece, si deve arrivare sotto la fine di un processo (e a volte anche oltre la sentenza definitiva: vedi il caso Corona), per continuare a non vergognarsi di certe condotte, per continuare ad andare in TV tranquillamente e a sorridere con tanto di aureola sul capo. E se la cosa riguarda un politico non fa alcuna differenza. Anzi…