mercoledì 30 novembre 2011

Latine loquimur, n. 4

     Latine loquimur, parte quarta! Buona scorpacciata di massime.
     Nota: la pronuncia scolastica è quella usata (e insegnata) in Italia; la pronuncia restituita è quella che, secondo le ricostruzioni, veniva realmente usata dai Romani.

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A cruce salus
[pronuncia scolastica: a cruce salus]
[pronuncia restituita: a cruche salus]

     Frase di stampo cristiano, sita nel De imitatione Christi attribuita Tommaso da Kempis, traducibile con “la salvezza [viene] dalla croce”: il riferimento è ovviamente alla morte del Cristo che, secondo la dottrina cristiana, si sarebbe immolato sulla croce al fine di redimere l’umanità. Attualmente la frase viene usata in senso più lato per ribadire che molti effetti positivi si fanno sentire solo se si vive un periodo di fatica: che cioè il cammino più semplice non sempre (meglio: quasi mai) è quello più efficace. Così, Umberto Eco, ne Il pendolo di Foucault, scrive che “per ogni problema complesso esiste una soluzione semplice, ed è quella sbagliata”; così gli stessi latini, anche prima del cristianesimo, affermavano che per aspera ad astra (“attraverso le difficoltà [si giunge] alle stelle”); così il Dante Alighieri protagonista della Commedia comprese che per giungere alla salvezza non si può salire direttamente sul colle illuminato dal sole, ma occorre farsi il giro dei tre regni ultraterreni.


Etiam capillus unus habet umbram suam
[pronuncia scolastica: èziam capìllus unus abet umbram suam]
[pronuncia restituita: ètiam capìllus unus habet umbram suam]

     Publilio Sirio, nelle sue Sententiae, scriveva che “anche un solo capello ha una sua ombra”, per ribadire che non bisogna trascurare i dettagli che sembrano più insignificanti. Spesso la soluzione a un problema, o la chiave di lettura giusta per affrontare un discorso sta nell’osservazione di quei particolari che possono apparire insignificanti. È quello che disse Freud quando comprese che per interpretare la pulsione che muove il contenuto di un sogno, non si deve badare solo alla scena primaria, cioè a ciò che sta al centro della rappresentazione onirica, ma a quegli elementi decentrati, messi in secondo piano, poiché l’inconscio tenta di censurare il suo vero messaggio. E anche i fisici, quando vogliono spiegare fenomeni enormi e onnicomprensivi come il big bang, non possono fare a meno di ricorrere a quelle minuscole particelle subatomiche che neanche si vedono ad occhio nudo ma che stanno alla base di tutto.


O Tite tute Tati tibi tanta tyranne tulisti
[pronuncia scolastica: o Tite tute Tazi tibi tanta tirànne tulìsti]
[pronuncia restituita: o Tite tute Tati tibi tanta türànne tulìsti]

     “O tiranno Tito Tazio tu stesso ti sei attirato cose tanto tremende”. Si legge questa frase negli Annales di Ennio, dove si parla di Tito Tazio, uno dei re di Roma che però non vengono citati nel famoso elenco dei sette re (che è un elenco leggendario): Tito Tazio fu re assieme a Romolo per un breve periodo e di lui si hanno testimonianze tra gli storici della latinità. Questa frase non ha una particolare importanza didascalica, non volendo insegnare alcun principio, ma è diventata famosa a causa dell’enorme numero di allitterazioni a base di T presenti praticamente in ogni parola. Questo espediente retorico l’ha resa molto famosa per due motivi: da una parte infatti è conosciuta come uno scioglilingua molto simpatico (assieme ad altri di cui il mondo letterario latino è pieno); dall’altra è stata atrocemente condannata nel più antico trattato di retorica in lingua latina a noi mai pervenuto Rhetorica ad Herennium come pessimo esempio di retorica.

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