venerdì 26 agosto 2011

La triste storia di Tao, il cane maltrattato chiuso in un sacchetto e gettato nei rifiuti

     Un noto aforisma recita: «Se vuoi conoscere il grado di civiltà di un popolo, guarda come tratta gli animali». Se questo è vero, allora non è per niente rassicurante il quadro che emerge di certi italiani. La triste vicenda che state per leggere va addirittura oltre l’orribile pratica ormai diffusa dell’abbandono degli animali nei mesi estivi.
     Siamo a Palermo, quartiere di Bonagia, ed è il 17 agosto. Un passante, nei pressi di un cassonetto per strada, ode un debole guaito provenire dai rifiuti. Si ferma e controlla: un sacchetto nero, di quelli in cui si gettano i rifiuti, contiene qualcuno. Allarmati due vigili urbani che erano a pochi metri, il sacco viene aperto, e dentro vi viene ritrovato Tao, un setter da caccia dal pelo bianco, che era stato gettato via assieme all’immondizia.
     Lo stato in cui versava Tao era a dir poco disumano: era denutrito fino alla magrezza scheletrica, debolissimo al punto da non riuscire a reggersi in piedi né a camminare, riusciva a guaire a malapena, era sporco, ferito e pieno di piaghe. Questo cane sarebbe morto di certo se non avesse fatto ricorso alle sue ultime forze per emanare quel guaito proprio nel momento in cui il passante che l’ha trovato passava di lì. Per essere ridotto in questo stato, Tao è stato fatto vivere in condizioni pessime: di certo non era tenuto in casa, perché era pieno di pulci, quindi con molta probabilità veniva tenuto in una stalla, se non addirittura all’aperto; non gli veniva dato da mangiare, perché le sue ossa emergevano dalla sua pelle martoriata dalle ferite. Lo sguardo spento, la debolezza muscolare fanno pensare che questo setter era stato dimenticato da tutti: se fosse stato libero di muoversi, sarebbe potuto scappare per andare in cerca di cibo, ma poiché appariva magrissimo va da sé che non solo non gli si dava da mangiare, ma che era anche tenuto legato. Lasciato così, quindi, a morire di fame, Tao ha perso le forze, non è riuscito più ad alzarsi. Forse lo si è creduto morto e si è deciso di buttarlo via, come un elettrodomestico rotto: il che non è accettabile. Oppure si è deciso di farlo morire asfissiato dentro un sacchetto chiuso per dargli “il colpo di grazia”, tra i rifiuti, in modo da non essere notato da nessuno. E questo è ancora più inaccettabile.
    Quando è stato tirato fuori dai rifiuti, alcuni volontari della LIDA (Lega Italiana per i Diritti dell’Animale) gli hanno prestato i primi soccorsi ed è stato allora che nel sacchetto, assieme al semicadavere, è stato ritrovato un bigliettino. Sopra, con tratti di una grafia infantile, solo due parole: «Ti amo». Forse l’ha scritto il bambino a cui è stato fatto credere che Tao fosse morto prima di buttarlo via. Ma Tao non è morto. È vivo e le sue condizioni stanno lentamente migliorando: è stato preso in cura tempestivamente, è stato lavato, nutrito e gli si stanno facendo numerose analisi, poiché è stato a un passo dal morire.
     Appena la notizia è stata diffusa è subito partita una corsa alla solidarietà sul web: molti cittadini, colpiti (in ogni senso) dalla vicenda, hanno dato il loro contributo economico per permettere ai volontari di prestare a Tao le cure necessarie e le analisi di cui ha estremamente bisogno. Come se non bastasse, una pioggia di proposte di adozione si è precipitata da tutta l’Italia. Ma è presto per trasferire Tao: non è ancora in forze, ha ripreso a camminare di nuovo solo da poco, ma il suo corpo non ha ancora la forza necessaria per renderlo indipendente.

  
     Ora, io in genere mi fermo alla cronaca in questi casi, ma questa volta non voglio astenermi dal dire la mia. Mi rivolgo agli autori di questo gesto: io non vi odio come la maggior parte della gente; non vi auguro di soffrire pene e sofferenze ancora più atroci di quelle che avete fatto subire a Tao; e non voglio nemmeno che veniate arrestati, perché questo non regalerebbe a Tao i giorni che gli avete fatto perdere. Io vorrei solo che voi riusciste a capire. Vorrei che vedeste le implicazioni del vostro gesto, che dentro di voi si delineasse la gravità di quello che avete avuto il coraggio di fare. E vorrei che ve ne pentiste, dopo aver compreso, magari dopo aver pianto.


     E mi rivolgo anche a te, Tao. Devi scusarci, ma noi siamo umani e gli umani sono perfettamente in grado di andare contro natura in un modo così aberrante. Tu non puoi saperlo, non sei come noi, né potresti capirlo, perché non hai gli strumenti psichici per accettare questa logica assurda. Ora però questo non importa: importa che tu sia vivo e che tu ti riprenda. E allora guarisci presto e torna a scodinzolare quanto prima, perché là fuori c’è già una lunga fila di gente che vuole tenerti con sé. Buona fortuna, Tao!

martedì 23 agosto 2011

Se fosse vivo Machiavelli...


     Coi tempi che corrono (e corrono davvero!), tutti pieni di frenesia, dove i problemi sono così tanti che ci si affoga dentro, la gente è troppo occupata a sopravvivere, troppo occupata a restare con la testa fuori dalla melma per fermarsi a riflettere su quello che accade. E il fatto che non si rifletta su quello che accade è proprio uno degli elementi grazie ai quali quella gente può subire le peggiori brutture senza che se ne renda conto.
     D’altra parte, fermarsi a riflettere, a fare il punto della situazione, a leggere tra le righe, a cercar di notare il subdolo che vuole nascondersi, non è cosa facile. Né è stimolante. I più si annoiano! Si è stanchi la sera, tornati a casa dal lavoro: non si ha la testa di esaminare lucidamente le dinamiche della storia.
     Per fortuna c’è la satira! Perché la satira coniuga perfettamente queste due istanze: da una parte fornisce un punto di vista critico sulle cose, sui fatti della storia e della politica, denunciando le disonestà, additando vizi e reati e i personaggi che li incarnano; dall’altra fa tutto questo senza il peso del tono tedioso che altre forme imporrebbero, rendendo il tutto più lieve e divertente.
     Nella puntata del 29 novembre 2010 di Vieni via con me, il premio Nobel Dario Fo si diverte (e ci diverte) a fare il verso al “Principe” di Machiavelli, delineando chiaramente tutti i più elementari princìpi cui si attiene il governante disonesto il quale non voglia limitarsi a trarre dal suo ufficio ricchezza e potere (come fanno i più), ma anzi, volendo andare oltre, mira a sgretolare le basi della democrazia affinché tutto ciò che prima era reato, dopo di lui non lo sia più e non ci sia quindi più bisogno di proteggersi dalla legge, agendo indisturbato nel pantano dell’illecito.



     E, per i tonti che non avessero inteso…


domenica 21 agosto 2011

Scripta manent, n. 9 - Il peso di venire al mondo

     In questo nono numero di Scripta manent propongo un passo tratto da quello che forse è il romanzo più diffuso della giornalista e scrittrice Oriana Fallaci. Un breve romanzo epistolare, una lunga lettera a un “bambino mai nato”: il profondo e provocante monologo di una donna che porta in grembo un figlio “illegittimo” in un periodo (gli anni ’70 italiani) in cui la questione sull’aborto era più che mai scottante; anni in cui essere una ragazza madre era sinonimo di disonore; anni in cui la sensibilità nel trattare argomenti delicati come la responsabilità di dare la vita cominciavano a essere scossi dalle polemiche che la nascita della bioetica richiedeva.
     Nella Lettera a un bambino mai nato l’anonima donna cerca di parlare a suo figlio, con toni ora dolci e affettuosi, ora duri e crudi, per cercare di comprendere come debba comportarsi nei suoi confronti, ma anche per parlargli, per insegnargli cosa significhi e cosa comporti venire al mondo. Nel capitoletto tredicesimo di questa epistola la voce narrante della madre racconta al bambino una fiaba, che è una delle esperienze che la protagonista ha vissuto da piccola e che le ha insegnato che nel mondo gli uomini si prevaricano continuamente e che questa è una vera e propria legge di natura, peraltro dal sapore molto darwiniano. La “fiaba” si conclude con una domanda, una delle tante che la donna rivolge al bambino che porta in grembo, che evidenziano l’importanza di scegliere coscienziosamente se mettere o no al mondo un figlio, sapendo a cosa può andare incontro.

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     Ti ho scritto tre fiabe. O meglio, non le ho scritte perché stando distesa a letto non posso: le ho pensate. Te ne racconto una. C’era una volta una bambina innamorata di una magnolia. La magnolia stava in mezzo a un giardino e la bambina passava giornate intere a guardarla. La guardava dall’alto perché abitava all’ultimo piano di una casa affacciata su quel giardino, e la guardava da una finestra che era la sola finestra aperta in quel punto. La bambina era molto piccina, per vedere la magnolia doveva arrampicarsi sopra una sedia dove la mamma la sorprendeva gridando «Oddio casca, casca!». La magnolia era grande, con grandi rami e grandi foglie e grandi fiori che si aprivano come fazzoletti puliti e che nessuno coglieva perché stavano troppo in alto. Infatti avevano tutto il tempo di invecchiare e ingiallire e cadere con un piccolo tonfo per terra. La bambina sognava lo stesso che qualcuno riuscisse a cogliere un fiore finché era bianco, e in questa attesa stava alla finestra: le braccia appoggiate sopra il davanzale e il mento appoggiato sopra le braccia. Di fronte e dintorno non c’erano case, solo un muro che si alzava ripido al lato del giardino e finiva in una terrazza coi panni tesi ad asciugare. Si capiva quand’erano asciutti per gli schiaffi che davano al vento e allora arrivava una donna che li raccoglieva dentro una cesta e li portava via. Ma un giorno la donna arrivò e invece di raccogliere i panni di mise anche lei a guardare la magnolia: quasi studiasse il modo di cogliere un fiore. Restò lì molto, a pensarci, mentre i panni sbattevano al vento. Poi fu raggiunta da un uomo che l’abbracciò. Lo abbracciò anche lei, e presto caddero insieme per terra dove insieme sussultarono a lungo, infine giacquero addormentati. La bambina era sorpresa, non capiva perché i due se ne stessero a dormire sulla terrazza anziché occuparsi della magnolia, tentare di cogliervi un fiore, e aspettava paziente che si svegliassero quando apparve un altro uomo: molto arrabbiato. Non disse nulla ma era chiaro che fosse molto arrabbiato perché si gettò immediatamente sui due. Prima sull’uomo che però fece un balzo e scappò, dopo sulla donna che incominciò a correre tra i panni. Correva anche lui, per agguantarla, e alla fine l’agguantò. La sollevò come se non pesasse e la scaraventò giù: sulla magnolia. La donna impiegò tanto tempo per giungere alla magnolia. Ma poi vi giunse, e si posò sui rami con un tonfo più sordo dei fiori che cadevano gialli per terra. Un ramo si ruppe. E nello stesso momento in cui il ramo si ruppe, la donna di aggrappò ad un fiore. E lo colse. E rimase lì ferma col suo fiore in mano. Allora la bambina chiamò la sua mamma. Le disse: «Mamma, hanno buttato una donna sulla magnolia ed ha colto un fiore». La mamma venne, gridò che la donna era morta, e da quel giorno la bambina crebbe convinta che per cogliere un fiore una donna dovesse morire.
     Quella bambina ero io, e Dio voglia che tu non apprenda nel modo in cui l’appresi io che a vincere è sempre il più forte, il più prepotente, il meno generoso. Dio voglia che tu non lo comprenda presto come lo compresi io, oltretutto convincendomi che una donna è la prima a pagare per tale realtà. Ma io sbaglio a sperarlo. Devo augurarti di perderla presto quella verginità che si chiama infanzia, illusione. Devo prepararti fin d’ora a difenderti, ad essere più svelto, più forte, e buttare lui giù dal terrazzo. Specialmente se sei una donna. Anche questa è una legge: o me o te. O mi salvo io o ti salvi te. E guai a dimenticarla: qui da noi ciascuno fa del male a qualcuno, bambino. Se non lo fa, soccombe. E non ascoltare chi dice che soccombe il più buono. Soccombe il più debole, che non è necessariamente il più buono. Io non ho mai preteso che le donne fossero più buone degli uomini, che per bontà meritassero di non morire. Essere buoni o cattivi non conta: la vita quaggiù non dipende da quello dipende da un rapporto di forze basato sulla violenza. La sopravvivenza è violenza. Calzerai scarpe di cuoio perché qualcuno ha ammazzato una vacca e l’ha scuoiata per farne cuoio. Ti scalderai con una pelliccia perché qualcuno ha ammazzato una bestia, cento bestie, per strappargli via la pelliccia. Mangerai il fegatino di pollo perché qualcuno ha ammazzato un pollo che non faceva del male a nessuno. E nemmeno questo è vero perché anche lui faceva del male a qualcuno: divorava i vermetti che se ne andavano in pace brucando insalata. C’è sempre uno che per sopravvivere mangia un altro o scuoia un altro: dagli uomini ai pesci. Anche i pesci si mangiano fra loro: i più grossi inghiottiscono i più piccini. E così gli uccelli, così gli insetti, chiunque. Che io sappia, solo gli alberi e le piante non divoran nessuno: si nutrono d’acqua, di sole, e basta. Però a volte si rubano il sole e l’acqua, anche loro, soffocandosi, sterminandosi. Ed è proprio il caso che tu venga a conoscere simili orrori, tu che vivi e ti nutri e ti scaldi senza ammazzare nessuno?

Oriana Fallaci, Lettera a un bambino mai nato, 13

giovedì 18 agosto 2011

Il presidio di Gaetano Ferrieri davanti Montecitorio: sciopero della fame e petizioni contro i privilegi dei politici


     Non per tutti l’arrivo dell’estate è stato sinonimo di vacanza. È il caso di Gaetano Ferrieri, 54 anni, consulente sposato con due figli da mantenere, che dallo scorso 4 giugno è venuto dal Veneto a Roma per iniziare uno sciopero della fame davanti Montecitorio al fine di raccogliere tre milioni di cittadini italiani attorno a una proposta di cambiamento del sistema politico del nostro paese che prevede i seguenti obiettivi che il Parlamento dovrebbe raggiungere tramite apposite leggi:

1. Taglio di almeno il 50% degli stipendi dei politici, con l’abolizione dei privilegi di cui godono (i rimborsi, gli esoneri, le pensioni d’oro, i vitalizi, le abusatissime auto blu, che nel nostro paese raggiungono la quota record di 600.000 unità).
2. Una nuova legge elettorale che permetta la preferenza diretta del candidato.
3. Lo scioglimento delle attuali Camere, che secondo Ferrieri non avrebbero rispettato l’art. 54, comma 2 («I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge»).


Gaetano Ferrieri (a sinistra) davanti al suo gazebo, circondato dal
tricolore italiano.
     Il ragionamento di Ferrieri è stato semplice: viviamo in un paese dove stanno emergendo in maniera sempre più pesante gli effetti malsani e le conseguenze negative delle precedenti legislature, al punto che ormai la crisi (economica, ma non solo) che grava sulle spalle della gente non può essere più nascosta né sminuita dagli interventi e dalle dichiarazioni fuorvianti dei politici. In un paese come questo, dove i nodi stanno preoccupantemente venendo al pettine e il blocco si estende a tutti i gangli della vita sociale ed economica, com’è che la classe politica non ha mutato di una virgola le sue condizioni? Una questione che non è più tanto normale nel 2011, dopo secoli di lotte e battaglie ideologiche fatte per alzare gli standard di quello che è il “minimo indispensabile” perché si parli di democrazia.
     E allora Gaetano Ferrieri ha sfruttato un articoletto della nostra Costituzione, l’articolo 50, che dice: «Tutti i cittadini possono rivolgere petizioni alle Camere per chiedere provvedimenti legislativi o esporre comuni necessità». In Italia, infatti, i membri del Governo e del Parlamento non sono i soli a poter decidere quali e quante leggi debbano essere fatte, bensì questa iniziativa può essere presa anche direttamente dai cittadini (è una forma di democrazia diretta, come il referendum). Uno di questi strumenti di proposta diretta è proprio la petizione che consiste in un’istanza che viene presentata da un numero qualunque di cittadini (anche da uno solo) al fine di portare il Parlamento a conoscenza di particolari bisogni e necessità dei cittadini. Per fare una petizione, quindi, non occorre un numero minimo di richiedenti, come nel caso di iniziativa legislativa (art. 71 Cost.), né serve presentare alle Camere un testo di legge già redatto e diviso in articoli. La petizione serve a dire: «Cari governanti che esercitate il potere in nome nostro, noi abbiamo questa esigenza e ve ne facciamo presente affinché facciate apposta una legge che ne disciplini gli aspetti al fine di risolvere questo problema». È, almeno sulla carta, una forma di dialogo democratico tra i cittadini e i loro rappresentanti.
     Sulla carta, perché in pratica, stranamente, la cosa non sortisce effetti. Ferrieri è dall’inizio di questa estate sotto il suo gazebo, a propagandare queste petizioni, e non è stato ricevuto da nessuno. Nessuno dei politici lo ha ascoltato, nessuno gli ha neanche chiesto come stia (quest’uomo si sta facendo uno sciopero della fame, alimentandosi solo con proteine e sali minerali). Gli unici contatti col mondo di questa che possiamo tranquillamente definire “casta” politica sono stati i 5 euro elargiti molto arrogantemente da un noto esponente della Lega a Ferrieri, come fosse un accattone cui fare l’elemosina.
     Ma questo Montecitorio indifferente non è la sola beffa subita. Qualcuno ha addirittura suggerito che Ferrieri sia un pericolo per la nazione, uno che inneggia alla rivoluzione. Ma l’opera di sensibilizzazione di Ferrieri è del tutto pacifica: al massimo le sue armi sono la Costituzione italiana, uno sciopero della fame e la bandiera italiana, unico colore sotto cui Ferrieri si raccoglie e si riconosce nel suo presidio a oltranza, un presidio del tutto pacifico, quindi, perfettamente legale e apartitico.
     Uno degli aspetti più infelici della questione è che pochissimi giornali hanno dato importanza alla cosa e anzi i maggiori appoggi sono venuti da giornalisti stranieri. L’obiettivo di raccogliere un numero sufficiente di italiani che presidino Montecitorio per spingere i parlamentari a fare una legge per quelle petizioni non è un’impresa facile, certo, ma per un uomo come Ferrieri, che vuole apparire tutto meno che un eroe, sarebbe ancora peggiore non averci provato affatto.

     Al fine di propagandare e rendere nota la sua azione, Gaetano Ferrieri aggiorna di volta in volta un apposito sito, www.presidiomontecitorio.it, sul quale ci sono tutte le informazioni riguardanti la sua sensibilizzazione, e una pagina Facebook.

Alcuni cittadini italiani che sostengono l'iniziativa di Gaetano Ferrieri.


     Comunque andrà a finire questa faccenda, alcune cose importanti sono emerse, o si sono riconfermate, da questa vicenda: 1) che nel nostro paese non esiste dialogo tra il popolo e i suoi rappresentanti, poiché questi non provano più pudore a ignorare le reali richieste della popolazione, anche se queste assumono le forme più esplicite; 2) la frattura sociale tra chi è al potere e chi manda avanti il paese si è allargata anche a livello economico, al punto che il popolo porta il peso delle scelte sbagliate o dei reati economici commessi dagli esponenti politici in questi anni; 3) l’informazione (tanto boicottata dalle proposte del centrodestra berlusconiano) e soprattutto l’istruzione (così penalizzata dalle riforme scolastiche e universitarie più recenti) si dimostrano ancora una volta i principali presupposti che stanno alla base dell’immunità dei cittadini nei confronti della cattiva politica che si compiace di attecchire presso di essi, e che dovrebbero invece essere i primi elementi a cui pensare per l’educazione del più giovani al fine di permettergli di diventare cittadini in grado di guidare il paese e di essere all’altezza di quella sovranità che la Costituzione gli ha posto nelle mani.


domenica 14 agosto 2011

Kate Winslet, Emma Thompson e Rachel Weisz contro l’accanimento estetico. Nasce la “British Anti-Cosmetic Surgery Foundation”

     I meno ingenui sapranno che nel frenetico mondo di Hollywood gli attori devono spesso sottostare a molte necessità legate alla loro immagine: l’invadenza e la pressione degli agenti e dei registi spesso porta le star a compiere scelte che normalmente non avrebbero mai fatto al solo fine di ottenere un risultato che preservi l’icona che essi devono avere agli occhi del pubblico o che ne dia una adatta al personaggio che devono interpretare. È capitato che qualcuno fosse costretto a fingersi fidanzato o addirittura sposato con qualcuno solo per non far conoscere i suoi veri gusti sessuali; oppure non è raro che perfino nelle meno importanti apparizioni pubbliche (come una semplice intervista) molti attori debbano indossare determinati abiti e avere un certo look; o ancora, nei casi più frequenti, si ricorre al sacro potere della chirurgia estetica.
     In particolare, il ricorso a ritocchini nelle più svariate parti del corpo è un’esigenza di donne e uomini, ormai. Le aggiustature più in auge riguardano i nasi (che rompono facilmente la simmetria dei volti), le orecchie, le labbra, gli zigomi, il seno… E la cosa diventa sempre più un fatto normale. Non importa falsare la propria immagine, non importa alzare in maniera malata gli standard dei canoni di bellezza, non importa arrivare alla perfezione inverosimile: l’importante è dare quell’illusione, perché in fin dei conti lo show si basa su questo.
     Né la cosa si ferma alla fisicità: questo accanimento si estende anche all’immagine su carta. Basti pensare alle numerose foto di copertina di tanti giornali di gossip o di moda su cui le star compaiono completamente “photoshoppate”, con una pelle pulita e luminosa ai limiti dell’inverosimile, seni gonfiati, fianchi ristretti, lineamenti alterati.

     Ma c’è per fortuna una parte di attori che non la pensa completamente così. Non tutti sono disposti a metamorfizzare i propri connotati, o perché hanno la fortuna di essere già belli, oppure perché semplicemente la cosa va contro i loro gusti o la loro etica. È il caso di tre attrici che recentemente hanno lanciato un bel messaggio contro questa metodica che troppo spesso viene usata male, e che si sono schierate a favore della valorizzazione della bellezza al naturale. Le star in questione sono tre bei pezzi di premi Oscar, tutti senza silicone, che rispondono al nome di Kate Winslet, Emma Thompson e Rachel Weisz.
     Assieme alla Thompson e alla Weisz, Kate Winslet avrebbe deciso di fondare la cosiddetta British Anti-Cosmetic Surgery League (“Associazione britannica contro la chirurgia estetica”), nata esplicitamente per opporsi alle pressioni fatte agli attori di Hollywood per sottoporsi a trattamenti chirurgici per fini estetici. Già fondatrice della Golden Hat Foundation, una fondazione nata per aiutare i bambini autistici, Kate Winslet è una militante convinta in questo campo.

Da sinistra: Kate Winslet, Emma Thompson, Rachel Weisz.



     In passato, infatti, l’attrice britannica aveva commentato con sgomento l’operazione di impianto al seno e addominoplastica che una sua fan, allora appena 21enne, si era fatta fare in un noto programma americano, I want a famous face, solo per poterle assomigliare. La ragazza voleva avere il corpo e il seno di Kate, o almeno quello che lei vedeva sulle copertine di riviste che collezionava ossessivamente. In quell’occasione Kate commentò: «No, cara, i miei seni non sono così. Io ho avuto due bambini. È un’immagine alterata al computer!».
     Né può passare senza nota la denuncia che la stessa Kate fece ai danni della rivista britannica GQ, che pubblicò una sua foto tratta da un servizio fotografico alterandola senza il suo permesso. Nella foto in questione il ventre di Kate appare piatto in modo vergognosamente sfacciato.
La foto di Kate Winslet sulla rivista GQ, modificata
in modo abnorme senza il permesso dell'attrice.
     «Va contro la mia moralità, contro il modo con cui sono stata cresciuta e contro ciò che considero bellezza naturale», ha detto Kate al riguardo. Le fa eco Emma Thompson: «Siamo in questa orrenda tendenza all’insegna della giovinezza in cui tutti devono sembrare trentenni a sessant’anni!». E si associa Rachel Weisz: «Le persone che appaiono troppo perfette non sembrano sexy o particolarmente belle».
     La polemica contro la falsificazione della propria immagine non è nuova, certo; tuttavia le resistenze a questa pratica sono sempre meno numerose ed è importante che i dissensi più convinti vengano proprio dagli “addetti ai lavori”. Curare il proprio corpo o abbellirlo quando si interagisce con gli altri è comprensibile: spesso ha anche una chiara funzione sociale. Per gli attori, poi, questo è funzionale al loro mestiere. Ma arrivare agli eccessi del rifiuto di sé in nome di un altro sé che non esiste è indubbiamente diseducativo e “malato”.
   È importante che qualcuno sottolinei l’importanza di un’educazione all’accettazione di sé e non per andare contro la chirurgia (la quale risulta utile per curare menomazioni gravi che impediscono di fare una vita normale o derivanti da incidenti), bensì per dire in maniera chiara che abituare il pubblico a canoni nuovi che non hanno niente di naturale ha lo svantaggio di alienare la gente in un mondo di standard assurdi, di sganciarli da una realtà che non gli piacerebbe più e con cui non saprebbero più fare i conti (e questo vale soprattutto per i più giovani, che sono sempre i più vulnerabili).