venerdì 26 aprile 2013

Tutte le illegittimità del Napolitano bis: perché Napolitano non andava rieletto


     La recente rielezione a Presidente della Repubblica di Giorgio Napolitano ha suscitato grande scalpore e indignazione a seguito della nascita di una questione che mette in dubbio la legittimità di questo evento. Ci si è chiesti se sia possibile o, almeno, giustificabile che un Presidente della Repubblica venga eletto per due mandati consecutivi. Esaminiamo tutti i possibili punti e cerchiamo di capire cosa è successo qualche giorno fa.

     Premettiamo col dire che la fonte principale con cui si possa stabilire la legittimità o non legittimità della rielezione è la Carta costituzionale. L’articolo 83 della Costituzione dice che il Presidente della Repubblica è eletto dal Parlamento e dai rappresentanti dei Consigli regionali: si tratta quindi di un’elezione dall’alto, perché non sono i cittadini a scegliere il rappresentante. L’articolo 84 invece afferma i limiti dell’elezione (e quindi anche della rielezione) del Presidente della Repubblica. Esso afferma testualmente:

     Può essere eletto Presidente della Repubblica ogni cittadino che abbia compiuto cinquanta anni di età e goda dei diritti civili e politici.
     L’ufficio di Presidente della Repubblica è incompatibile con qualsiasi altra carica.
     L’assegno e la dotazione del Presidente sono determinati per legge.

     Nulla, quindi, vieta a una stessa persona di essere rieletto, almeno sulla carta. Tuttavia ci sono delle obiezioni da sollevare.

La rielezione di Napolitano viola un principio democratico basilare
     In primis, nella storia della nostra Repubblica esiste una consolidata tradizione che ha sempre mirato a evitare che un Presidente della Repubblica uscente riassumesse il mandato per una seconda volta e, come si sa, in un paese non si campa solo di regole scritte, ma anche di tradizioni e di usi: del resto, l’uso fa la regola, dice il proverbio. I motivi per cui si è sempre evitato di rieleggere lo stesso Presidente trovano fondamento e giustificazione in diverse ragioni:
  1. Prima di tutto, evitare una seconda rielezione scongiura il rischio di un’eccessiva personalizzazione del potere politico: se un Presidente fosse in malafede e avesse interesse a rimanere Presidente per favorire se stesso o altri, il ricambio di mandato ridurrebbe il rischio che possano essere fatti favoritismi non consentiti dalla legge.
  2. Inoltre c’è da dire che il mandato del Presidente della Repubblica dura in Italia ben sette anni (il mandato del governo è di cinque), quindi si tratta di un periodo lungo, che diventa ancora più lungo (quattordici anni!) se avviene una rielezione. Restare troppo tempo sotto la rappresentanza di una stessa persona è una cosa banalmente antidemocratica ed è per questo che la Carta costituzionale non specifica questo limite: esso è un assioma scontato e funge da presupposto della stessa forma democratica.
  3. Ancora, il Presidente della Repubblica, in quanto eletto dal Parlamento e non dai cittadini, non deve rispondere a questi, in quanto non ha fatto alcuna campagna elettorale, quindi alcuna promessa da mantenere e questo aumenterebbe la sua libertà di azione nel caso fosse male intenzionato.
  4. Il Presidente della Repubblica in Italia non risponde davanti alla legge dei reati commessi nell’esercizio delle sue funzioni, a meno che non si tratti di alto tradimento o attentato alla Costituzione: così dice l’articolo 90 della Carta costituzionale. E se nelle due categorie di reato elencate non rientrassero altre forme di reato o comunque di condotte illecite che il Presidente, nel corso di quattordici anni, potrebbe tenere, allora ci ritroveremmo ad avere una sorta di monarca quasi completamente assoluto che può fare quel che gli pare senza che nessuno, né cittadini né governo né magistratura, possano fare nulla.

     Per tutta questa serie di motivi in Italia si è sempre evitata la rielezione a Presidente della Repubblica di una stessa persona. Qualcuno potrebbe dire «Ma questa è solo un’usanza e le usanze possono essere cambiate, specie se non vanno contro la legge». Ebbene, allora occorre spiegare come mai lo stesso Napolitano abbia riempito la testa a tutti di frasi in cui dichiarava esplicitamente di essere contro la rielezione. Basta dare un’occhiata rapida alle sue dichiarazioni degli ultimi due mesi:

     «L’ho già detto tante volte. Non credo che sarebbe onesto dire “State tranquilli, io posso fare il Capo dello Stato fino a 95 anni”, sia perché sono convinto che i padri costituenti concepirono il ruolo del Presidente della Repubblica sulla misura dei sette anni (infatti non è un caso che nessun Presidente della Repubblica abbia fatto un secondo mandato) e sia perché ci sono fattori di età e limitazioni dal punto di vista funzionale crescenti.» (1 marzo 2013)
     «Alla vigilia della conclusione del mio mandato voglio sottolineare come la conclusione corrisponda pienamente alla concezione che i padri costituenti ebbero della figura del Presidente della Repubblica. Il già lungo settennato al Quirinale corrisponde bene alla continuità delle nostre istituzioni ed anche alla legge del succedersi delle generazioni.» (7 marzo 2013)
     «A 88 anni gli straordinari non sono ammessi. Sto per concludere il mio mandato, questo è probabilmente l’ultimo atto pubblico che compio.» (24 marzo 2013)
     «La mia rielezione sarebbe una non soluzione perché ora ci vuole il coraggio di fare delle scelte, di guardare avanti, sarebbe sbagliato fare marcia indietro, sarebbe ai limiti del ridicolo. Tutto quello che avevo da dare l’ho dato. Niente soluzioni pasticciate e all’italiana.» (14 aprile 2013)
Berlusconi riceve complimenti dai suoi compagni di partito 
subito dopo la rielezione di Giorgio Napolitano.
     Giorgio Napolitano, quindi, concorda con lo spirito dei padri costituenti e con la tradizione politica del nostro paese, proprio in virtù di queste motivazioni: secondo lui non è un bene che uno stesso uomo faccia per più di una volta il Presidente della Repubblica. E tuttavia ha accettato la proposta che gli è stata fatta dalle forze politiche che in questi anni hanno contribuito a mutilare la democrazia istituzionale del nostro paese.
     Ecco quindi che Napolitano viene rieletto: 738 voti alla sesta votazione, contro i 217 del favorito Rodotà, giurista insigne, immacolato e irricattabile. Ecco che dalla piazza si levano cori di protesta: la gente grida «Vergogna!», si accusa il PD di essersi venduto a Berlusconi, Grillo grida al golpe. Gasparri, poi, nella sua somma capacità di sintesi, non manca di manifestare sadicamente la sua soddisfazione al popolo per la mancata elezione di Rodotà mostrando il dito indice. In aula boati di soddisfazione tra coloro che sanno: si canta fratelli d’Italia, Berlusconi prende applausi e stringe mani, si festeggia come all’osteria. Il delitto è compiuto.

Il rischio del presidenzialismo
     Napolitano fa poi il suo discorso di insediamento. Parla per diversi minuti, durante i quali alterna cazziatoni (o presunti tali) e lacrime di commozione (speriamo che non fossero come quelle della Fornero). Mette in riga i “membri” del Parlamento, ricorda le mancate riforme, lancia accuse più o meno velate, finge di indignarsi. E soprattutto, detta condizioni…
     Ora chiediamoci una cosa. Perché Napolitano ha accettato di ritornare nonostante le sue esplicite dichiarazioni? Ciò che gli hanno offerto era troppo allettante? O davvero è un uomo con un forte senso dello stato? L’ipotesi, che il buon senso perfino di un cretino suggerisce, è che Napolitano è la carta che PDL e PD hanno per legittimare il loro inciucio. Ci troviamo infatti di fronte a una situazione molto diversa che in passato in cui la parola d’ordine è “urgenza”… e l’urgenza è sempre un’ottima scusa per giustificare procedure fuori dall’ordinario. Ed è qui che sta il rischio.
     Napolitano ha già due volte goduto di superpoteri perché ha di fatto agito con strumenti che si potevano evitare e che non avevano tutta questa giustificazione. Non a caso qualcuno oggi parla dell’avvicinamento dell’Italia a una forma di repubblica non più parlamentare ma presidenziale: la prima volta Napolitano esercitò poteri eccezionali quando Berlusconi fu costretto a dimettersi, invece di andare alle votazioni anticipate, ci regalò il governo Monti, sul cui operato si può anche tacere. La seconda volta con l’istituzione dei cosiddetti dieci saggi, anche queste personalità tutt’altro che super partes che avrebbero stilato dei punti fondamentali da attuare con urgenza. Ancora una volta, quindi niente votazioni ripetute, il popolo non ha voce, la sovranità viene espropriata. Il superpresidente ha parlato.
     Massimo Cacciari sottolinea come in Italia il rischio del presidenzialismo sia veramente grande e vicino, qualora i partiti non riescano a smettere di «delegittimarsi a vicenda»: se non esisterà in futuro una coesione politica da parte dei partiti spetterà per forza di cose al Presidente della Repubblica garantire questa unità istituzionale che i partiti avranno messo in crisi.

Le condizioni del Napolitano bis
Manifestanti in piazza che inneggiano all'elezione di Stefano
Rodotà come Presidente della Repubblica.
     Ci sarebbe un terzo abuso: istituendo il governo Letta, governo delle larghe intese, Napolitano ha delegittimato di nuovo la decisione presa dai cittadini alle ultime elezioni. Nessuno ha scelto un Letta come premier! E invece Napolitano è intervenuto ancora una volta in maniera impropria ignorando la volontà popolare.
     Ma parlavamo prima delle condizioni che Napolitano avrebbe imposto al suo mandato. A quali condizioni quest’uomo ha accettato di succedere a se stesso come Presidente della Repubblica? Dovete operare così, altrimenti me ne vado! Altrimenti fi faccio fare una figura di merda davanti all’Europa! Altrimenti mando i cittadini al voto (come se il voto dovesse essere un’arma di ricatto!). Ebbene, la legge non consente al Presidente di imporre al governo un certo modo di agire come se questa fosse una condizione al suo operato: non è infatti previsto che il Presidente della Repubblica intervenga nell’azione del governo. Si tratta di un’ingerenza non consentita dalla Costituzione.
Giorgio Napolitano nel suo discorso di insediamento davanti
al 
Parlamento il giorno successivo alla sua rielezione.
     Napolitano non può nemmeno giustificare la sua disponibilità a fare il Capo dello Stato con la scusa che questo sia solo in via temporanea, qualora non volesse arrivare fino a 95 anni (età già di per sé ridicola per un rappresentante dello Stato): la legge non consente nemmeno mandati a tempo.
     Ancora una volta quindi potevamo riandare subito al voto e ancora una volta questo non è stato fatto. Qualcuno obietterà che con il porcellum sarebbe stato un disastro… Allora si poteva votare Rodotà, che non ha i conflitti di cui soffre Napolitano, e invece gli esponenti del prossimo governo delle larghe intese si sono accordati per avere l’appoggio di una persona che in passato gliene ha fatte passare tante e che, proprio in virtù di questo passato, gliene farà passare ancora. E allora non pianga Napolitano e si risparmi le minacce al corpo politico. Inutile invocare a gran voce le riforme, inutile sperare. La sua stessa presenza lì è un segno della volontà che questo paese ha di non cambiare.
     Inoltre non so voi, ma per me il fatto stesso che Berluisconi sia contento di questa cosa funge di per sé da segnale di pericolo.
     Già vedo Alfano alla Giustizia, pronto a bloccare i processi a Berlusconi e a riformare la Costituzione in modo che l’Italia possa essere pronta per farsi governare dal PDL, che è in ricrescita dei sondaggi, soprattutto dopo il ridicolo, imperdonabile e idiotissimo autoaffondamento del PD, il quale (ricordiamolo!) in campagna elettorale aveva promesso che mai e poi mai si sarebbe alleato con Berlusconi. E invece eccolo là: gli scanni sono stati spartiti, i piani per i conflitti di interessi sono pronti. C’è ancora qualcosa da spolpare in questo paese. Buon appetito!

giovedì 25 aprile 2013

25.04.2013: 68esimo anniversario della liberazione dell’Italia


Noi siamo un Paese senza memoria. Il che equivale a dire senza storia. L’Italia rimuove il suo passato prossimo, lo perde nell’oblio dell’etere televisivo, ne tiene solo i ricordi, i frammenti che potrebbero farle comodo per la sue contorsioni, per le sue conversioni. Ma l’Italia è un paese circolare, gattopardesco, in cui tutto cambia per restare com’è, in cui tutto scorre per non passare davvero. Se l’Italia avesse cura della sua storia, della sua memoria, si accorgerebbe che i regimi non nascono dal nulla, sono il portato di veleni antichi, di metastasi invincibili. Imparerebbe che questo Paese è speciale nel vivere alla grande ma con le pezze al culo, che i suoi vizi sono ciclici, si ripetono incarnati da uomini diversi con lo stesso cinismo, la medesima indifferenza per l’etica, con l’identica allergia alla coerenza, a una tensione morale.

Pier Paolo Pasolini, Scritti corsari, 1975



25 aprile 1945

Anniversario della liberazione dell’Italia dal nazifascismo

martedì 23 aprile 2013

Napolitano rieletto Presidente della Repubblica: il discorso di insediamento


     Ieri, 22 aprile 2013, il neorieletto Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, prestava giuramento per il rinnovo del suo incarico. Poco dopo faceva il suo discorso di insediamento, che pubblico qui, senza alcun particolare commento sul contenuto né sulle questioni legate a questo evento, che rimando ad altri post.


lunedì 22 aprile 2013

Funeral party


di Marco Travaglio

     La scena supera la più allucinata fantasia dei maestri dell’horror, roba da far impallidire Stephen King e Dario Argento. Il cadavere putrefatto e maleodorante di un sistema marcio e schiacciato dal peso di cricche e mafie, tangenti e ricatti, si barrica nel sarcofago inchiodando il coperchio dall’interno per non far uscire la puzza e i vermi. Tenta la mission impossible di ricomporre la decomposizione. E sceglie un becchino a sua immagine e somiglianza: un presidente coetaneo di Mugabe, voltagabbana (fino all’altroieri giurava che mai si sarebbe ricandidato) e potenzialmente ricattabile (le telefonate con Mancino, anche quando verranno distrutte, saranno comunque note a poliziotti, magistrati, tecnici e soprattutto a Mancino), che da sempre lavora per l’inciucio (prima con Craxi, poi con B.) e finalmente l’ha ottenuto.
     E con una votazione dal sapore vagamente mafioso (ogni scheda rigorosamente segnata e firmata, nella miglior tradizione corleonese). Pur di non mandare al Quirinale un uomo onesto, progressista, libero, non ricattabile e non controllabile, il Pd che giurava agli elettori “mai al governo con B.” va al governo con B., ufficializzando l’inciucio che dura sottobanco da vent’anni. Per non darla vinta ai 5Stelle, s’infila nelle fauci del Caimano e si condanna all’estinzione, regalando proprio a Grillo l’esclusiva del cambiamento e la bandiera di quel che resta della sinistra (con tanti saluti ai “rottamatori” più decrepiti di chi volevano rottamare). La cosa potrebbe non essere un dramma, se non fosse che trasforma la Repubblica italiana in una monarchia assoluta e la consegna a un governo di mummie, con i dieci saggi promossi ministri e il loro programma Ancien Régime a completare la Restaurazione. Viene in mente il ritorno dei codini nel 1815, dopo il Congresso di Vienna, con la differenza che qui non c’è stata rivoluzione né s’è visto un Napoleone.
     Ma il richiamo storico più appropriato è Weimar, con i vecchi partiti di centrosinistra che nel 1932 riconfermano il vecchio e rincoglionito generale von Hindenburg, 85 anni, spianando la strada a Hitler. Qui per fortuna non c’è alcun Hitler all’orizzonte. Però c’è B., che fino all’altroieri tremava dinanzi al Parlamento più antiberlusconiano del ventennio e ora si prepara a stravincere le prossime elezioni e salire al Colle appena Re Giorgio abdicherà.
A meno che non resti abbarbicato al trono fino a 95 anni, imbalsamato e impagliato come certi autocrati, dagli iberici Salazar e Franco ai sovietici Andropov e Cernenko, tenuti in vita artificialmente con raffinate tecniche di ibernazione e ostesi in pubblico con marchingegni alle braccia per simulare un qualche stato motorio. Ieri, dall’unione dei necrofili di sinistra e del pedofilo di destra, è nato un regime ancor più plumbeo di quello berlusconiano e più blindato di quello montiano, perché è l’ultima trincea della banda larga che comanda e saccheggia l’Italia da decenni, prima della Caporetto finale. Prepariamoci al pensiero unico di stampa e tv, alla canzone mononota a reti ed edicole unificate. Ne abbiamo avuto i primi assaggi nelle dirette tv, con la staffetta dei signorini grandi firme che magnificavano l’estremo sacrificio dell’Uomo della Provvidenza e del Salvatore della Patria, con lavoretti di bocca e di lingua sulle prostate inerti e gli scroti inanimati delle solite cariatidi. Le famose pompe funebri.
 
     Ps. Da oggi Grillo ha una responsabilità infinitamente superiore a quella di ieri. Non è più solo il leader del suo movimento, ma il punto di riferimento di quei milioni di cittadini (di centrosinistra, ma non solo) che non si rassegnano al ritorno dei morti morenti e rappresentano un quarto del Parlamento. A costo di far violenza a se stesso, dovrà parlare a tutti con un linguaggio nuovo. Senza rinunciare a chiamare le cose col loro nome. Ma senza prestare il fianco alle provocazioni di un regime fondato sulla disperazione, quindi capace di tutto.

Da Il Fatto Quotidiano, 21 Aprile 2013

sabato 20 aprile 2013

Chi ha paura di Stefano Rodotà?


Stefano Rodotà
     Nel paese dell’immobilismo, del non-governo, dello stallo economico ci si blocca anche sulle votazioni del Presidente della Repubblica. Proprio di recente l’ex Capo dello Stato Giorgio Napolitano si è ritrovato a interpretare un ruolo che è andato ben oltre ciò che la figura del Presidente della Repubblica ha mai rappresentato nel nostro paese. Il Capo dello Stato si è visto costretto a intervenire molte volte e non solo sotto forma di incitamenti, bensì ad operare nella prassi politica. Qualcuno ha parlato perfino dell’Italia come di una repubblica semipresidenziale.
     Nel caos delle votazioni e dei candidati (da Marini – voluto da PD e PDL – a Prodi a D’Alema) un nome su tutti spicca per la limpida fama di uomo dotato di senso dello stato e grande cultura: il giurista, politico Stefano Rodotà. Sono in molti a volerlo e gli italiani devono conoscerlo e, nel conoscerlo, riconoscere in lui le indiscutibili doti di persona più adatta a rappresentare l’unità nazionale per cominciare a operare per la formazione di un governo decente che liberi il nostro paese dalla morsa cannibalesca della vecchia casta, insopportabile razza di delinquenti e collusi con la mafia, un ancien régime che si ostina a farci «in basso batter l’ali», per citare il Poeta.
     L’indipendenza politica di Rodotà, il suo passato dignitosissimo e pulito, nonché le sue idee giuste non possono essere ignorate durante queste “quirinarie”. Ecco perché Dario Fo, assieme ad altri esponenti politici e culturali, ha lanciato un appello affinché la classe dirigente non ignori questa indiscutibile possibilità di salvezza. Segue il testo dell’appello.
  
Chiediamo ai deputati e alla direzione del Partito Democratico di non mettere una lastra tombale sulla speranza di rinnovamento di due terzi degli elettori italiani, portando alla Presidenza della Repubblica una figura della vecchia casta: qualsiasi sia questa figura. Chiediamo di rompere ogni indugio e di votare fin dai primi scrutini Stefano Rodotà.


Beppe Grillo ha annunciato che sarà lui il candidato del Movimento 5 Stelle, e allo stesso modo si è pronunciato Sel, organicamente legato al Pd e il cui parere non può in alcun modo esser trascurato dai Democratici. Stefano Rodotà è per la maggior parte degli italiani, e certamente per il vostro elettorato, un punto di riferimento ideale. Ha come bussola costante la Costituzione italiana e la Carta dei diritti europei, ha sempre avversato i compromessi con la corruzione, è uno dei più strenui difensori della libertà dell'informazione, compresa la libertà conquistata ed esercitata in rete.


È un segno altamente positivo che il Movimento 5 Stelle l'abbia scelto come proprio candidato, ma Stefano Rodotà non è una sua invenzione. Il suo profilo è improntato a massima indipendenza, e le sue radici sono anche nella storia migliore della sinistra italiana. Non abbiate paura, votatelo con convinzione e fin da subito: sarete molto più credibili e forti se non tergiverserete, presi da timori di varia natura, e non accetterete in nessun caso candidati che dovessero nascere da un accordo con Berlusconi.


Ve lo chiediamo da cittadini, convinti che non sia ancora troppo tardi: non riconsegnate l'Italia al tragico ventennio dal quale cerchiamo faticosamente di uscire. Abbiate il coraggio di cominciare a costruire un futuro diverso. Il momento è ora.

Dario Fo
Carlo Petrini
Remo Bodei
Sandra Bonsanti
Roberta De Monticelli
Paolo Flores d’Arcais
Tomaso Montanari
Antonio Padoa Schioppa
Michele Serra
Salvatore Settis
Barbara Spinelli


(18 aprile 2013)