domenica 14 agosto 2011

Kate Winslet, Emma Thompson e Rachel Weisz contro l’accanimento estetico. Nasce la “British Anti-Cosmetic Surgery Foundation”

     I meno ingenui sapranno che nel frenetico mondo di Hollywood gli attori devono spesso sottostare a molte necessità legate alla loro immagine: l’invadenza e la pressione degli agenti e dei registi spesso porta le star a compiere scelte che normalmente non avrebbero mai fatto al solo fine di ottenere un risultato che preservi l’icona che essi devono avere agli occhi del pubblico o che ne dia una adatta al personaggio che devono interpretare. È capitato che qualcuno fosse costretto a fingersi fidanzato o addirittura sposato con qualcuno solo per non far conoscere i suoi veri gusti sessuali; oppure non è raro che perfino nelle meno importanti apparizioni pubbliche (come una semplice intervista) molti attori debbano indossare determinati abiti e avere un certo look; o ancora, nei casi più frequenti, si ricorre al sacro potere della chirurgia estetica.
     In particolare, il ricorso a ritocchini nelle più svariate parti del corpo è un’esigenza di donne e uomini, ormai. Le aggiustature più in auge riguardano i nasi (che rompono facilmente la simmetria dei volti), le orecchie, le labbra, gli zigomi, il seno… E la cosa diventa sempre più un fatto normale. Non importa falsare la propria immagine, non importa alzare in maniera malata gli standard dei canoni di bellezza, non importa arrivare alla perfezione inverosimile: l’importante è dare quell’illusione, perché in fin dei conti lo show si basa su questo.
     Né la cosa si ferma alla fisicità: questo accanimento si estende anche all’immagine su carta. Basti pensare alle numerose foto di copertina di tanti giornali di gossip o di moda su cui le star compaiono completamente “photoshoppate”, con una pelle pulita e luminosa ai limiti dell’inverosimile, seni gonfiati, fianchi ristretti, lineamenti alterati.

     Ma c’è per fortuna una parte di attori che non la pensa completamente così. Non tutti sono disposti a metamorfizzare i propri connotati, o perché hanno la fortuna di essere già belli, oppure perché semplicemente la cosa va contro i loro gusti o la loro etica. È il caso di tre attrici che recentemente hanno lanciato un bel messaggio contro questa metodica che troppo spesso viene usata male, e che si sono schierate a favore della valorizzazione della bellezza al naturale. Le star in questione sono tre bei pezzi di premi Oscar, tutti senza silicone, che rispondono al nome di Kate Winslet, Emma Thompson e Rachel Weisz.
     Assieme alla Thompson e alla Weisz, Kate Winslet avrebbe deciso di fondare la cosiddetta British Anti-Cosmetic Surgery League (“Associazione britannica contro la chirurgia estetica”), nata esplicitamente per opporsi alle pressioni fatte agli attori di Hollywood per sottoporsi a trattamenti chirurgici per fini estetici. Già fondatrice della Golden Hat Foundation, una fondazione nata per aiutare i bambini autistici, Kate Winslet è una militante convinta in questo campo.

Da sinistra: Kate Winslet, Emma Thompson, Rachel Weisz.



     In passato, infatti, l’attrice britannica aveva commentato con sgomento l’operazione di impianto al seno e addominoplastica che una sua fan, allora appena 21enne, si era fatta fare in un noto programma americano, I want a famous face, solo per poterle assomigliare. La ragazza voleva avere il corpo e il seno di Kate, o almeno quello che lei vedeva sulle copertine di riviste che collezionava ossessivamente. In quell’occasione Kate commentò: «No, cara, i miei seni non sono così. Io ho avuto due bambini. È un’immagine alterata al computer!».
     Né può passare senza nota la denuncia che la stessa Kate fece ai danni della rivista britannica GQ, che pubblicò una sua foto tratta da un servizio fotografico alterandola senza il suo permesso. Nella foto in questione il ventre di Kate appare piatto in modo vergognosamente sfacciato.
La foto di Kate Winslet sulla rivista GQ, modificata
in modo abnorme senza il permesso dell'attrice.
     «Va contro la mia moralità, contro il modo con cui sono stata cresciuta e contro ciò che considero bellezza naturale», ha detto Kate al riguardo. Le fa eco Emma Thompson: «Siamo in questa orrenda tendenza all’insegna della giovinezza in cui tutti devono sembrare trentenni a sessant’anni!». E si associa Rachel Weisz: «Le persone che appaiono troppo perfette non sembrano sexy o particolarmente belle».
     La polemica contro la falsificazione della propria immagine non è nuova, certo; tuttavia le resistenze a questa pratica sono sempre meno numerose ed è importante che i dissensi più convinti vengano proprio dagli “addetti ai lavori”. Curare il proprio corpo o abbellirlo quando si interagisce con gli altri è comprensibile: spesso ha anche una chiara funzione sociale. Per gli attori, poi, questo è funzionale al loro mestiere. Ma arrivare agli eccessi del rifiuto di sé in nome di un altro sé che non esiste è indubbiamente diseducativo e “malato”.
   È importante che qualcuno sottolinei l’importanza di un’educazione all’accettazione di sé e non per andare contro la chirurgia (la quale risulta utile per curare menomazioni gravi che impediscono di fare una vita normale o derivanti da incidenti), bensì per dire in maniera chiara che abituare il pubblico a canoni nuovi che non hanno niente di naturale ha lo svantaggio di alienare la gente in un mondo di standard assurdi, di sganciarli da una realtà che non gli piacerebbe più e con cui non saprebbero più fare i conti (e questo vale soprattutto per i più giovani, che sono sempre i più vulnerabili).

sabato 13 agosto 2011

“La manovra della disperazione” secondo Massimo Giannini


     Oggi mi sento di consigliarvi un articolo comparso sulla sezione “Economia” del sito la Repubblica e firmato Massimo Giannini, in cui a mio avviso si fa un chiaro e bel resoconto di quella che viene definita “la manovra della disperazione”, ovvero il recente iter economico voluto dal governo Berlusconi per risanare il paese. Mi sento di consigliarlo perché riesce a dare una visione ampia del contorto puzzle in cui l’Italia ha vissuto in questi anni, per lo più senza rendersene conto, senza scendere troppo nei tecnicismi di cui l’economia abbonda; credo che sia abbastanza divulgativo e soprattutto che abbia il merito di fornire la visione di un quadro d’insieme più organico, dal momento che uno dei motivi più gravi della disinformazione e del disinteresse della gente per le questioni che pure la riguardano sta nel fatto che non si riesce a seguire il filo conduttore di manovre realizzate su tempi lunghi. Per chi fosse interessato, l’articolo è leggibile a questo link, oppure su questo stesso blog, sotto.


Tratto da la Repubblica, 13 agosto 2011

La manovra della disperazione

     IL GOVERNO della dissipazione ha infine raffazzonato la manovra della disperazione. Come i peggiori esecutivi andreottiani della Prima Repubblica, costretti a turare in extremis gli allegri buchi di bilancio, buttavano giù in tutta fretta i decretoni di Natale, così anche il gabinetto di guerra berlusconiano, obbligato dal direttorio franco-tedesco e dal board della Banca centrale europea, improvvisa il suo decretone d’agosto. Quarantacinque miliardi “aggiuntivi” di tasse e di tagli, dicono Berlusconi e Tremonti, per accentuare il peso simbolico dello “sforzo” di fronte alla business community. In realtà si tratta di misure che solo in minima parte si sommano, mentre in massima parte si integrano e anticipano la “prima rata” di norme, già evanescenti nel merito e urticanti nel metodo, varate a metà luglio. È il prezzo da pagare all’improvvisazione politica, come i fatti di questi tre anni dimostrano, e non certo alla speculazione finanziaria, come la vulgata governativa si affanna a far credere.
     È un prezzo altissimo. Nella quantità: una manovra complessiva che, sia pure su base pluriennale, si avvicina ai 50 miliardi di euro, non ha precedenti nella storia repubblicana. Nella qualità: una stangata che, sia pure con un qualche apparente rispetto del principio di progressività del prelievo, ruota per tre quarti sull’aumento della pressione fiscale, ha precedenti forse solo nella storia sudamericana. Per fortuna che questo dice di essere il governo che “non mette le mani nelle tasche degli italiani”. Berlusconi e Tremonti continuano a ripetere che “in cinque giorni tutto è cambiato e tutto è precipitato”. Sappiamo bene che non è così. Tutto sta cambiando dall'inizio della crisi globale del 2007, con il crac dei mutui subprime americani. Tutto sta precipitando dall’inizio della crisi europea del 2010, con il crac del debito irlandese e poi di quello greco. Tutto sta precipitando dall'inizio della crisi occidentale del 2011, con il fantasma della double dip recession che soffoca Stati e mercati. Non averlo capito per tempo è la colpa più grave e imperdonabile che il governo italiano si porta dietro. E che ora si scarica sugli italiani, già provati da una caduta del reddito, del risparmio e dell'occupazione senza paragoni con il resto di Eurolandia, e adesso obbligati a questo drammatico supplemento di sacrifici.
     La vera e unica novità di questa stangata è il cosiddetto “contributo di solidarietà” per i redditi più alti. Una misura che, nella forma, vorrebbe ricordare l’eurotassa introdotta dal governo Prodi nel ’96 per raggiungere il traguardo di Maastricht. Ma nella sostanza la nuova norma è mal congegnata, e alla fine ha il solito sapore “di classe”, come tutte le scelte fatte dai liberisti alle vongole cresciuti nell’allevamento di Arcore. La scelta di aggredire l’Irpef penalizza soprattutto il lavoro dipendente. La soglia scelta per il doppio prelievo fa sì che a pagare siano pochi “super-ricchi” (511 mila italiani, cioè l’1,2% dei contribuenti secondo la Cgia di Mestre). E il tetto scelto per i lavoratori autonomi (55 mila euro l’anno) fa sì che all’imposta straordinaria sfuggirà la stragrande maggioranza di chi già evade abbondantemente le tasse (e infatti dichiara in media poco meno di 30 mila euro l’anno). Dunque, l’intenzione del governo poteva anche essere buona, ma la realizzazione è pessima sul piano pratico, e discutibile sul piano etico.
     Per il resto la stangata è una miscela caotica di vuoti e di pieni, che conferma l’impianto sostanzialmente regressivo seguito dalla maggioranza in questi tre anni. Da un lato, il carniere del rigore è sicuramente pieno per quanto riguarda il ceto medio, che sopporta da solo quasi l’intero onere del risanamento. È ceto medio il pubblico impiego che, ancora una volta, è il perno ideologico intorno al quale ruota la politica economica del centrodestra: dal Tfr agli straordinari, i dipendenti pubblici sono anche oggi la vittima sacrificale di una coalizione che si accanisce senza pietà contro le categorie che non la votano. È ceto medio l'universo dei pensionati, che tra disincentivi all’anzianità e anticipo dell’età delle donne, subisce un altro colpo necessario ma pesante, perché non bilanciato da una degna politica attiva del Welfare. Dall’altro lato, il carniere del rigore è altrettanto pieno per quanto riguarda i ministeri e gli enti locali, che patiscono il danno più devastante perché accompagnato dalla beffa del federalismo, ormai un feticcio virtuale persino per Bossi. Dopo la mannaia indiscriminata dei tagli lineari, il colpo di scure su dicasteri, regioni e comuni si accelera rispetto alla tempistica già prevista nel pacchetto di luglio: nulla di nuovo, dunque, ma l’esito non potrà non essere l’aumento dei tributi locali e l’azzeramento dei servizi sul territorio. Se è vero che c’è da soffrire (ed è doveroso farlo, perché il Paese ha vissuto al di sopra delle proprie possibilità e chi lo governa ha fatto di tutto per non farglielo capire) è anche vero che non possono soffrire sempre gli stessi.
     Ma quello che abbaglia di più, in questa manovra dell’emergenza agostana, sono i vuoti. Il primo vuoto riguarda i famosi tagli ai “costi della politica”. Ancora una volta l’improntitudine di questa casta berlusconiana ha tradito tutte le già malriposte attese della vigilia. C’è finalmente una sforbiciata delle province e l’accorpamento dei piccoli comuni (merce inutilmente “svenduta” nella campagna elettorale del 2008). Ma per il resto, tra stipendi pensioni e benefit dei parlamentari, c’è poco e niente, a parte il modestissimo “obolo” sulla tassa di solidarietà raddoppiata per deputati e senatori e la trasformazione dei loro viaggi in business class in voli in economy. Il secondo vuoto, che conferma la visione corporativa e aziendalista di questa maggioranza, riguarda la cosiddetta “patrimoniale”: l’unica forma di imposizione che, se ben architettata, avrebbe potuto far pagare davvero chi ha di più e lo nasconde, e che avrebbe dato un segno di vera equità a una manovra altrimenti squilibrata. E non bastano, a bilanciare questa assenza che salva ancora una volta gli evasori, norme pur sacrosante come la tracciabilità delle operazioni sopra i 2.500 euro, che Prodi e Visco avevano introdotto nel 2006 e che il Cavaliere aveva voluto colpevolmente eliminare all’inizio della sua legislatura perché le considerava “leggi di stampo sovietico”.
     Ma il vero vuoto più clamoroso e più rovinoso di questa manovra riguarda, anche stavolta, il sostegno alla crescita dell’economia e alla produzione della ricchezza. È l’aspetto più inquietante e deprimente di questa stagione politica, marchiata a fuoco da una leadership inconsistente e imbarazzante che a tutto ha pensato fuorché agli interessi del Paese. Senza un’idea e senza un progetto per lo sviluppo, questa stangata estiva, che pure andava fatta, non potrà che generare nuova recessione, e aggiungere declino al declino. Tutti gli stati dell’Eurozona stanno somministrando cure da cavallo ai propri popoli. La differenza è che insieme ai sacrifici quei Paesi sanno costruire anche i benefici, mentre in Italia ci sono solo i primi senza i secondi. Occorreva dire la verità, agire prima e dotarsi di una politica. Così si uccide un’economia. «Gronda il sangue dal cuore, ma dovevamo farlo», ha detto il premier in conferenza stampa alla fine del Consiglio dei ministri. Se è vero, è sangue di coccodrillo.

Massimo Giannini 

giovedì 11 agosto 2011

Latine loquimur, n. 1

     A me le rubriche piacciono, ecco perché ho deciso di introdurne un’altra su questo blog, oltre a Scripta manent. Questa l’ho chiamata Latine loquimur (letteralmente: “noi parliamo latino”) ed è una raccolta di frasi, espressioni, proverbi o citazioni in lingua latina passate alla storia per la loro fama o perché vengono usate ancora oggi nel comune linguaggio parlato e scritto. È anche un modo per ribadire ai più scettici che questa lingua (bellissima) continua a pulsare forte nei principali idiomi di tutto il mondo a dispetto dell’ingrato epiteto che le hanno dato di “lingua morta”. In ogni numero di Latine loquimur lascerò tre citazioni, con traduzione, un commento e la trascrizione delle pronunce: una di queste pronunce è quella adottata in Italia, detta pronuncia scolastica (quella che si insegna nelle nostre scuole); l’altra è invece la cosiddetta “lectio restituta”, ovvero la “pronuncia restituita”, cioè il modo con cui, secondo le più attendibili ricostruzioni, il latino veniva realmente pronunciato nell’antichità e fino a un certo periodo della storia di Roma.

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Lapsus
[pronuncia scolastica: làpsus]
[pronuncia restituita: làpsus]

     Letteralmente lapsus è un sostantivo maschile che significa “sdrucciolamento”, “scivolamento”, perché viene dal verbo labi che significa “scivolare”, “scorrere”. Oggi viene usato col significato di “errore”: cos’è infatti l’errore se non uno sdrucciolamento, una deviazione di qualcosa rispetto alla direzione in cui dovrebbe normalmente andare? La parola viene spesso usata nell’espressione lapsus linguae [pronuncia scolastica: làpsus lìngue; pronuncia restituita: làpsus lìnguae], cioè “errore di lingua”, “errore di linguaggio”, come quando si dice una parola al posto di un’altra o si chiama qualcuno con un nome diverso dal suo. In quei casi può capitare di scusarsi dicendo «Chiedo scusa: ho fatto un lapsus!». Famosa è anche l’espressione “lapsus freudiano”, in quanto per Freud i lapsus sono delle spie, dei segnali che vengono fuori quando i nostri pensieri e le nostre voglie inconsce vogliono riemergere indipendentemente dalla volontà per esprimere qualcosa che abbiamo represso.


Ex abundantia cordis
[pronuncia scolastica: ecs abundànzia còrdis]
[pronuncia restituita: ecs abundàntia còrdis]

     Significa “dall’abbondanza del cuore”, ovvero, con un’espressione meno letterale: “dal profondo del cuore”, “con tutto il cuore”, “dal profondo dell’anima”. Possiamo usare questa espressione quando vogliamo enfatizzare un’azione o esprimere il nostro apprezzamento o la nostra gratitudine: «L’ho fatto molto volentieri, ex abundantia cordis». La locuzione deriva dal Vangelo di Matteo, dove si legge: «Se prendete un albero buono, anche il suo frutto sarà buono; se prendete un albero cattivo anche il suo frutto sarà cattivo: dal frutto infatti si conosce l’albero. Stirpe di vipere, come potete dire cose buone, voi che siete cattivi? Infatti è dalla pienezza del cuore [ex abundantia cordis] che parla la bocca» (capitolo XII, versetti 33-35).


Nomen omen
[pronuncia scolastica: nòmen òmen]
[pronuncia restituita: nòmen òmen]

     Vuol dire “Il nome (è) un auspicio”. Oggi non ce ne rendiamo più conto, ma i nomi venivano dati alle cose o per rappresentare foneticamente qualcosa che essi sono o per esprimere il desiderio di cosa si vorrebbe che fossero. Nell’antichità si credeva che il nome di qualcuno contenesse in sé il suo destino, la sua sorte; di conseguenza si davano alle persone dei nomi che fossero di buon augurio. Ecco perché oggi abbiamo nomi con bellissime etimologie, come Elena, che significa “solare”, perché viene dal greco hèlios, il “sole”; oppure Veronica, che significa letteralmente “colei che porta la vittoria” (sempre dal greco phèro, “io porto”, più nìke, “vittoria”); o Massimo, dal latino maximus, “il più grande di tutti”; o Franco, dalla parola barbara frank, ovvero “libero”; o ancora Filippa, dal greco philìa, “amore”, più hìppos, “cavallo”, cioè “colei che ama i cavalli”. E, se è vero che il nome è un auspicio, non vorrei mai essere nei panni di certa gente che si chiama Addolorata, o Crocefissa. Comunque sia, l’espressione si usa quando a una persona di cui si conosce il nome vengono associati eventi o qualità che il nome stesso indica o richiama, in senso sia positivo che negativo. A tal proposito ricordo una battuta del comico Daniele Luttazzi che, citando un articolo di Corrado Augias, diceva che l’etimo del cognome Berlusconi significherebbe “due volte losco”. Berlusconi è infatti l’accrescitivo dell’aggettivo “berlusco”, che deriva dal latino bis luscus, “due volte losco”, appunto. E qui, se permettete, ci sta benissimo: «Nomen omen»!!! Da notare la bella rima interna del motto.

lunedì 1 agosto 2011

Blocco agli sconti sui libri. La “Legge Levi” pone il limite al 15% sul prezzo di copertina

     Quando al Liceo studiai le teorie degli economisti classici che si combattevano a colpi di teorie interventiste dello stato VS quelle ispirate invece al laissez-faire, non avrei mai immaginato di ritrovare questa annosa questione anni dopo. Né avrei pensato di esserne un po’ deluso.
     Qualche giorno fa, il 28 luglio, il Senato approvava le cosiddetta legge Levi, una legge che regolamenta i prezzi di mercato del commercio librario, con un esplicito afflato interventista. Secondo la legge, infatti, a partire dall’1 settembre 2011 non sarà più possibile applicare sconti sul prezzo di copertina dei libri che siano superiori al 15%.
     Questo tetto massimo riguarda sia i libri cartacei che quelli digitali (i cosiddetti eBook), e vale anche per i siti che vendono online, che sono quelli dove i lettori potevano reperire la maggior parte degli sconti, senza contare i numerosi trattamenti di premio fedeltà ai clienti o le promozioni che venivano fatte in occasioni di particolari periodi dell’anno (quelli in cui lo shopping da regalo è più acceso).
     Si potrà arrivare a sconti pari al 20% solo in occasioni precise e ristrettissime, come la vendita fatta nei saloni del libro, per le biblioteche, le università o per le organizzazioni no profit. In via ancora più eccezionale si può arrivare a sconti del 25%, ma solo se li fanno direttamente gli editori (i rivenditori, quindi, sono esclusi) e mai per più di un mese all’anno.
     Tassativamente vietato invece, in ogni caso, superare il tetto massimo nel periodo natalizio.
     Ora, io non sono un economista e non conosco tutte le dinamiche, le esigenze e le pressioni commerciali che stanno alla base di una simile decisione. Di certo però si comprende che la legge favorisce palesemente gli editori, a discapito sia dei rivenditori che degli stessi lettori, che sono quelli per i quali il servizio dovrebbe essere erogato. In particolare, gli editori piccoli e medi e quelli indipendenti avranno grosse difficoltà e probabilmente dovranno chiudere, senza contare il fatto che con questa legge viene penalizzato proprio il mercato librario più diffuso (comprare online approfittando di promozioni e sconti al 40% o anche al 50% è una pratica ormai diffusa, specie presso i giovanissimi, mentre acquistare in un salone per libri o da una biblioteca è molto, ma molto più rara come eventualità).
     Mi ha stupito sapere che in questo frangente c’è chi ha voluto vedere nella Legge Levi la possibilità di “avvicinare i lettori a libri diversi che prima non avrebbero mai comprato”: a questo pronostico rinuncio a dare ogni commento, perché mi sembra un’emerita stupidaggine.
     Ora, aspetti economici a parte, secondo me occorre considerare soprattutto questo: in Italia i lettori non sono certo molti, i dati dimostrano anzi che gli scrittori tendono a crescere e i lettori a diminuire; questo significa che non abbiamo un “culto”, una “educazione” alla lettura. Su queste basi, sarebbe molto più fruttuoso (per i lettori e per gli editori) promuovere e incentivare l’acquisto di libri proprio con dei prezzi che siano competitivi. Se un consumatore si sente libero di acquistare in modo vantaggioso, allora è più probabile che acquisti (credo che per questo una laurea in economia non serva): e se si acquista di più, ci guadagnano i lettori, perché la diffusione del libro è agevolata, e anche gli editori, che vendono di più.
     Nello scrivere questo post, mi sono ricordato di un servizio visto proprio pochi giorni fa che mi sento di consigliarvi. Si tratta di una brevissima scheda preparata da Rossella Li Vigni per la rubrica Come si fa della puntata di SuperQuark dello scorso 21 luglio, in cui viene fatto il quadro generale della situazione dei libri e dei lettori in Italia.


     Per chi volesse approfittare del poco tempo che resta per fare scorta di libri a buon prezzo sarà utile sapere che alcuni siti stanno già provvedendo a smaltire i prodotti con offerte molto vantaggiose. Per esempio, il sito ibs.it, che mi sento di consigliare fortemente a tutti proprio perché si è sempre contraddistinto per i suoi sconti imbattibili e vantaggiosissimi, ha lanciato un “fuori tutto” con sconti che arrivano al 75% fino al 31 agosto. E anche le offerte su amazon.it sono interessanti.
     Sono rimasto amareggiato da questa manovra, perché per me, che sono ignorante, andava fatto l’esatto opposto! Credo che con la legge Levi il popolo italiano diventerà ancora più restio a leggere un libro. Magari lo stato dovrebbe fare pressioni e intervenire per disincentivare l’acquisto di beni di consumo che fanno tutt’altro che bene, come le sigarette! Quello sì che sarebbe educativo!



lunedì 4 luglio 2011

Il presente impossibile

     Se vi dicessi di pensare al tempo presente, pensereste a quello che avviene ora, a ciò che accade adesso, in questo momento, ovvero nello stesso tempo in cui ci pensate. Questo modo di concepire il presente è uno schema di pensiero che abbiamo ereditato dai tempi più antichi: Aristotele stesso, nel IV libro della Fisica, parlava del tempo presente come del nyn, dell’adesso.
     Secondo questa definizione gli eventi presenti si possono percepire solo nello stesso presente in cui accadono: non sarebbe infatti possibile percepire un evento “come presente” se esso si è già verificato, poiché, se si fosse già verificato, allora non sarebbe più presente, ma passato.
     Eppure io vi dico che questo paradosso non è un paradosso. Ovviamente non sono io a dirlo, ma la Scienza: è possibile percepire nel tempo presente un evento passato. E non parlo di sognare, né di fantasticare ad occhi aperti, né di usare le sfere di cristallo delle fattucchiere. È un’esperienza realmente fattibile. Se siete curiosi di sapere come sia possibile una cosa del genere, lasciate che vi racconti di un aneddoto di qualche anno fa…

     Era il 12 maggio del 2009 e io me ne stavo all’aperto a godermi la frescura primaverile e ad osservare una luna che quella notte era veramente ipnotica; attorno a quella, una miriade di stelle, più di quante se ne vedessero nel nostro cielo inquinato e povero. Mentre osservavo la volta celeste fui preso da quella stessa sensazione che mi prendeva da piccolo quando, dal terrazzo ampio e vasto della mia prima casa, mi rendevo conto che quelle lucine erano lontane un numero di chilometri che non potevo nemmeno pensare, ma erano lì tuttavia, davanti a me, ferme e immobili, a disposizione del mio sguardo, quindi “vicine”.
     Questa sensazione mi stregava: non avrei mai neanche potuto avvicinarmi a esse, e ciononostante potevo godermele, potevo guardarle: erano lontanissime, ma anche vicinissime. La mia mente era letteralmente rapita da questo contrasto.
     Poi crebbi, studiai la Fisica e le sue leggi e, quando mi ricapitò di osservare il cielo in quella notte di maggio, quella sensazione a cui ero abituato da piccolo si risvegliò, ma questa volta fu accompagnata da una riflessione che aumentò enormemente il mio legame con quell’esperienza. Guardavo una stella in particolare, era vicina alla luna: brillava pulsando più delle altre e la sua luce era molto viva; mi ricordai delle lezioni sulla propagazione della luce studiate mesi prima e lì mi colse la consapevolezza del paradosso che vi dicevo prima.
     Quando io guardo la stella, in realtà sto ricevendo la luce che quella stella emana: la luce parte dalla stella sotto forma di raggio luminoso, compie il suo cammino nello spazio e arriva anche sulla terra, colpendo i miei occhi; i miei occhi ricevono la luce, il mio cervello elabora lo stimolo luminoso e io mi rendo conto di vedere la stella adesso. Ma nel frattempo che succede?
     Quando il raggio di luce arriva sulla terra ha percorso uno spazio enorme. Quanto spazio? Fingiamo per comodità che la nostra stella sia Alpha Centauri, la stella più vicina al nostro sistema solare, chiamata per questo anche Proxima Centauri (proxima in latino significa “la più vicina”): Proxima si trova a una distanza dal sole di circa 4 anni luce (arrotondiamo per difetto), dove un anno luce è la distanza che la luce percorre nel vuoto in un anno e corrisponde a circa 9 460 800 000 000 000 metri: un numero impronunciabile!  Quindi ogni raggio di luce che parte da Proxima Centauri percorre circa quattro volte 9 460 800 000 000 000 metri!
     Ora questo enorme numero di metri viene percorso dal raggio di luce in quattro anni: infatti la luce, per quanto sia velocissima (nel vuoto viaggia a circa 300 milioni di metri al secondo!), tuttavia impiega comunque un certo tempo per percorrere lo spazio. E un raggio di luce che parta da Proxima arriva sulla Terra quattro anni dopo essere partito, quattro anni durante i quali percorre quella distanza impronunciabile. Pensate a quest’ultima cosa: se la luce arriva sulla Terra dopo quattro anni, allora significa che noi stiamo vedendo la stella di quattro anni prima! Il “ritardo” della luce fa sì che noi percepiamo la stella com’essa era quattro anni prima, non com’essa è nel momento in cui il raggio arriva ai nostri occhi!
     Chiariamo ancora meglio questo concetto con un esempio ipotetico. Fingiamo che all’improvviso Proxima Centauri scompaia dallo spazio: un attimo prima di scomparire, emanerebbe l’ultimo raggio di luce, che partirebbe da essa e compirebbe il suo viaggio verso la Terra, impiegando quattro anni circa. Fingiamo che il raggio parta da Proxima nel 2007 e che arrivi quindi sulla terra nel 2011. Dopo quattro anni noi osserveremmo la stella e mentre la vedremmo brillare, improvvisamente essa scomparirebbe ai nostri occhi! Allora ci renderemmo conto che essa è sparita! Ma sbaglieremmo a pensare che essa sia sparita nello stesso momento in cui l’abbiamo vista scomparire! La stella non sarebbe scomparsa nel 2011, cioè nel tempo in cui l’abbiamo vista scomparire, bensì quattro anni prima, nel 2007, ovvero nel momento in cui l’ultimo raggio partì. Tutto questo noi non avremmo potuto saperlo in tempo reale, poiché avremmo dovuto attendere che l’ultimo raggio di luce fosse arrivato ai nostri occhi e questa attesa avrebbe dovuto durare per forza circa quattro anni! Quindi noi percepiremmo nel tempo presente (il presente in cui osserviamo) un evento passato (la morte della stella avvenuto circa quattro anni prima). Come vedete il paradosso ha una sua spiegazione che non lo rende più un paradosso.
     Abbiamo fatto un esempio con una stella, ma questo meccanismo avviene in realtà con ogni oggetto che vediamo, vicinissimo o lontanissimo. Sì, perché, tranne i buchi neri, ogni oggetto emana luce e ogni raggio di luce impiega un certo ritardo ad arrivare ai nostri occhi: certo, a volte gli oggetti sono talmente vicini che la luce impiega un tempo davvero infimo, troppo breve per poter essere anche solo considerato e quindi diciamo, per esempio, che noi vediamo la persona a due metri da noi muoversi nello stesso momento in cui la vediamo. Infatti due metri sono percorsi dalla luce in circa 0,000000007 secondi, un tempo quasi inesistente. Tuttavia quel tempo esiste e non è pari a zero, quindi ci sarà sempre un certo ritardo, un certo sfasamento temporale tra il momento in cui un evento avviene e il momento in cui possiamo percepirlo.
     Teniamo inoltre presente che lo stesso modo con cui i nostri nervi trasportano gli stimoli sensoriali al cervello impiega un suo tempo, sebbene molto breve: solo quando uno stimolo sensoriale arriva alla corteccia del cervello noi ci rendiamo conto di percepire qualcosa. Esiste quindi un ritardo intrinsecamente connaturato al nostro corpo e ai suoi limiti fisiologici. Perciò questo meccanismo del ritardo avviene anche quando udiamo suoni, o quando elaboriamo informazioni tattili, quando sentiamo odori… ovvero, detto in altre parole: la propagazione degli stimoli esterni e il modo di funzionare dei nostri sensi fanno sì che tutto ciò che percepiamo sia sempre già avvenuto e che, quindi, ci sia sempre quel ritardo. Perciò, a conti fatti, la condizione di tempo presente, ammesso che abbia senso parlarne, non è sperimentabile per noi, non possiamo mai vivere il presente: il presente non ci riguarda.